Marjia GIMBUTAS, l’archeomitologa

Prima scena. Prologo.
Nel buio della stanza compare una Donna con monili e abito tribale del Neolitico, mentre altre donne suonano i tamburi che trasmettono forza con i loro ritmi ancestrali.

Da sinistra: Tania Cristiani Carli, Lina Rossini, Paola Mucciolo. Inzago, Circolo della Gioventù
15 marzo 2019

La Donna dice: «Immagini sacre e simboli dell’antica Europa non saranno mai del tutto sradicate; sono caratteristiche persistenti nella storia umana che si impiantano nella psiche. La memoria collettiva va rimessa a fuoco. È una necessità sempre più impellente, poiché il cammino del progresso sta soffocando le condizioni stesse di vita sulla Terra.
Va contestata la tesi che la civiltà si associ esclusivamente a società guerriere androcratiche. Il principio su cui si fonda ogni civiltà si trova al livello della sua creatività artistica, nei suoi progressi estetici, nella produzione di valori non materiali e nella garanzia della libertà individuale che rendono significativa e piacevole la vita di tutti i cittadini e le cittadine, nel quadro di un equilibrio di potere equamente diviso tra i sessi.
Il Neolitico non fu un periodo prima della civiltà… è stato invece una vera e propria civiltà nella migliore accezione del termine».
Il suono dei tamburi va allontanandosi e accompagna l’uscita della Donna in abiti antichi.

Seconda scena: la telefonata a Marjia Gimbutas.
La figlia telefona alla madre che vive in America, a Los Angeles, per comunicarle che lo Stato della Lituania ha deciso di conferirle un importante riconoscimento per l’intera opera della sua vita di studiosa, per essere stata una pioniera nella ricerca. Presso l’università di Kaunas le sarà assegnato un premio.
Marjia al telefono: «Sono malata, lo sai, non posso muovermi!»
La figlia: «Mamma fai uno sforzo, se vieni diverrai un grande esempio per tutti i Lituani, specie per le donne della Lituania, visto che tutto il tuo lavoro ha riguardato l’universo femminile».
Marjia: «Va bene, verrò e sarà forse l’ultima volta che vedrò la mia terra».

Maria Grazia Borla e Vilma Maifreda. Inzago, Circolo della Gioventù, 15 marzo 2019

Terza scena. Premiazione di Marjia Gimbutas a Kaunas nel giugno 1993.
«Sono l’ultima figlia di Marjia Gimbutas e oggi ho l’onore di presentarvi mia madre che è di ritorno in Lituania, qui a Kaunas, dove riceverà il titolo di Dottora Lituana in Archeologia; lei aveva lasciato la terra dove nacque, Vilnius, perché la guerra le impediva di vivere e di compiere le sue ricerche. Rimase qualche anno in Europa, in Austria e in Germania, poi, nel 1949, si recò con le mie due sorelle maggiori in America. Là riuscì a compiere il suo lavoro, a studiare, a insegnare e a scrivere molti libri che erano il frutto dei suoi scavi in Europa. In essi ha voluto esprimere e rendere noti i suoi ritrovati archeologici e, ciò che più conta, esporre le sue teorie innovative sulle origini della cultura in Europa, ossia la riscoperta del Sacro dentro ogni donna. Ha rintracciato, nelle centinaia di statuette ritrovate nella Vecchia Europa, i segni che nessuno aveva saputo decodificare, che confermano la presenza di un periodo molto lungo in cui ha regnato la pace tra i popoli e la concordia tra i due sessi. Il patriarcato che è subentrato a tale periodo, con l’invasione dei Kurgan, per le donne è stato solo sinonimo di negazione di valore.
Lei ci parla delle origini della cultura europea, prima che le popolazioni indoeuropee invadessero l’Europa, in un periodo che va dall’8000 al 2000 a.C. Ha studiato i segni trovati sui reperti, le lingue, la mitologia comparata e le varie forme di folklore, fondando quindi una nuova disciplina: la mito-archeologia che è a carattere multidisciplinare.

La verità non è venuta nuda in questo mondo, ma in simboli e in immagini!
La parola al rettore dell’università: «Siamo qui riuniti per premiare e festeggiare Marjia Gimbutas, ritornata nella sua terra nativa che la vuole onorare per il lavoro svolto durante tutta la vita. Ora possiamo guardare il mondo attraverso nuove lenti e… quanto grandi sono queste lenti! Quanto ci sembra piccola la cultura con la quale siamo cresciuti, dopo aver ammirato le scoperte di Marjia Gimbutas e quante sono le implicazioni non solo storiche, ma anche sociali e antropologiche che da esse derivano. Ciò significa che la Dea di cui lei ci ha parlato non è solo un concetto connesso al Sacro, ma alla sacralità dell’esistenza in tutte le sue accezioni: storiche, politiche, sociologiche, artistiche, psicologiche e di certo spirituali. Per troppo tempo la visione patriarcale ha tenuto ai margini le donne e le loro doti spirituali. Siamo grati anche a Joan Marler, allieva diretta di Gimbutas, che ha curato tutte le sue opere e ne divulga il suo lavoro in tutto il mondo. Gimbutas è considerata come una delle donne più significative del XX secolo, poiché ha concepito una nuova disciplina, “l’archeomitologia”, compiendo una ricerca multidisciplinare che l’ha portata a tracciare una nuova storia delle origini dello sviluppo culturale europeo e noi ora raccogliamo l’eredità del suo lavoro pioneristico. Le sue scoperte sono paragonate a quelle della stele di Rosetta. Ha raccolto molte testimonianze nelle nostre campagne lituane, valorizzando la vita dei contadini e delle contadine, testimoniando l’immenso rispetto che questi e queste avevano nei riguardi della Terra stessa, che andavano baciando la mattina e la sera, dandole offerte in segno di gratitudine per la vita che da essa scaturiva. Il Cristianesimo non ha mai fatto scomparire la percezione popolare di un intero cosmo che era vivo in quanto connesso allo Spirito. Noi oggi, nel consegnarle la targa d’onore, le riconosciamo il valore di aver scoperto “le manifestazioni spirituali dell’Europa Antica”.

 Marjia Gimbutas nel giorno del riconoscimento come archeomitologa ufficiale all’università
di Kaunas, giugno 1993

Marjia Gimbutas, ti premiamo per essere stata una pioniera nella determinazione della religione nel Neolitico, della civiltà e della struttura sociale dell’Europa. Benché tu sia malata, hai voluto tornare nella tua amata terra per vedere riconosciuto il tuo instancabile lavoro di ricerca che noi possiamo trovare nei numerosi libri da te scritti. La Lituania e l’Europa intera ti onorano.

Quarta scena. Marjia racconta di sé.
«Sono estremamente onorata di ricevere questi riconoscimenti, specie dopo essere stata anche molto ostacolata nel mio percorso. Molti, specie uomini, non hanno creduto alle mie teorie nelle quali ho perseverato. Vi parlerò di me… Sono nata il 23 gennaio 1921 a Vilnius, in una famiglia di studiosi: mia madre Veronica è stata la prima oftalmica lituana, mia zia era dentista e mio padre medico. Ho frequentato una scuola Montessoriana, fondata e organizzata da mia madre che credeva in quel metodo. Potei godere, fin da bambina, di una immensa libertà. Eravamo libere di creare le nostre individualità, anche se il lavoro in casa e l’istruzione venivano sempre al primo posto.
Entravo spesso nella chiesa di Vilnius, attratta dalla statua lignea della maternità divina che mi affascinava molto. Ma in Lituania ci sono molti simboli antichi che precedono il cristianesimo; ci sono canti, culti legati alla terra che si sono mantenuti a lungo, proprio perché è stato l’ultimo paese europeo a essere cristianizzato, così che non ha perso le sue antiche tradizioni. Si onoravano le ninfe delle foreste, le dee dei boschi, gli spiriti delle montagne, delle pianure, delle acque, gli spiriti dei campi. Ci si aspetta un’assistenza divina dalle foreste vergini, in cui si veneravano sorgenti e alberi, alture e colline, pietre verticali e montagne inclinate, tutto ciò che si presume possa dare all’umanità forza e potere. Mio padre, che era un rivoluzionario, contrario alle varie invasioni che si andavano succedendo, voleva una Lituania libera e ricca delle sue tradizioni. Si impegnò per mantenerle vive e io, che ho condiviso questa sua passione, ho compiuto una raccolta di canti popolari legati ai lavori nei campi che le donne anziane ancora ricordavano; ho girato con un registratore per tutta la Lituania per raccogliere questi antichi canti.

Musica lituana

 Marjia Gimbutas col padre, 1942

Mio padre studiò le forme di sepoltura del passato e quando morì io avevo 16 anni e decisi di voler continuare la ricerca sulle modalità di sepoltura che lui aveva iniziato; è così che cominciai a scavare.
Nel 1940 ci fu l’occupazione sovietica con le deportazioni in Siberia e la persecuzione degli ebrei che io ho visto sfilare verso l’ignoto. Nel 1942 mi sposai col compagno dei miei studi, poi ci fu la nascita della prima figlia. Pubblicai un libro sui riti funebri in Lituania. Nonostante gli orrori della guerra e la successiva occupazione tedesca, riuscivo a tenermi in vita rifugiandomi nei miei studi. Ho frequentato la facoltà di filologia all’università di Kaunas, occupandomi del particolare aspetto linguistico che vede la lingua lituana molto simile al sanscrito; mi affascinavano le lingue Indo-Europee dei Baltici.
Mi laureai nel 1944, poi fuggimmo dalla Lituania e compii un dottorato in archeologia a Tubinga nel ’46, studiando storia della religione baltica che vede la presenza di molte divinità femminili. Nel ’48 nacque la seconda figlia e nel’49 lasciammo l’Europa per andare in America: nella borsa la tesi di dottorato e in braccio le piccole. Nel 1949 arrivammo negli Stai Uniti come rifugiati. Ottenni un posto nell’università Harward di Boston e, benché fossi una donna, potei entrare in quella roccaforte maschile grazie alle mie competenze archeologiche, supportate dalla conoscenza delle lingue slave che nessuno possedeva. Nel ’54 nacque la terza figlia, nel ’55 uscì il libro La preistoria dell’Europa orientale sul mesolitico, sul neolitico e sull’età del rame.
Nel 1956 sostenni l’ipotesi dell’invasione dei pastori nomadi Kurgan, che hanno imposto la belligeranza e la dominanza maschile in Europa. Partecipai nel 1960 a Mosca, sfidando le autorità sovietiche, a un convegno dove, dopo molti anni, ho avuto l’opportunità di rivedere mia madre. I miei libri erano vietati dal KGB e avevo molta difficoltà a reperire materiali a causa della guerra fredda che impediva la spedizione di pacchi in America. Mentre di giorno andavano nascendo le mie teorie, di sera suonavo il pianoforte per distendermi.

Finalmente dall’università UCLA in California, a Los Angeles, ricevetti i fondi necessari per effettuare gli scavi in Europa. Tra il 1967 e il 1980 tutte le estati andai a scavare con la mia equipe, munita di cappello, tuta e spatola, nella mia cara Old Europe: Macedonia, Yugoslavia, Grecia, Puglia, Bosnia. 

Le centinaia di statuette trovate sono tutte femminili.
Sia sopra di esse che sopra i vasi trovati ho rinvenuto i simboli legati alla natura, ho trovato molte associazioni tra di loro così da decifrare il pensiero mitologico che li lega. Rivelano cerimonie religiose, celebrate dalle nonne e dalle madri del periodo neolitico; le donne erano i capi-clan, intese come regine-sacerdotesse; era quindi una gilania. I reperti parlano un proprio linguaggio riferito alla Dea dispensatrice di vita, di fecondità e reggitrice della morte; i simboli più presenti sono le V delle vulve, i seni, i meandri delle acque, le coppe. Le spirali disegnate sull’uovo sono il segno del suo potere vitale, così come lo sono gli uccelli e i serpenti che confermano il simbolismo della rigenerazione della vita. I colori hanno particolari significati: il nero era segno del buio della fecondazione, mentre il bianco designava la morte.

Sopra questo materiale degli scavi riuscii a fare un grande lavoro di sintesi che nessuno aveva mai fatto, studi di tipo interdisciplinare, che comprendessero cioè la linguistica, la mitologia, l’archeologia e le religioni con le analisi storiche, per decifrare le antiche culture, affinché quelle centinaia di statuine trovate non restassero solo incomprensibili polverosi reperti destinati a scantinati di musei.

riproduzioni realizzate da studenti del Liceo
Maffeo Vegio di Lodi

Sviluppai così il concetto di religiosità femminile, di una Dea madre a cui tutti e tutte si rivolgevano nel compiere i loro riti. Ho avuto grandi intuizioni sul matrilineare e matrilocale e scoprii le manifestazioni spirituali dell’Europa grazie alle figure femminili. La Dea è simbolo dell’unità degli esseri viventi sulla Terra, con egualitarismo tra i sessi. Il cristianesimo portò nuovi simboli, ma quelli antichi, anche quelli preistorici, non furono dimenticati, ma assorbiti. Riuscimmo a fare una rivalutazione della cronologia dei Greci e dei Balcani rispetto a Troia e all’antico Vicino Oriente che causò una piccola rivoluzione nell’archeologia.

Pubblicai nel 1989 Il linguaggio della Dea, ricco di simbolismo iconografico dell’Europa Antica: dea gravida, dea serpente, dea uccello, dea rana, dea che protegge la nascita, la dea nutrice; il testo è stato riccamente documentato da ottimi disegni e precise didascalie

Ho sviluppato la mia archeomitologia con una teoria comparativa che vede l’unità di tutta la Natura in una visione olistica della sacralità e del mistero presenti nel Neolitico. Significativa è l’assenza di armi da guerra e l’assenza di aggressioni territoriali. Al termine di questo periodo neolitico vi è l’arrivo dei Kurgan e con essi hanno inizio il patriarcato e le guerre.

Ho mantenuto un forte legame con la spiritualità lituana, con le feste legate al ciclo naturale, ai solstizi e agli equinozi, benchè abbiano subito una notevole censura dal sistema sovietico.
Vi ricordo che la linea evolutiva umana e la nostra stessa sopravvivenza sono inseparabili dalla vita della nostra Madre, la Terra, e che i nostri antenati più antichi vivevano questa stessa realtà. Noi tutti siamo degli avi in divenire, inevitabilmente ci muoviamo verso il mondo degli antenati. Dobbiamo avere il coraggio di usare i nostri poteri, di ricordarci i nostri più antichi diritti alla vita al fine di modellare responsabilità, saggezza e volontà per le giovani generazioni e per quelli che devono ancora arrivare».

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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