Le Menadi: tra mondo d’incanto e cupo delirio

Il mondo delle streghe, così come venne presentato dai demonologi cristiani, ha in realtà le sue radici in culti e miti pagani che non hanno mai smesso di vivere nell’animo umano delle innumerevoli culture, che si sono protratte nei secoli, per la carica esistenziale e non solo del loro credo. Tale forza è data dal fatto che le pratiche cultuali non nacquero da una storia o da una credenza, ma da un’intrinseca forza di appartenenza al divino comune a tutti gli uomini. Le danze, le movenze del corpo e il ritmo non erano dettate da un comando intellettuale e utilitaristico ma da un richiamo di vicinanza dell’uomo al divino.

La necessità di consacrare in parole l’afflato divino del culto portò conseguentemente alla nascita del Mito. Considerato dal cristianesimo primitivo come una favola, come una storia immaginaria che si oppone alla realtà, il mito esprime per le società arcaiche e primitive una verità assoluta perché racconta una storia sacra, una rivelazione transumana che è avvenuta all’alba del Grande Tempo.
L’essere umano, creando un legame così forte con il mondo sovrumano, entra nel cuore del mistero della propria esistenza, il legame con questa forza intrinseca divina lo porta a vivere una crisi tra la sua duplice essenza di essere vivente e morente. Pienezza della vita e violenza della morte convivono necessariamente insieme, coloro che generano qualcosa di vivo si immergono nelle profondità primigenie ove hanno dimora le forze della vita. Per questo motivo i culti legati al mondo della fertilità hanno uno stretto legame con il mondo della morte.
In questa duplice realtà si ritrovano le seguaci di Dioniso, le Menadi. Trasportate dal dio nel mondo delle origini, il caos precosmogonico, e inebriate dalla vita queste donne, madri, nutrici e fecondatrici diventavano anche ferine e portatrici di morte. Le Menadi o Baccanti, travolte dalla frenesia del dio, vivevano in uno stato liminare, tra mondo d’incanto e cupo delirio. Euripide in Le Baccanti le descrive come donne inebriate che, colpendo coi tirsi le rupi, ricavavano acqua freschissima, vino e bianco latte. Il loro senso materno era così forte e travolgente, quasi esasperato, che si portavano al seno anche cuccioli di capriolo e lupacchiotti.

L. Gaultier, Le Baccanti, 1614, da Filostrato, Les Images

Nelle Dionisiache di Nonno di Panopoli, le Baccanti rapiscono dalle case gli/le infanti e nelle foreste nutrono leoni e le/i piccoli neonati come se fossero propri figli. Il loro istinto materno e la danza beatificante si tramutavano in frenesia sinistra, le Menadi spinte da un tale stato inebriante si trasformavano da fecondatrici a portatrici di morte, sbranando le/i neonati e le bestie dopo averle allattate.
Non solo deliranti ma anche sofferenti. Le seguaci di Dioniso dovettero subire anche le sue stesse pene, lo si evince nel mito di Licurgo in cui quest’ultimo cacciò le Menadi per i campi di Nisa insanguinandole con le sue armi, mentre il dio cercava rifugio nelle profondità marine.

L’ambiguità e la complessità di queste donne verrà assorbita dalla Chiesa che le vedrà esclusivamente come streghe folli, malefiche e fautrici di tempeste. Anche le opere d’arte che le rappresentano mettono in evidenza il loro lirismo selvaggio, quasi romantico, come in Le Baccanti uccidono Orfeo, affresco di Jean Boulanger presente nel palazzo estense di Sassuolo. Le Menadi uccidono con pietre e tirsi Orfeo, i loro capelli sono sollevati dal vento e il mare è tempestoso. Invece, nell’incisione di Leonard Gaultier, Le Baccanti, l’artista porta in immagine il pensiero di Filostrato sul mito di Penteo: la prova di quanto fosse vano opporsi agli impulsi irrazionali attraverso la ragione. La danza inebriante dei riti bacchici e la violenta follia nei confronti di Penteo convivono insieme in uno scenario ambivalente.

Come si evince dagli esempi riportati di arte figurativa, le Menadi sono da sempre rappresentate in gruppo, nello specifico presenti in triade dove assumevano la massima importanza sia nel culto che nel mito (triade divina). Esse erano quasi sempre sorelle. Nella mitologia le Menadi potrebbero essere associate ad altre dee che per molti aspetti presentano degli elementi essenziali della loro natura in comune. La triade si riscontra nelle Parche, figlie della notte, erano la personificazione del destino ineluttabile, esse donano la vita, la tessono e poi la tagliano. Nelle Erinni, personificazione della vendetta e nelle Graie, divinità investite di funzioni funerarie costrette da Perseo a indicargli la dimora delle ninfe Stige per uccidere Medusa, la mortale delle tre sorelle Gorgoni. La rassomiglianza di quest’ultima con le Menadi si riscontra soprattutto dalla duplice natura del sangue che fuoriesce dal capo reciso: velenoso quello che sgorgava dalla vena sinistra, rimedio risuscitatore dei morti quello della vena destra. Medusa tramite la sua sofferenza e la sua morte fu colei che nell’afflato della sua fine rigenerò la vita.

Tutte le donne che avevano uno stretto rapporto con Dioniso erano legate da una morte violenta che implicava una “resurrezione”: coloro che soffrivano in vita perché entravano in contatto con il divino, trasportate dall’ubriachezza della vita precipitavano inesorabilmente nelle profondità della morte per poi però risorgere. Semele, la generatrice di Dioniso, venne assunta dal dio dal regno dei morti e portata all’Olimpo, la madre mortale divenne divina e le vennero dati gli onori del culto. Anche Arianna, regina delle donne dionisiache, dopo la sua caduta nelle tenebre venne ridestata da Dioniso. Non di minore importanza, Persefone, divinità che accolse e protesse Dioniso quando costui si gettò negli abissi marini per scappare da Licurgo. La sua duplicità si riscontra nella sua doppia natura di regina dei morti e della primavera; secondo il mito la dea governa l’oltretomba nei sei mesi dell’anno più freddi e ritorna sulla Terra nei mesi di Primavera, facendo rifiorire la terra al suo passaggio. Se la morte è così vicina alla nascita e alla fioritura questo può spiegare per quale motivo le donne dionisiache erano partorienti e soffrivano proprio nell’atto creatore. Molto più importante dell’atto sessuale è la funzione del partorire e dell’allattare; così descritto da Walter Friedrich Otto in Dioniso, (Genova, Il melangolo, 1984, p.147):
«La terribile commozione del parto, quell’elemento selvaggio che è inerente alle forme originarie della maternità e che non soltanto nelle bestie può irrompere in modo pauroso: è questo che ci mostra la più intima essenza della frenesia dionisiaca, il sommuovere quelle fondamenta della vita ove aleggia la morte».

Questo spiega perché le statuette di terracotta raffiguranti delle vecchie donne gravide avessero una grande importanza cultuale nell’antica Grecia. Celebri sono le statuette di Kerč, conservate all’Ermitage di San Pietroburgo. Michail Bachtin in L’opera di Reblais e la cultura popolare, (Torino, Einaudi, 1979, pp. 31–32), le delinea nella loro natura grottesca e contradditoria: «Nel corpo di queste vecchie gravide non c’è nulla di determinato, di stabile e di tranquillo. Vi si uniscono il corpo decomposto e sformato dalla vecchiaia e quello ancora in embrione della nuova vita. La vita è mostrata, in questo caso, nel suo processo ambivalente, intrinsecamente contraddittorio. […] Siamo di fronte ad una vera e propria indeterminatezza».
La loro fusione rappresenta il momento liminare di unione tra la vita e la morte ed è per questo che hanno lo stesso legame con il grembo della terra, colui che genera e che inghiotte.

Tutti questi elementi delle seguaci di Dioniso sono strettamente legati anche a quello liquido. L’acqua è da sempre considerata l’elemento femminile per eccellenza e ne rappresenta la duplicità: fonte di vita e di generazione è anche l’elemento che congiunge l’uomo con gli abissi. Dioniso per raggiungere Proserpina e scappare da Licurgo, infatti, si getta nel lago Lena. L’elemento per eccellenza che fa da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei morti è il fiume, il fiume Stige, uno dei cinque fiumi presenti negli Inferi. La potenza dell’elemento liquido e il suo legame con la figura della donna lo si può ritrovare in una profonda e malinconica incisione di Philip Galle, Lo Stige. L’incisione rappresenta una donna nuda che, sotto l’umidità di una grotta, si protrae verso il fiume e si appoggia con il piede sinistro su una conchiglia che galleggia su acqua ferma. Sullo sfondo un’architettura in preda alle fiamme rappresenta gli Inferi. In basso le lettere S T I X. L’attrazione verso la natura ambigua dell’acqua del fiume si evince dalla malinconica posa e dai gesti della donna che sembra si stia per immergere.
«Eccola, infatti, prostrata da una stanchezza che sembra venire dal fondo dei tempi, contemplare, affascinata e distratta, un’acqua che più del Loto e del Lete, dà sicuramente l’oblio misericordioso, la quiete senza risveglio» (Roger Caillois, Nel cuore del fantastico, Milano, Feltrinelli, 1984, p. 77).

P. Galle, Stix, 1587, Incisione, Anversa, collocazione dubbia

La misteriosa staticità della donna ritratta in questa incisione allude a un’ulteriore caratteristica delle Menadi: il silenzio e l’immobilità. Si ritrova in questo contesto nuovamente Medusa, di aspetto mostruoso, chiunque la guardasse direttamente negli occhi rimaneva pietrificato. Viene riconosciuto in Medusa il potere seduttivo dello sguardo che pietrifica e il suo nome in greco significa “colei che domina”. In lei si manifesta tutta la potenza della donna portatrice di seduzione e di morte. Danza frenetica ed eterna staticità, rumore cacofonico e inesorabile silenzio, si alternano nei due aspetti estremi della follia dionisiaca. Una duplicità sonora che si riscontra anche nel legame tra Dioniso e le sue seguaci. L’amore delle Menadi non era lussurioso, la correttezza e la ritrosia che si rispecchiavano nel loro lato silenzioso, manifestavano un amore estatico e di eterno legame con il dio ed esse non possono che rappresentare le immagini della femminilità primigenia nel mondo.

In copertina: J. Boulanger, Le Baccanti uccidono Orfeo, 1924 circa, Palazzo Ducale, affresco della Galleria di Bacco, Sassuolo, dettaglio

Bibliografia
M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, Torino, Einaudi, 1979
R. Caillois, Nel cuore del fantastico, Milano, Feltrinelli, 1984
W. F. Otto, Dioniso, Genova, Il melangolo, 2005

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Articolo di Michela Mantegazza

Laureata in scenografia, sono specializzata presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano con una tesi sulla ricerca antropologica intitolata Oltre la soglia. Mefistofele. Ho 25 anni e lavoro nel mondo dello spettacolo come scenografa e marionettista. Sono molto sensibile alle tematiche esistenzialiste e credo fermamente nel potere della scrittura come mezzo per una nuova consapevolezza personale e collettiva. 

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