Il mondo nuovo. Il movimento No Global

La Globalizzazione è il fenomeno internazionale di progressivo superamento delle barriere geografiche che ostacolano la circolazione di persone, merci, idee e informazioni. Tale processo uniforma le condizioni economiche e gli stili di vita del mondo intero avvicinandoli al modello consumistico occidentale senza però estendere anche i diritti e gli agi di cui l’Occidente gode da decenni.

In generale, globalizzazione non è sinonimo di cosmopolitismo, dal momento che quest’ultimo prevede la fratellanza e la solidarietà fra tutti gli esseri umani nel rispetto delle diversità locali, mentre la prima indica un appiattimento generale, soprattutto nei costumi e nella cultura dei diversi popoli che si conformano a un modello unico. A gestire il potere a livello mondiale sono organismi sovranazionali (Fondo monetario internazionale, Banca mondiale, Banca centrale europea, World Trade Organization…) sostenuti dai summit dei Paesi più ricchi, che impongono la via da seguire alle imprese minori e agli Stati in via di sviluppo, che decidono le sorti dell’intero pianeta e di tutti i suoi abitanti. Così gli Stati, privati della propria sovranità decisionale, sono ridotti a vassalli di un impero finanziario che detta legge indisturbato e le cittadine e i cittadini, degradati a sudditi, subiscono tutto senza nemmeno avere idea di chi prenda realmente le decisioni.

Manifesto del movimento Reclaim the streets

Negli anni Novanta in Inghilterra nasce Reclaim The Streets, un movimento giovanile libertario ed ecologista che organizza rave bloccando le strade e, a traffico fermo, monta altalene e reti da pallavolo, pianta alberi e fiori, fa esibire trampolieri, percussionisti e giocolieri fra canne e musica a volume altissimo, con lo scopo di reclamare spazi pubblici, aree verdi, piste ciclabili e luoghi di autogestione collettiva, contro le leggi repressive del governo Thatcher che vietano il consumo di cannabis, l’arte da marciapiede, l’elemosina, la musica di strada e l’attacchinaggio non autorizzato. 

Il colpo di scena messicano, con la Rivoluzione zapatista del 1° gennaio 1994, che porta nel primo mondo la voce del terzo, apre la strada a movimenti nuovi. Quel passamontagna nero che copre il volto dei ribelli zapatisti rappresenta i dimenticati, gli invisibili per la società dei ricchi. E rapidamente dal Chiapas quel simbolo fa il giro del mondo. Nel 1994, nel Nord-Est d’Italia (Milano, Padova, Vicenza, Porto Marghera, in seguito anche Genova, Bologna, Roma e Napoli) nasce un movimento nuovo.

Il neoeletto sindaco leghista milanese Marco Formentini è ossessionato dal voler sgomberare i centri sociali, in particolare il Leoncavallo, storica sede dell’Autonomia milanese: il suo insulto rivolto agli occupanti, «siete solo dei fantasmi del passato», viene preso alla lettera e, come presa in giro, nascono le Tute Bianche. Quando la polizia tenta lo sgombero dello stabile, è accolta con una pioggia di molotov dal tetto del Leoncavallo e rinuncia all’operazione. Comincia così il governo leghista di Milano. Essere vestiti allo stesso modo complica alla Digos l’identificazione di chi partecipa alle manifestazioni; inoltre il bianco è la somma di tutti i colori e rappresenta il mondo diverso sognato dagli zapatisti messicani, «un mondo che contenga molti mondi», indossato al posto della tuta blu che rappresentava solo la classe operaia, non più centrale nel XXI secolo in cui i nuovi invisibili sono i lavoratori e le lavoratrici precarie di tutti i settori produttivi.

Manifestazione delle Tute Bianche

La più importante caratteristica delle Tute Bianche è la pratica della disobbedienza civile preannunciata: prima di ogni manifestazione dichiarano pubblicamente ciò che faranno, poi si bardano con parastinchi, ginocchiere, caschi, maschere antigas, armature di gommapiuma e scudi di plexiglass e violano le zone vietate, di solito con la tattica romana della “testuggine”. Grazie soprattutto ai gommoni in prima fila, riescono a sfondare i cordoni della polizia. La costanza usata nell’avanzare e prendere le botte tutti insieme ha spesso impedito ai celerini di rompere le loro fila e contenuto il numero di feriti negli scontri. Le Tute Bianche costituiscono la prima fila non solo di contestazioni di summit e vertici internazionali ma di numerosi cortei su tematiche diverse, di cui le più note sono le manifestazioni antirazziste che a Milano e a Trieste rompono il muro di polizia che circonda un centro di permanenza temporanea permettendone l’accesso ai giornalisti violando l’ordinanza della questura.

Seattle, 1999

A contestare la globalizzazione neoliberista sono tantissimi gruppi diversi, pacifici e bellicosi, dai collettivi anarchici alle associazioni ambientaliste e cattoliche. Tutti questi gruppi si ritrovano insieme nel 1999 a Seattle contro il vertice della World Trade Organization. Là, per la prima volta, tutti i gruppi, con modalità diverse, praticano l’assedio alla “zona rossa” (area della città interdetta alla circolazione), con l’obiettivo, effettivamente raggiunto, di impedirne l’accesso ai padroni del mondo e bloccare il vertice. Da qui i giornali attribuiscono al movimento il nome di «Popolo di Seattle».

Seattle, 1999

Le manifestazioni di questo “movimento dei movimenti” si presentano di solito divise in tre blocchi. Il cosiddetto “blocco rosa” è nonviolento di formazione cattolica o ghandiana e la sigla più nota al suo interno è Rete Lilliput; il “blocco giallo”, costituito prevalentemente dalle Tute Bianche italiane, pratica la disobbedienza civile organizzata, puntando soprattutto a violare le zone vietate; il “blocco blu” è la parte più bellicosa del movimento, che spesso cerca lo scontro con le forze dell’ordine; da quest’ultimo gruppo nasce il Black Bloc, formazione anarchica che distrugge i simboli della globalizzazione neoliberista, come vetrine di banche, sedi di multinazionali e fast food o agenzie di lavoro interinale, ma senza danneggiare persone né edifici di altro tipo. Il Black Bloc non incendia le automobili, non attacca le persone e non tocca obiettivi civili, al di fuori di quelli che rappresentano esplicitamente il capitalismo moderno: nel mondo neoliberista il “nemico” non sta solo asserragliato dentro un palazzo ma soprattutto dislocato per tutto il territorio metropolitano. Nella storia del movimento No Global saranno ripetute più volte contestazioni simili a quella di Seattle, di cui la più nota si svolge a Praga nel 2000 contro il vertice congiunto di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale: una delle principali richieste del movimento è la riduzione del debito dei Paesi più poveri.

Striscione del World Social Forum, Porto Alegre, 2001

A Porto Alegre, in Brasile, per la prima volta nel Sud del mondo, nel gennaio del 2001 nasce una rete internazionale, il World Social Forum (Wsf): si tratta si tratta di uno spazio di riflessione collettiva, dibattito pubblico e autorganizzazione di tutti e tutte coloro che si oppongono alle politiche economiche e militari del sistema neoliberista, con lo slogan «Un mondo diverso è possibile» (da cui la definizione di altermondialista come sinonimo di No Global). 

Sono anni, quelli tra la seconda metà degli anni Novanta e l’inizio del nuovo secolo, in cui l’altermondialismo è nell’aria più che nelle vetrine elettorali, in cui il kebab è più di moda del McDonald’s, la kefyah palestinese è al collo di quasi tutti i giovani e gli avvenimenti mediorientali africani o latinoamericani sono al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica europea. 

Da Porto Alegre vengono dati al movimento altri due grandi appuntamenti per il 2001: a Napoli a marzo contro il Global Forum e a Genova a luglio contro il G8. La decisione di tenere il vertice nel capoluogo ligure è stata presa nel 1999 dal governo presieduto da Massimo D’Alema. Qui confluiranno non solo militanti storici ma anche numerosissime donne e uomini di varie età ed estrazioni sociali per ricordare in maniera del tutto pacifica che le ingiustizie del mondo non stanno passando inosservate.

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Articolo di Andrea Zennaro

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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