Gli anni diversi. Memorie di una bambina milanese, fra cronaca e storia

Questo scorrevole e avvincente libro di memorie giovanili, edito da Iacobelli, è la prima prova narrativa di Alessandra Marzola, docente universitaria, studiosa di letteratura inglese e, in particolare, di Shakespeare e del teatro inglese del passato e del presente. Qui racconta la sua infanzia fino ai tredici anni, una data fatidica e spartiacque, come vedremo. Dalla nascita avvenuta nel 1946 all’adolescenza seguiamo le vicende della sua curiosa famiglia, un po’ stramba in verità, all’interno di un nucleo assai vasto di parentele. «Una famiglia ampia e, a dir poco, variegata, in ogni senso: vecchi, adulti e bambini; cattolici, agnostici e atei; ebrei, fascisti e socialisti. Pochi uomini, litigiosi, e molte donne, taciturne», come lei stessa ci anticipa nella Premessa. Il tutto avviene in un unico luogo, Milano, in una sola casa, sempre la stessa, in via Mozart; «è una cronaca intimista e rannicchiata, senza sguardi ariosi e visioni d’insieme», tuttavia ad essa si affianca la grande Storia con i suoi fatti significativi, fino a quel 1959 in cui il cambiamento interviene in modo inesorabile, nelle piccole vite private come nell’affacciarsi dei vivaci anni Sessanta. 

L’andamento dei ricordi non segue propriamente un ordine cronologico, infatti il primo capitolo, Incidenti, introduce nel vivo della vita familiare con la nascita repentina di Alessandra, l’occupazione precaria del padre, la scomoda sistemazione in un’unica stanza dalle tante funzioni: camera per quattro, studio professionale, salotto, area passatempi… Alla figura della mamma, piuttosto fragile e sempre malaticcia, si aggiungono quelle della nonna e della zia Luciana, le insegnanti, compagni e compagne di scuola e di giochi, conoscenti e parenti di vario grado che gravitano intorno alla grande abitazione, bella e signorile di fuori, ma cadente all’interno, appartenente ai nonni paterni, di cui loro sono semplici ospiti squattrinati. Questa precarietà crea incertezza e disagio: il babbo è un architetto bravo, ma troppo buono, onesto e gentile, guadagna poco, così non possono permettersi un appartamento tutto loro, con i problemi che la convivenza forzata può portare. Alessandra ricorda le passeggiate con il nonno, lo zio ferocemente anticlericale, la sua prima comunione, i pranzi natalizi che contrastavano con la quotidiana parsimonia fatta di minestrine, prosciutto cotto (quello crudo era più costoso…), tante patate e la sera il pancotto, per non sprecare il pane avanzato. Si deve arrivare al secondo capitolo, Antefatti, per ricostruire gli eventi che hanno preceduto l’incontro e il matrimonio fra Gabriella e Nino. Da parte di lei il parentado era straordinariamente numeroso e sparpagliato per l’Italia: un centinaio di persone visto che i nonni avevano avuto undici fra figli e figlie. Erano ebrei e quasi tutti sopravvissero alla furia fascista e alle leggi razziali, ma non lo zio Giacomo con il figlio Sergio che da Meppen non ritornarono. Gabriella finì a Treia, un paesino nel Maceratese, dove in modo avventuroso la raggiunse con gravi rischi Nino, conosciuto nel ’38 e mai perso di vista; non erano giovanissimi e Gabriella sapeva di non poter diventare madre, ma, a dispetto di ogni previsione, concepì un figlio, Giorgio; in fretta si organizzò un matrimonio “riparatore”, come si diceva all’epoca. Due anni dopo, inaspettata, arrivò anche Alessandra, quando ormai vivevano a Milano, in quella soluzione che si sperava di breve durata. Il terzo capitolo ha un titolo molto chiaro: Fotografie, infatti è arricchito da alcune vecchie immagini in bianco e nero che servono da filo conduttore per il dipanarsi dei ricordi. La Mimma o Mimmina è in braccio alla nonna, mentre il fratellino cerca il contatto con il nonno, entrambi in atteggiamento un po’ forzato e poco spontaneo, ma con un accenno di sorriso: quella piccolina è stata accolta «con una moderata contentezza» e farà di tutto per farsi amare. Crescendo, le piaceva seguire le occupazioni femminili, allora assai faticose e complesse: il bucato, la stiratura, il riordino della biancheria con relativi rammendi e cuciture, la spesa al mercato, con scelta oculata banchetto per banchetto. Alessandra è una bambina che osserva, ascolta, annusa, viene colpita da tante piccole cose quotidiane, ad esempio i vari tipi di carta usati nelle botteghe oppure i mille utilizzi della carta di giornale. La seconda e terza foto furono scattate da un professionista e, dopo una lunga preparazione, sembrano tuttavia non in posa: si vedono la Mimmina e Giorgio che fanno finta di leggere o si abbracciano con aria sbarazzina. Alcune pagine riguardano la frequentazione della ricca famiglia Dorati, un cognome che è un presagio: in casa loro si beve (udite udite) Coca cola, si mangia pop-corn e si è circondati da tutti i possibili elettrodomestici più moderni, fra cui un gigantesco televisore; purtroppo l’amicizia si spezzò bruscamente quando Mimmina fu scoperta senza mutande, mentre tranquilla si apprestava a giocare al dottore. E la scrittrice, con il consueto garbo venato di sottile ironia, ce ne descrive la scena. 

Nel capitolo successivo avviene l’impatto con la realtà scolastica, in un ambiente molto elegante, nel cuore cittadino, in via della Spiga, dove Giorgio si integra abbastanza bene, ma Alessandra fa pochissime amicizie e si sente povera e inadeguata. Le carenze in matematica per fortuna vengono ripagate con i discreti risultati in italiano vista la sua attitudine casalinga alla lettura. Marzola adulta, con una prosa felicemente scorrevole ma ricca di dettagli, si immedesima nella bimba di allora, nella sua ingenuità, nei suoi fallimenti come nei modesti successi, nella sua solitudine in un luogo che non le appartiene; sempre utilizzando la prima persona, rivive con freschezza e vivacità espressive gli eventi di ogni giorno e registra i graduali cambiamenti sociali: «ricostruzione e crescita» sono le parole chiave di quegli anni. A proposito di vacanze, di cui racconta nel quinto capitolo, è presto detto: al risparmio, sempre, quindi la famigliola, quando andava bene, poteva al massimo permettersi delle modeste pensioni, o gestite dai “comunisti” della Cgil o dai “preti” delle Acli. Altrimenti l’ospitalità era garantita da parenti benestanti in una bella villa vicino Treviso. Momenti di gioia e libertà saranno possibili raramente, quando il babbo otteneva un discreto incasso per le sue prestazioni professionali, allora andavano in treno a Toceno oppure, meraviglia, al mare a Bellariva: una sola volta si trattò di una villeggiatura lunghissima, rimasta indimenticabile. Non può mancare, come per chiunque abbia vissuto gli anni Cinquanta, il ricordo preciso dei terribili costumi di lana, che si slabbravano da tutte le parti, bucavano e coprivano assai poco. In una foto vediamo i due figli con la mamma, tutti e tre mori, con i capelli arruffati dal vento e gli occhi socchiusi per il sole abbagliante. 

«Il 1953 fu un anno a suo modo memorabile. Le elezioni generali le vinse la Democrazia Cristiana, come tutti anche in casa prevedevano, ma lo zio Giorgio fu eletto senatore della Repubblica per il Partito socialista italiano». Questo è l’incipit del capitolo sesto, Cambiamenti, e i cambiamenti ci sono davvero, e tanti. Dai travagliati rapporti del neo-eletto con il suo stesso partito alla sua amicizia con Basso e Morandi, dall’arrivo dell’apparecchio televisivo in casa al gusto di seguire i bellissimi sceneggiati di allora, dall’ingresso in una scuola media “normale” alle lezioni finalmente appaganti. Mutamenti politici e sociali che si intrecciano in una Italia che si avvia verso il boom economico. Il capitolo si conclude con una svolta epica nella vita di qualsiasi ragazza: diventa “signorina” con suo grande spavento e stupore, visto che non ha la minima idea di cosa stia accadendo al suo corpo. La mamma reagisce con tranquillità ma non senza un lieve rossore, e tira «fuori da un cassetto uno strano equipaggiamento protettivo», ormai da molti anni superato e oggi ignoto alle giovani generazioni come un reperto archeologico. Il babbo, quella sera, ebbe un gesto «che traboccava di affetto solenne»: la accarezzò sussurrandole «una tenerissima buona notte». 

Prima che la vita riserbi un dolore indicibile e conduca inesorabilmente a nuove svolte, troviamo un Intermezzo in cui Alessandra cresce con la giusta convinzione che, donna o uomo, ogni persona debba avere un lavoro e l’indipendenza economica, come va ostinatamente ripetendo la mamma, quindi frequenterà il liceo linguistico per continuare l’apprendimento delle lingue, poi potrà pensare all’università. Nel frattempo le cose sembrano andare meglio, sul piano economico: la mamma è bravissima a lavorare le maglie con un apposito telaio e il babbo ha perfino trovato qualche ora di insegnamento. Una sera avviene, per puro caso, l’ascolto di una canzone su cui la famiglia concorde si esprimerà con entusiasmo: al festival di Sanremo arrivano le note di Nel blu dipinto di blu. Il babbo Nino dirà con insolita lungimiranza: «Questa canzone cambierà la musica leggera italiana». Ma la serenità dura poco: dopo la morte della nonna e della tata Rosa, arrivano le avvisaglie del male che presto si rivela in tutta la sua aggressività. Alessandra ha trovato nel frattempo un diversivo: segue con attenzione le vicende dei Reali inglesi e realizza un album di foto, articoli, immagini, reportage; nessun membro della famiglia, neppure lo zio ritornato a fare l’avvocato, prende in giro il suo paziente lavoro, solo apparentemente inutile. D’altra parte «l’Inghilterra aveva resistito da sola a Hitler, anche sotto terribili bombardamenti. […] Non so altrove, ma a casa mia, l’Inghilterra andava di moda». 

Arriva l’Ultimo atto: in quell’estate del 1959 Alessandra, tredicenne, viene mandata in villeggiatura da due famiglie di parenti, per non farla assistere alla lenta agonia del babbo. Nino ha 53 anni e lascia due figli assai giovani, senza futuro; lascia anche ― suo malgrado ― debiti con il fisco a causa della sua «scriteriata onestà». Non c’è neppure il tempo per piangerlo. Ad Alessandra (non più Mimma né Mimmina) toccherà, rivoltato e riadattato, un bel cappotto di cammello che apparteneva al babbo; anche in questo modo continuerà a sentirne il calore e la presenza. Alla fine del libro ecco una sua rarissima foto, visto che era lui di solito a immortalare gli altri: sorride e così ci piace immaginarlo. 

Il futuro della giovane affacciata alla vita resta ancora da scrivere, questo è solo il primo tassello del mosaico che ci auguriamo abbia un seguito, altrettanto felice.  

 

Alessandra Marzola  
Gli anni diversi  
Iacobelli, Guidonia, 2021 
pp. 180

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...