Editoriale. Saman e le altre. Il mondo salvato dai ragazzini e dalle ragazzine

Carissime lettrici e carissimi lettori,

è sicuramente prima di tutto una questione di genere. Quel corpo di ragazza, molto probabilmente uccisa, sicuramente umiliata e isolata nella sua breve vita di soli diciotto anni, è stato di nuovo non capito e abusato. Se ne è fatto, in sua assenza, un argomento di discussione distorta e di parte. Un’arma da imbracciare per distruggere chi si avversa a non comprendere, non prendere le parti della vittima. Come succede alle donne, a tutte le donne che subiscono violenza. Saman è rientrata nella perenne campagna elettorale dove l’oggetto principale è il voto scrutinato e non la dignità da difendere, costi pure quel voto.

La morte, senza il suo corpo, di Saman Abbas è il rancore verso chi viene da lontano, chi è portatore di un credo diverso, chi vorrebbe invece cambiare il mondo, cominciando da quello di partenza. 

Si deve parlare di Saman Abbas perché si deve parlare di donne. Delle donne in Italia e delle/degli adolescenti nella delicata età della vita in cui si trovano. Ci si deve chiedere perché Saman, come tante donne italiane e straniere non vengono ascoltate anche se denunciano e Saman, come le altre donne violentate e uccise, ha denunciato la sua situazione, ma per qualche motivo, che probabilmente verremo a sapere, non le è stata salvata la vita. Lo sapevano i carabinieri, dai quali si era recata il 22 aprile, lo sapeva il fidanzato al quale aveva mandato un messaggio avvertendolo di intervenire se non l’avesse sentita per due giorni di seguito.  

Si deve parlare di lei per discutere, senza pregiudizi e stereotipi, dell’emigrazione e dell’emigrazione femminile in particolare, doppiamente penalizzata, immersa nel doppio maschilismo delle società di partenza e di arrivo. Se ne deve parlare per abolire gli odi facili legati alla religione, alle tradizioni, certamente esistenti, ma non legalizzate, dei paesi di provenienza. Bisogna pensare invece al vivere comune. Perché una cosa è certa: a Novellara, un paese di tredicimila abitanti a un passo da Reggio Emilia, nessuno conosceva Saman e neppure conosceva la sua famiglia, che non frequentava, essendo sciita, la moschea locale. Dobbiamo capire, al di là dei discorsi oscurantisti di pancia, che procacciano solo voti, che se ci si conosce bene o meglio si riescono a chiarire i problemi e semmai si va alla loro soluzione. L’abbandono scolastico di Saman Abbas poteva, e doveva, essere discusso a scuola, nella scuola italiana dove Saman voleva continuare ad andare. La mediazione linguistica, della quale casualmente mi sono personalmente occupata più volte, anche in quei luoghi, non deve neppure tradursi nell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, ma deve, come spesso succede, collaborare a capire i problemi dei ragazzi e delle ragazze straniere e fare ponte tra la scuola e le famiglie.

Le crociate religiose e contro la razza (?) sono solo dannose e non aiutano le giovani e i giovani che vogliono sentirsi italiani e italiane come Saman (Italian Girl, come si definiva su Istagram). Si deve invece parlare dello ius soli: da troppo tempo trascurato perché poco foriero di voti nelle urne elettorali.

Non dobbiamo dimenticarci di Saman Abbas come, parlando di lei, non dobbiamo lasciare alle spalle la vita, spezzata anche questa, di Seid Visin, un ragazzo adottato di origini etiopiche, di appena tre anni più grande di lei, ma con dentro l’enorme uguale dolore di un disagio, di un’adolescenza mal sopportata. Per il suicidio di Seid si è detto troppo, che non fosse, come diceva nella lettera scritta due anni fa, causato dal razzismo. Ma anche in questo caso: che se ne parli! Perché le leggi siano attuate prima possibile. Pensate e giuste per non far soffrire nessuno. «Con queste mie parole crude, amare, tristi, talvolta drammatiche non voglio elemosinare commiserazione o pena – scriveva Seid Visin –  ma solo ricordare a me stesso che il disagio e la sofferenza che sto vivendo io sono una goccia d’acqua in confronto all’oceano di sofferenza che stanno vivendo quelle persone dalla spiccata e dalla vigorosa dignità, che preferiscono morire anziché condurre un’esistenza nella miseria». Insomma Seid, allora, a meno di venti anni ricorda a noi adulte e adulti l’idiozia dell’espressione «aiutiamoli a casa loro», valida solo se ridasse dignità e vigore per fare in modo che nessuno/a più abbia bisogno di fuggire dalla propria terra perché sfruttata dall’ingerenza economica e dal consenso politico del cosiddetto occidente del mondo. Vale a dire della parte ricca (o più ricca) dell’umanità che ha dato il via a questa migrazione. «Si emigra perché non siamo alberi» ha detto un giorno un poeta azhara (etnia perseguitata in Afghanistan) ai ragazzi che lo stavano ascoltando in una scuola emiliana. Ma aggiungerei che non si emigra solo per curiosità, per intraprendenza, ma per risolvere i problemi estremi che coinvolgono chi emigra e i suoi familiari. Si emigra rischiando altissime probabilità di morte.  

Per loro, per questi e queste giovani di seconda generazione che vivono su di loro pesantemente il destino di “senza terra” vorrei dare una aggiunta positiva e ottimistica a ciò che sto scrivendo perché Saman, una ragazza che non aveva ancora venti anni, voleva cambiare il suo mondo e cercava la libertà.

Infatti. Sembrerà ovvio, ma il futuro è in mano ai ragazzi e alle ragazze. Ovvio, ma non scontato. Nelle sale cinematografiche, appena riaperte, sta circolando un film documentario, Now, opera prima del regista tedesco Jim Rakete, che ci fa da mentore di quanto il mondo di oggi sia pieno delle parole e delle grida di aiuto da parte dei giovanissimi e, soprattutto, delle giovanissime. Ma anche quanto poco il loro messaggio rimanga fondamentalmente inascoltato da noi adulti a cui è dato il compito difficilissimo, ma doveroso, di educare e proteggere.

Abbiamo via via celebrato, come tutti gli anni, la Giornata mondiale dell’Ambiente, dell’Acqua, della Meteorologia, della Terra, fino alla Giornata mondiale deli Oceani (che cade l’8 giugno). Stiamo ancora cercando la via di uscita da una pandemia che ha tenuto il mondo intero serrato negli interni, purtroppo anche degli ospedali e delle loro delle terapie intensive. Abbiamo pianto chi se ne è andato via senza neppure la possibilità e il tempo di un saluto. Noi adulti abbiamo letto, ascoltato quanto sia importante salvare la Terra, ma forse ancora non lo abbiamo compreso.

Erano state le ragazzine ad indicarcelo. Come le Green girls (Storie vere di ragazze dalla parte del pianeta, Giunti editore), le trentadue ragazzine di tutti i continenti, raccontate dalla giornalista Christiana Ruggeri con le belle illustrazioni di Susanna Rumiz, che si sono impegnate a salvare il mondo.

Le ragazzine vogliono cambiarlo il mondo, il loro e quello degli adulti che avevano il dovere di proteggerle insieme ai loro coetanei maschi.

Quasi inaspettatamente hanno preso in mano la situazione. Hanno risposto in migliaia ai FridayForFuture decretati dalla piccola Greta Thunberg. Una buona parte di loro (le eccezioni sono davvero rare) si sono diligentemente attenute/i alle regole, non facili per la loro età, relative al lockdown e hanno risposto meravigliosamente alla Dad, la didattica a distanza che hanno provato anche loro per la prima volta insieme alle e ai loro insegnanti. Sono stati e state capaci di proteggere i nonni e le nonne dal virus che poteva essere mortale e che potevano veicolare. Poi li abbiamo trovati volontariamente in fila per il vaccino, senza timore, senza discriminazione di etichetta, forse solo con la speranza di vivere un’estate più serena e di ritornare a frequentarsi, senza muri, senza la mediazione elettronica che pure aveva avuto su di loro un fascino spropositato.

Questi e queste giovani hanno bisogno di natura, ma anche di una città diversa, una Smart city, un luogo intelligente che corrisponda all’idea di una “città in 15 minuti” secondo il modello lanciato dal direttore scientifico della Sorbona di Parigi, Carlos Moreno, dove tutto sia raggiungibile a piedi. «Una città intelligente deve iniziare da una rete di dati wireless potente e con una copertura fitta di sensori in modo che le informazioni arrivino in tempo reale. Le persone che aspettano un autobus in una smart city sanno al secondo quando arriverà, sanno quanta energia hanno consumato a casa e sono in grado di prendere un appuntamento in ospedale via app in due minuti».

I ragazzi e le ragazze stanno facendo capire, a noi adulti, che il nostro rapporto con il mondo deve essere di rispetto, oserei dire, di aiuto reciproco, senza abusi. Ce lo dicono con una maturità sorprendente. Allora, se saremo noi a dare retta a loro, fermeremo il conto che porterebbe al riscaldamento di tre gradi il clima della terra causando la distruzione di molte specie animali e alla sicura cancellazione di tanto spazio terreno a causa dell’innalzamento del livello delle acque dei mari.

È giunto il momento, con l’aiuto di Sara Marsico, di presentare gli articoli del nuovo numero. Mary Grant Rosetti è la donna di Calendaria, giornalista, la prima in Romania, rivoluzionaria e filantropa, che diede un apporto fondamentale alla primavera dei popoli del 1848. Di un’altra donna, Elisa Salerno, una vita senza tregua per la causa santa della donna, parla l’autrice dell’articolo che ci fa scoprire una pensatrice, studiosa, teologa, giornalista ed editrice scomoda e poco conosciuta, che si batté per il miglioramento delle condizioni delle lavoratrici in un ambiente, quello cattolico, molto distratto su quelle tematiche. In viaggio con Fatima Mernissi è il percorso di genere di questa settimana, che ci porta in Marocco sulle orme di una delle scrittrici più interessanti dei nostri tempi. Da Gloria Anzaldua, scrittrice, poeta e militante statunitense, discendente di coloni spagnoli, non sarà difficile essere sedotti, come l’autore dell’articolo che ce la presenta, esplorando il mondo delle donne del Terzo mondo negli Stati Uniti.

Di preistoria si parla in due articoli, Un salto nella preistoria e La donna nella preistoria, in cui chi legge potrà verificare il passaggio dalle primitive società in cui la donna aveva un ruolo determinante e per nulla sedentario alla società patriarcale. Dall’epoca per noi più lontana arriviamo ai nostri giorni e per la sezione Pillole di storia incontriamo il movimento No Global, descritto dalle origini alla nascita del World Social Forum di Porto Alegre, che conierà lo slogan «Un altro mondo è possibile». Le Menadi: tra mondo d’incanto e cupo delirio è l’estratto di una tesi che ci guida, attraverso la rappresentazione nell’arte, alla scoperta delle seguaci di Dioniso, le Baccanti.

Tempi di meritati successi sono poi quelli dell’assegnazione dei premi del Concorso Sulle vie della parità, ideato da Toponomastica femminile, Un Concorso di idee, valori e progettualità, che in questo difficile anno di pandemia ha visto la partecipazione di 28 istituti e più di 1800 studenti. Dalla sezione Narrazioni potrete apprezzare la scorrevolezza e la piacevolezza di uno dei racconti vincitori, Buongiorno gioia.

Un interessante resoconto, Enti pubblici, università, amministrazioni: assenze e presenze femminili in Toscana e oltre, indaga sulla presenza delle donne nelle posizioni apicali, con esiti solo in parte prevedibili.

Le recensioni che potrete leggere sono: Sulle vie delle donne, un libro che indaga sulla misoginia odonomastica a Fano, dal periodo post-unitario ai giorni nostri e il film Le ali della libertà, letto attraverso le lenti delle funzioni della pena.

Dall’interessantissimo Convegno della Società delle storiche che si svolge in questi giorni pubblichiamo l’articolo relativo al panel Environmental, justice, difesa della terra e movimenti delle donne. Riflessioni e prospettive interdisciplinari di ricerca, Giustizia ambientale: in Africa come in America donne protagoniste delle lotte. Oltre a questo, altri significativi argomenti sono stati: Movimenti, cittadinanza e rappresentanza politica delle donne in Italia sullo sfondo dello sviluppo economico e Scrivere per governare: regine, duchesse, aristocratiche nell’Italia del Quattrocento.

Si chiude, come di consueto, con la ricetta: il Pesto Trapanese, variante di quello genovese, con mandorle e pomodori, da gustare con le busiate, un particolare formato di pasta.

Abbiamo parlato tanto in questo editoriale di ragazze e ragazzi. Purtroppo delle loro storie infelici. Vorrei con voi dedicare a Saman, a Seid e a tutte le ragazze e i ragazzi che si sentono “senza patria” questa poesia cantata dalla splendida voce dell’ispano israeliana Yasmin Levy. Perché si sentano parte di una società che li accoglie, al fianco delle nostre figlie e figli.

Naci en Alamo

Hermoso …. todos somos ciudadanos de este mundo pero el mundo ya no es nuestro

No tengo lugar
Y no tengo paisaje
Yo menos tengo patria
Con mis dedos hago el fuego
Y con mi corazon te canto
Las cuerdas de mi corazon lloran

O tengo lugar
Y no tengo paisaje
Yo menos tengo patria
Con mis dedos hago el fuego
Y con mi corazon te canto
Las cuerdas de mi corazon lloran

Naci en alamo
Naci en alamo
No tengo lugar
Y no tengo paisaje
Yo menos tengo patria

O tengo lugar
Y no tengo paisaje
Yo menos tengo patria
Naci en alamo
Naci en alamo
No tengo lugar
Y no tengo paisaje
Yo menos tengo patria.

Traduzione

Non ho posto
Non ho paesaggio
Non ho casa
Accendo il fuoco con le mie dita
E con il cuore ti canto
Le corde del mio cuore stanno piangendo / in lutto
Sono nato ad Alamo
Sono nato ad Alamo

Non ho posto
Non ho paesaggio
Non ho casa
Sono nato ad Alamo
Sono nato ad Alamo
Ah, quando cantano
e con il suo dolore
ti distruggono

Buona lettura a tutte e a tutti.

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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