L’Italia di Magnum

Il Palazzo Ducale di Genova ospita, fino al 18 luglio, la mostra L’Italia di Magnum: un itinerario fotografico che ripercorre la storia della società italiana dal secondo Dopoguerra a oggi

Fondata a New York nel 1947, la Magnum è la più importante agenzia di fotogiornalismo esistente. I suoi principi sono la tutela del diritto d’autore (i negativi rimangono di proprietà dei fotografi e non del direttore del giornale che pubblica le immagini) e il rispetto delle scelte artistiche del singolo fotografo. 

L’esposizione procede in ordine cronologico, ogni sala è dedicata a un decennio della nostra storia. 

La prima sala è dedicata agli anni Quaranta. Questo decennio, segnato dalla guerra e dalle sue cicatrici, vede nascere nel cinema italiano la corrente del Neorealismo, che influenza inevitabilmente anche la fotografia: l’attenzione è rivolta alla gente comune, ritratta durante la propria vita quotidiana senza slanci eroici. In Italia sono gli anni dell’immediato Dopoguerra, della nascita della Repubblica grazie al referendum del 1946, della nuova Costituzione. È l’Italia democristiana e comunista, nata dalla Resistenza e dai suoi valori democratici e antifascisti. 

Le prime fotografie sono un omaggio ai tre fondatori della Magnum, tutti e tre reduci dalla guerra, che hanno vissuto e documentato. 

David Seymour (1911-1956), polacco di nascita e statunitense di adozione, ha lavorato come fotoreporter durante la guerra di Spagna e, dopo la fondazione dell’Onu, è stato incaricato dall’Unicef di vari reportage sulle bambine e sui bambini rifugiati. Svolgerà questo lavoro svolgerà fino alla morte, causata da un incidente di guerra nel 1956 durante la crisi di Suez. A Roma, Seymour fotografa l’apertura al pubblico della Cappella Sistina. Qui l’opera d’arte funge da sfondo: il vero soggetto sono gli sguardi dei visitatori e delle visitatrici.  

Henri Cartier-Bresson (1908-2004), parigino, è a tutti gli effetti il padre indiscusso della street photography e del fotoreportage novecentesco. Simpatizzante del Partito comunista francese e del movimento surrealista, è testimone della Liberazione di Parigi e innamorato dei paesaggi italiani. Maestro indiscusso delle composizioni e delle inquadrature, Cartier-Bresson è tra i pionieri della Leica 35 mm. Le macchine precedenti, di grande formato, erano scomode e lente da usare: alla Leica, piccola discreta e dai tempi rapidi, l’autore deve il proprio stile: il soggetto è sempre colto nell’istante decisivo del suo gesto, con un’attenzione estrema al movimento.

Sicilia, 1943, foto di Robert Capa,

Robert Capa (1913-1954), pseudonimo di André Friedman, ungherese, è diventato famoso grazie alle fotografie scattate durante la Guerra di Spagna e in particolare quella, celeberrima, che ritrae la morte di un miliziano repubblicano. Durante il secondo conflitto mondiale, Capa ha accompagnato e documentato le truppe angloamericane dallo sbarco in Normandia fino alla Liberazione di Parigi e all’entrata in una Berlino in macerie, già liberata dall’Armata Rossa. È bene ricordare che numerose delle immagini spagnole attribuite a Capa (quelle di formato quadrato) sono in realtà opera della compagna Gerda Taro. Capa morirà nel 1954 saltando su una mina durante la guerra in Indocina. In Italia, per conto della rivista Life, Capa documenta lo sbarco in Sicilia e ad Anzio. Le foto di Robert Capa sono spesso Slightly out of focus, leggermente fuori fuoco, come spiega l’autore nell’omonimo libro. Queste immagini, le più significative della prima sala della mostra, hanno un tema comune: le macerie. Macerie ovunque: questo elemento così ricorrente simboleggia anche le macerie morali in cui si trova l’Italia negli anni Quaranta, appena uscita dal fascismo, devastata dai bombardamenti, bisognosa di nuovi valori, che saranno scritti nella nuova Costituzione repubblicana.

Protagonisti della seconda sala della mostra sono li anni Cinquanta, il periodo della rinascita sociale e di un’inaspettata crescita economica durante il quale si diffondono beni di consumo che modificano non solo lo stile di vita ma soprattutto la mentalità. Le italiane e gli italiani, appena passati da sudditi del Regno a cittadini della Repubblica, diventano di fatto consumatori dei prodotti industriali: il Piano Marshall ha dato i frutti sperati. Gli Stati Uniti diventano rapidamente il nuovo mito culturale di un’Italia seduta sul divano davanti al teleschermo. 

Influenzato dal cinema neorealista, il tedesco Herbert List (1903-1975) sceglie come luogo di lavoro durante il soggiorno a Roma proprio gli studi di Cinecittà, costruiti durante il regime fascista ma operativi soprattutto dopo la sua caduta. Per omaggiare il Neorealismo, in vari scatti di List compare il regista Luchino Visconti.

René Burri (1933-2014), famoso grazie al ritratto di Ernesto Guevara scattato a Cuba nel 1963, inizia a Milano l’attività di fotografo. L’occasione è una mostra su Pablo Picasso, la prima dopo la guerra, con una grande novità: Guernica, la più grande e famosa opera del pittore spagnolo trasferita periodicamente negli Usa per proteggerla dai bombardamenti, torna in Europa, ma senza poter passare per la Spagna franchista né per la città basca distrutta nel 1937 dall’aviazione tedesca. Come quelli di David Seymour nella Cappella Sistina, gli scatti milanesi di Burri non ritraggono l’opera di Picasso ma i volti del pubblico. 

Roma, foto di Elliott Ewit

Elliott Erwitt (1928) ritrae Roma con ironia, ponendo l’accento sulla convivenza tra la città eterna e quella moderna, tra archeologia e consumismo. La foto della Fiat Topolino posteggiata davanti al busto di Madama Lucrezia è forse quella che meglio rappresenta la Roma degli anni Cinquanta.

Negli anni Sessanta, descritti nella terza sala della mostra, il consumo è ormai un mito indiscusso. Elettrodomestici, automobili, villeggiatura, juke-box danno l’idea che l’Italia sia un Paese più che benestante, benché migliaia di famiglie intorno a Roma abitino ancora in baracche di lamiera arrangiate sotto l’antico acquedotto, e nel 1960 Roma ospita le Olimpiadi. Il boom demografico dell’immediato Dopoguerra porta a un ringiovanimento della società, che presto esploderà in contestazione e rinnovamento degli stili di vita giovanili.

Iniziano ad emergere fotogiornalisti troppo giovani non solo per aver documentato la guerra ma anche per averne memoria diretta. 

Il tedesco Thomas Hoepker (1936) documenta le Olimpiadi di Roma del 1960. I suoi protagonisti sono le star laiche e non politiche di inizio decennio, come Cassius Clay (poi Muhammad Alì) e ZbinievPietrzykowsky.

Roma, funerali di Palmiro Togliatti, 1964, foto di Bruno Barbei

Bruno Barbey (1941-2020), francese nato in Marocco, è un fotografo dei conflitti sociali, come il Maggio 1968 a Parigi, lo sciopero della Renault, l’occupazione della Sorbonne e la manifestazione conservatrice che attraversa gli Champs Élysées in sostegno a Charles De Gaulle. Barbey è in Italia quando arriva una notizia che segna profondamente il più grande partito comunista occidentale: la morte di Palmiro Togliatti, avvenuta nell’estate del 1964. Barbey ritrae i volti commossi del milione di persone che seguirono il funerale in piazza San Giovanni in Laterano a Roma, le bandiere, le prime pagine de l’Unità e la bara circondata da pugni alzati.

Cesenatico, 1960, foto di Erich Lessing

Erich Lessing (1923-2018), austriaco di nascita e israeliano di adozione e di cittadinanza, è il fotografo del boom economico italiano. Nell’estate del 1960, sulle spiagge di Cesenatico, Lessing ritrae un’Italia giovane, nata all’indomani della guerra, che non ha conosciuto la povertà né la paura dei bombardamenti e che (ancora) non sente il bisogno delle lotte sociali. Le spiagge sono affollate dalla generazione dei bikini e del biliardino, del pallone e del juke-box. 

È la quiete prima della tempesta di fine decennio. Ma il juke-box – all’idrogeno – sta per esplodere: l’Urlo di Allen Ginsberg sta per arrivare in Europa grazie alla traduzione di Fernanda Pivano e a quei bikini si affiancheranno le minigonne e agli slogan del Sessantotto. 

La quarta sala della mostra introduce gli anni Settanta, molto più turbolenti dei precedenti. L’allegria sessantottina è la diciottesima vittima della strage di Stato di piazza Fontana. L’economia industriale non è più in crescita, la spinta propulsiva iniziata con il Piano Marshall è esaurita. Nel 1973 arriva la crisi petrolifera che sconvolge economicamente e culturalmente il mondo occidentale. Lo storico inglese Eric J. Hobsbawm, comunista ma eterodosso rispetto alla linea di Mosca, nel saggio Il secolo breve parla di «nuova età della catastrofe» (1973-1991) dopo una breve «età dell’oro» (1945-1973). Il Medio Oriente alza i prezzi del petrolio e l’economia europea, basata sullo sfruttamento a basso costo di materie prime asiatiche e africane, precipita in fretta. L’Italia, abituata al benessere da quasi trent’anni, torna ad applicare misure di austerità a cui non era più abituata, come le chiusura forzata di bar e osterie a mezzanotte. La conflittualità sociale raggiunge livelli altissimi. Le manifestazioni di piazza si fanno sempre più bellicose. Sono gli anni d’oro dei movimenti e della “strategia della tensione”, ovvero la risposta sempre più violenta da parte dello Stato ai movimenti sociali, ma anche gli anni del nuovo diritto di famiglia paritario e non più patriarcale, della legalizzazione del divorzio e dell’aborto, del superamento dell’istituzione del manicomio.

Roma, 1974, foto di Leonard Freed

Leonard Freed (1929-2006), nato negli Stati Uniti da genitori est-europei in fuga dalle persecuzioni razziali, è da sempre innamorato dell’Italia e ne documenta i profondi cambiamenti: la legge Fortuna-Baslini che introduce il divorzio; il referendum abrogativo di quella legge, tentato e perduto dalla Chiesa cattolica, dalla Democrazia Cristiana e dalla destra; la campagna referendaria che sancisce il no all’abrogazione dei diritti dei coniugi. La sinistra fa leva sulla libertà di scelta, la Chiesa sul senso di colpa e sulla paura: «Contro gli amici delle Brigate Rosse, vota sì», recita un manifesto retrogrado. 

Sicilia, 1975, foto di Ferdinando Scianna

Ferdinando Scianna (1943), siciliano, è il primo fotografo italiano ad entrare a far parte della Magnum. Scianna documenta principalmente la sua terra, la Sicilia. La sua opera inizia illustrando il libro di Leonardo Sciascia Feste religiose in Sicilia e prosegue con il volume fotografico I siciliani. È grazie a quest’opera che Scianna ottiene di entrare nella più grande e prestigiosa agenzia di fotoreportage. Il suo scatto realizzato a Bagheria nel 1975, copertina della mostra ora ospitata a Genova, rappresenta una Sicilia apolitica in cui le mani reggono dei coni gelati. La Sicilia rilassata di Scianna è lontanissima da quella militante di suoi conterranei come Tano D’Amico o Letizia Battaglia. 

Il francese Raymond Depardon (1942), si reca a Trieste per incontrare il famoso luminare italiano della psichiatria Franco Basaglia. Il reportage realizzato tra il 1977 e il 1980 in vari ospedali psichiatrici in via di chiusura è un tributo al “dottore dei pazzi”, che ha trasformato il manicomio-lager in clinica di cura e mostrato che i degenti non sono criminali da punire ma malati da capire e da aiutare. Quello dei manicomi è un tema ricorrente nella fotografia degli anni Settanta, caro a vari autori come Letizia Battaglia e Gianni Berengo Gardin.

Con la quinta sala della mostra arriviamo agli anni Ottanta. L’attentato fascista alla stazione di Bologna e la “marcia dei quarantamila” a Torino mettono un punto alle lotte sociali del decennio precedente. Sono gli anni del “riflusso” nella sfera privata. Le nuove parole d’ordine sono moda, “Milano da bere”; i nomi sono Berlusconi e Craxi. L’Italia è un Paese corrotto, ma la notizia è che vince i mondiali di calcio. Sembra di sentire le parole di Giorgio Gaber: «mi scusi Presidente, lo so che non gioite se il grido Italia Italia c’è solo alle partite»: probabilmente il Presidente in questione è Sandro Pertini, l’ex partigiano che per sette anni ha ridato dignità all’immagine dell’Italia nel mondo. Intanto, il mondo assiste a una drastica svolta geopolitica: le macerie, stavolta, sono quelle del muro di Berlino, mentre la bandiera con i sogni di tanta gente del Novecento viene ammainata dal tetto del Cremlino.

Patrick Zachmann (1955), polacco emigrato in Francia per sfuggire all’antisemitismo sovietico, viaggia in Italia nel 1982. A Napoli documenta la Camorra e ne è sconvolto dalla violenza, tanto che il suo libro pubblicato l’anno successivo, che raccoglie le immagini partenopee, è intitolato Madonna!

Silvio Berlusconi, 1986, foto di Ferdinando Scianna

In questa sala compare di nuovo, come nella precedente, Ferdinando Scianna, stavolta con un ritratto realizzato nel 1986. È un volto che conosciamo bene, un volto inquietante: Silvio Berlusconi, truccato all’inverosimile, tanto da sembrare finto. Scianna si definisce «turbato» dall’incontro con quest’imprenditore volgare e pacchiano. Berlusconi è ritratto accanto alle sue televisioni e su un divano, dove la sua posa sfacciata e il suo sorriso teatrale ostentano arroganza e superbia. 

Pisa, foto di Martin Parr

Nel 1984 entra nella Magnum un innovatore. Si tratta dell’inglese Martin Parr (1952). Nonostante abbia iniziato a lavorare con reportage “canonici” sulla classe media nel Nord dell’Inghilterra, Parr rompe tutti gli schemi tradizionali della Magnum e del fotoreportage in generale. Il primo cambiamento apportato è l’introduzione del colore. È un’innovazione che fa discutere e non piace ai reporter tradizionalisti. Robert Capa ne sarebbe allibito, e anche Henri Cartier-Bresson (cui è oggi intitolata la principale scuola di fotografia parigina) ne è contrariato. In Italia Parr documenta il turismo di massa nelle principali città: Venezia, Milano, Pisa, Firenze. I suoi scatti, colorati e con inquadrature storte, sembrano una provocazione allo stile classico “bressoniano” della Magnum: rigoroso banco e nero, gesti eclatanti, composizioni perfette).

L’ultima sala della mostra ci porta negli anni Novanta e Duemila. Il Novecento è finito, il mondo è cambiato. Sulle ceneri della guerra fredda sorgono nuovi conflitti e nuovi assetti geopolitici. In Italia Tangentopoli travolge le istituzioni, la mafia fa sentire la propria voce, al governo arriva un partito senza ideologia e con un nome da stadio. L’Europa impone una moneta unica e l’Unione Europea non assomiglia affatto a quella sognata dagli antifascisti a Ventotene, nel Manifesto del 1941.

Profughi siriani, foto di Alex Majoli

Alex Majoli (1971), originario di Ravenna, documenta la realtà dei night club romagnoli, frammenti di mondi artificiali fatti per evadere dalla realtà: gli occhi sconvolti di chi balla mostrano tutti i danni delle nuove droghe sintetiche. Ma la sua attenzione viene richiamata da una nuova tragica notizia: a pochi chilometri dalla riviera romagnola, oltre l’Adriatico, la guerra e la pulizia etnica si affacciano di nuovo alle porte dell’Europa. L’Italia, che secondo la Costituzione «ripudia la guerra», bombarda la Serbia, che a sua volta ha attaccato la Bosnia. Gli intellettuali italiani prendono posizione: il prete genovese don Andrea Gallo denuncia alla Corte Costituzionale il capo del governo Massimo D’Alema; lo scrittore napoletano Erri De Luca va in Bosnia sotto i bombardamenti «per stare con la parte lesa». Mentre l’Europa assiste incredula a scene che credeva superate da mezzo secolo, numerosi fotografi, tra cui Majoli, che aveva già documentato le invasioni italiane in Afghanistan (2001) e in Iraq (2003), svolgono reportage nella ex Jugoslavia, come Robert Capa e Gerda Taro avevano fatto in Spagna ai tempi del Fronte Popolare e delle Brigate Internazionali. Il reportage di Alex Majoli, intitolato Migranesimo, mostra la tragedia a cui il Mar Mediterraneo assiste ormai quotidianamente.

Anche Peter Marlow (1952-2016), inglese, segue la guerra in Jugoslavia, dopo aver già documentato gli scontri a Derry, in Irlanda del Nord, del 1969. Non va al fronte, si limita a documentare i soldati americani a riposo nelle basi navali sull’Adriatico. Sono fotografie fredde, seriali, senza pathos. 

Lo sono anche le foto del romano Paolo Pellegrin (1964). Lavorando nell’ambiente della moda, Pellegrin riprende la trasformazione dei modelli in manichini, la perdita della loro umanità coperta dal trucco e dalle luci di scena. Pellegrin entra nella Magnum nel 2005 con il reportage sulla morte di Giovanni Paolo II: è un lavoro seriale, senza emotività, in cui vengono raccolti e decontestualizzati i volti dei fedeli che affluiscono in piazza San Pietro. Il lavoro che ha reso famoso Paolo Pellegrin è il reportage Migranti, realizzato a bordo di navi di fortuna nel Mediterraneo per conto di Médecins Sans Frontières.  

Chris Steele-Perkins (1947), inglese nato in Birmania, si occupa prevalentemente dei cosiddetti Paesi “in via di sviluppo”. Ma in Italia nel 2009 viene documenta la Clericus Cup vaticana, il torneo di calcio internazionale tra seminaristi e aspiranti sacerdoti.

Nel 2011 la banca torinese Intesa San Paolo commissiona al fotografo inglese Mark Power (1959) un lavoro sui centocinquant’anni della nascita del Regno d’Italia. Power unisce il fattore umano a quello urbano, ma le persone sembrano capitate accidentalmente all’interno dell’immagine, non sono più parte integrante della composizione come lo erano per i fondatori della Magnum.

Le ultima immagini esposte sono del tedesco Thomas Dworzak (1972). E sono fotografie a colori. Dopo aver già lavorato nei conflitti in Cecenia e in Jugoslavia, Dworzak ritrae il più tragico evento della storia italiana recente. A Genova, tra via Tolemaide e corso Torino, un plotone di carabinieri in assetto antisommossa picchia selvaggiamente un malcapitato manifestante. Le fotografie di  Dworzak durante il G8 di Genova, nel luglio 2001, mostrano la violenza in divisa, l’arbitrarietà dello Stato e la debolezza di manifestanti inermi e imbrattati di sangue. Sono le immagini terribili che hanno aperto il nuovo millennio. 

Colpisce, alla fine della mostra, la mancanza di fotografie realizzate da donne. E in realtà alla Magnum le fotografe sono sempre state un’esigua minoranza. Manca all’appello soprattutto la voce di Inge Morath, austriaca di nascita e statunitense di adozione, la primadonna ad entrare a far parte della Magnum. A lei esclusivamente il Palazzo Ducale di Genova aveva già dedicato una mostra durante l’estate del 2019.

***

Articolo di Andrea Zennaro

Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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