Il lesbismo nella cornice filosofica contemporanea

“Lesbismo” è l’attrazione affettiva, sentimentale e sessuale tra donne. Il termine deriva dall’isola di Lesbo, dove nel VII secolo a.C. visse la poeta Saffo che nei suoi versi esaltò la bellezza della femminilità e dell’eros tra donne. Ed è sorprendente come dopo due millenni e mezzo dal celebre tiaso la cultura femminile si confronti di nuovo sul tema saffico in un’epoca in cui, perduto il suo significato dispregiativo, il termine “lesbica” rivendica ed enfatizza una sua specifica dignità. 

Simeon Solomon, Saffo ed Erinna in un giardino a Mitilene, 1864

La cultura lesbica comincia a svilupparsi nei primi decenni del Novecento soprattutto attraverso la produzione letteraria di alcune scrittrici e intellettuali lesbiche. Dagli anni Settanta in poi, quando si comincia a parlare senza pregiudizi né tabù di sesso e sentimenti, si afferma sempre di più l’idea che il lesbismo sia un tratto importante e distintivo della personalità. La via verso la legittimazione è aperta.

All’interno del movimento femminista, contro lo spettro della discriminazione, alle lesbiche non resta che incrociare le dita e sviluppare modelli e forme di aggregazione che successivamente troveranno forme di espressione politica autonoma.

Nel 1925 una scrittrice e attivista polacca, Eva Kotchever, conosciuta anche come Eve Addams (1891-1943), apre a New York il primo club lesbico al mondo, l’Eve’s Hangout. Nel 1955, nasce a San Francisco una delle prime organizzazioni lesbiche, la Daughters of Bilitis, uno spazio creato per socializzare e discutere delle difficoltà della vita lesbica e, successivamente, per avviare una battaglia mirata ad affermare il diritto delle donne lesbiche a vivere liberamente la propria vita contro l’ostracismo a cui sono sottoposte. Stigmatizzate dai “benpensanti” alla stregua di uno tsunami sociale, rimangono a lungo “invisibili”. Per reagire alla polizia che si accanisce a reprimere con violenza le loro prime manifestazioni pubbliche, la ribellione raggiunge il culmine con la rivolta di Stonewall, un famoso locale di New York, il 28 giugno del 1969. Investita da un mare di polemiche, per tre giorni la protesta divampa come un incendio di proporzioni devastanti che mette a soqquadro la metropoli americana. Questo evento segna la nascita dell’attuale Gay Pride (Orgoglio gay), commemorato ogni anno con manifestazioni in molte città del mondo dove omosessuali e lesbiche di ogni età, gasatissime per la loro vittoria sociale, fanno un incredibile sfoggio di colori, di abiti e di vitalità.

Jean Auguste Dominique Ingres, Il bagno turco, 1862

Nel cortocircuito tra perbenismo della società e rispetto dell’identità, la speranza di un futuro più roseo non tarda ad arrivare. La luce in fondo al tunnel, cioè la “normalità” lesbica, è, nel 1971, Amore tra donne, un libro che fa storia, firmato dalla psicologa e sessuologa tedesca Charlotte Wolff (1897-1986). Sdoganando il fenomeno e liberandolo da logori e scioccanti tabù, Wolff è la prima al mondo a considerare le lesbiche non soggetti psichiatrici e malate di mente, ma semplicemente donne che preferiscono le relazioni con altre donne a livello emozionale, sentimentale, affettivo e sessuale.

«Il libro è stato scritto nella convinzione che fosse necessario un nuovo e franco approccio per trattare un argomento che tocca la società nel suo insieme e la donna in particolare. Quest’opera è basata sui risultati di una recente ricerca sulla omosessualità femminile, ma rispecchia anche il mio interesse per questo problema di cui mi sono occupata durante i venti anni in cui ho esercitato la professione di psichiatra… Il mio metodo di ricerca consisteva nell’intervistare in profondità le persone interessate e nel chiedere loro di rispondere esaurientemente alle domande. Il questionario principale, contenente novanta domande, venne distribuito sia a soggetti lesbici che a soggetti “normali”. Un susseguente questionario, concernente unicamente reazioni sessuali, è stato fornito al solo gruppo delle lesbiche».

Per la teorica del femminismo materialista, la francese Monique Wittig (1935-2003), che ama definirsi “lesbica radicale”, «è scorretto dire che le lesbiche si associano, fanno l’amore, vivono con le donne, perché “donna” ha un significato solo nei sistemi eterosessuali di pensiero e nei sistemi economici eterosessuali. Le lesbiche non sono donne». Wittig contesta, dunque, aprioristicamente la definizione di “donna”. La categoria “donna” esiste in funzione bipolare rispetto alla categoria “uomo”, ma senza il riferimento all’altra categoria l’alterità cesserebbe di esistere. Il maschile e il femminile sono espressioni di convenzioni sociali privi di autentico significato. I concetti di “uomo” e di “donna” sono mere sovrastrutture sociali e ideologiche: non esistono due categorie, “uomo” e “donna”, per cui compito del femminismo è demolire l’”eterosistema” con le sue categorie di genere perché l’eterosistema fa dell’eterosessualità un obbligo, anzi un dogma. Premesso che la categoria “donna” è in funzione del dominio eterosessuale forgiato a loro uso e consumo dai maschi, ne consegue che una donna che non si sottopone all’uomo e non risponde ai criteri di femminilità da lui elaborati, non è considerata una donna ma una lesbica. Sottolineando l’inscindibile rapporto che c’è tra eterosessualità e dominio maschile, Wittig individua un continuum dove non esistono gerarchie di valore per cui la lesbica sarebbe, a suo dire, un’identità femminile qualitativamente superiore alla donna: in questo continuum può verificarsi sia un rapporto di coppia che una semplice affinità. In conclusione, Wittig invita tutte le donne a diventare “lesbiche”, riferendosi non all’orientamento sessuale ma alla loro liberazione dall’asservimento all’altro sesso. 

Tra le più note femministe a livello internazionale, l’americana Adrienne Rich (1929-2012), la maggiore teorica del lesbofemminismo d’oltreoceano, altresì poeta e filosofa portabandiera del lesbismo en plein air, dopo Nato di donna (1976) e Segreti, silenzi e bugie del 1978, nel 1980 pubblica il saggio Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence (Eterosessualità obbligatoria ed esistenza lesbica), che diviene immediatamente un classico del pensiero femminista e il manifesto teorico del lesbismo. Con Adrienne Rich, ferrea sostenitrice della solidarietà tra donne e icona del femminismo della seconda stagione, il femminismo lesbico riceve la sua assoluta legittimazione filosofica e raggiunge la piena maturità teorica e speculativa con un’inversione di rotta rispetto al primo femminismo, orientato principalmente in senso eterosessuale, antisessista e antipatriarcale.

Pittura murale raffigurante due donne in una tomba cinese della dinastia Tang, VII-X secolo.

Nell’aprire per il lesbismo uno spazio specifico all’interno del femminismo, è il tempo di sdoganare il proprio orientamento sessuale portandolo dal buio della sfera domestica alla piena luce del sole, come fenomeno che da privato deve diventare pubblico, non tabù da nascondere, ma un vessillo da sbandierare all’insegna del motto come out, vieni fuori. Col suo saggio rivoluzionario, un aperto atto di accusa nei confronti del femminismo tradizionale, Rich scarica ogni colpa sul sistema patriarcale che, fondato sull’eterosessualità, riconosce un solo tipo di rapporto, quello tra i due sessi: «Fra i tanti sistemi di imposizione vi è naturalmente l’occultamento della possibilità di una scelta lesbica, un continente sommerso che affiora di tanto in tanto per essere subito risommerso». Adrienne distingue, nell’esperienza lesbica, due concetti: esistenza lesbica e continuum lesbico. Esistenza lesbica è il «riconoscimento della presenza storica delle lesbiche» e l’elaborazione del significato di tale esistenza; per continuum lesbico si intende, invece, una serie di esperienze, storiche e personali, nelle quali si manifesta «l’interiorizzazione di una soggettività femminile non solo il fatto che una donna abbia avuto o consciamente desiderato rapporti sessuali con un’altra donna». L’autrice dichiara esplicitamente che l’esperienza lesbica, come la maternità, permette di «scoprire l’erotismo in termini femminili» e di «collegare fra loro aspetti diversi di identificazione di sé al femminile».

Se per alcune persone l’omosessualità è ancora argomento di derisione e di pesanti giudizi, il libro di Adrienne Rich dà alle lesbiche l’input a farsi avanti e a rivendicare pubblicamente quei comportamenti privati prima tenuti nascosti e condannati dalla società. 

Mentre una scrittrice americana di successo, Nancy Friday (1933-2017), con i suoi romanzi si avventura senza peli sulla lingua nel mondo proibito delle fantasie erotiche femminili, la sua connazionale Rita Mae Brown (1944), una delle più prolifiche autrici di romanzi lesbici, ribadisce che «nessun governo ha il diritto di dire ai suoi cittadini quando o chi amare. Le sole persone “diverse” sono quelle che non amano nessuno». 

Sempre negli Stati Uniti, va ricordato che studi lesbici, gay, bisessuali e transgender, sessuologia, storia della sessuologia e relazioni tra classificazioni sessuali e razziali, teoria e politica femminista ed etnografia gay/lesbica sono le aree di ricerca dell’antropologa americana Gayle S. Rubin (1949). 

Le lesbiche mettono in discussione il concetto stesso di donna in quanto correlativo di uomo, professandosi “non-donna” e “non-uomo” e rifiutando decisamente la mortificante qualifica di “terzo sesso”. Anche l’identità sessuale, un concetto che si regge sempre sul filo di lana, è tutta da ridefinire. 

Un numero crescente di donne lesbiche, in sintonia col movimento femminista, aderisce al pensiero della differenza. Teresa de Lauretis, docente all’Università Californiana di Santa Cruz, cita una frase del libro Non credere di avere dei diritti con un implicito riferimento al lesbismo: «Il trovarsi a vivere in una comunità di donne è stata un’esperienza straordinaria la cui scoperta più forte fu che lì circolava un intenso erotismo». 

Suzanne Valadon, Nudi, 1919

Certo, anche se l’amore lesbico non è tutto rose e fiori come piace a certa retorica femminista, che lo rappresenta come un habitat edenico, una sorta di paradiso in terra, del tutto paritario e pacifico, si tratta, in ogni caso, di una sessualità femminile autonoma, non più prigioniera del desiderio e delle definizioni maschili. Un’autorevole voce del femminismo italiano, Ida Dominijannij(1954), parla, e invita tutti a parlare senza reticenze della scelta sessuale. Simonetta Spinelli insiste sulla necessità di dare voce alla realtà lesbica, sottolineando le contraddizioni del pensiero della differenza: da un lato teorizza la liberazione del corpo sessuato femminile come esigenza simbolica prioritaria, dall’altro esclude nel linguaggio ogni riferimento esplicito al lesbismo. 

Australiana di Melbourne, Germaine Greer (1939) è una delle maggiori sacerdotesse del femminismo contemporaneo. Docente di letteratura inglese all’Università di Warwick in Inghilterra, atea e anarchica, lega il suo nome al saggio del 1970 L’eunuco femmina, un bestseller internazionale accolto da consensi e da critiche. Greer, che difende in maniera granitica le sue idee per l’emancipazione delle donne, nell’analizzare dettagliatamente i fattori che hanno portato la donna ad essere vittima di un mondo che non la rappresenta, divide il suo libro in brevi sezioni, intitolate “Genere”, “Forme”, “Capelli”, “Sesso” e “L’utero maligno”, dove, riproponendo uno spaccato della vita a partire dall’adolescenza, porta avanti la sua tesi di un sessismo istituzionalizzato nell’esistenza di tutte le donne. Muovendo dalle teorie di Freud (che d’altronde confuta rilevando che la psicanalisi ha un padre, ma non una madre), il percorso ricognitivo procede nell’esplorazione di una sessualità femminile inconsapevole del proprio piacere, in un gioco di dipendenza psicologica mascherato come dato di inalterabile e naturale inferiorità. 

Nel suo implacabile j’accuse contro l’emarginazione femminile, Greer sostiene che le donne, spogliate perfino della loro libido, non sono mai state realmente autonome ma, trattate da perenni minorenni, non hanno mai potuto raggiungere un’effettiva maturità, sempre docili, passive, accondiscendenti, umiliate se non addirittura schiavizzate.

Gruppo di due donne, terracotta dell’età alessandrina
(Londra, British Museum)

L’orientamento sessuale della donna è condizionato da una continua, martellante pressione psicologica, mediante la quale essa finisce per auto-convincersi di potersi realizzare soltanto amando un individuo dell’altro sesso. L’amore che la donna prova per il maschio sarebbe in genere un frutto del condizionamento culturale, non della natura femminile. Il sesso è, innanzitutto e soprattutto, libertà. Per Greer, le caratteristiche primarie della donna, soggetto per natura vulnerabile, dolcezza/tenerezza/affettività, fanno sì che ella riversi la propria immensa capacità di amare e la ricchezza affettiva (grandissima, poiché la donna ne ha in sovrabbondanza) su un individuo, oggetto delle sue attenzioni, indipendentemente dal sesso. 

«Le donne amano di tutto: luoghi, animali e persone. Possono amare un posto con una passione talmente viscerale da sognarlo ogni notte. Possono amare gli animali con una tale tenerezza che sono disposte a morire in una casa in fiamme per portare in salvo un vecchio gatto… Possono amare un bambino o un adulto con una devozione che non appassisce mai nel corso di lunghi anni di fatica e di lotta. Amano incuranti dei maltrattamenti, incuranti dell’abbandono o della morte, restituendo il bene per il male. Non uccidono le cose che amano, ma le curano, le alimentano, le nutrono, continuando a provare più interesse per loro che per sé stesse… L’oggetto dell’amore di una donna muta in relazione alla fase di trasformazione nella quale si trova di volta in volta a vivere. Da bambina ama una creatura composita, lei-stessa-e-sua-madre insieme, poi ama il suo papà, poi, man mano che si avvicina al menarca, attraversa un periodo tumultuoso di infatuazione invasata per i ragazzi, che può anche coincidere con l’intimità con un’altra ragazza. I maschi oggetto delle ossessioni delle ragazzine in età puberale… sono più infantili che mascolini, e talvolta comunicano un esplicito messaggio transessuale… »

Alla fine del XIX secolo, l’orientamento sessuale non ortodosso divenne patologico, una specie di incapacità congenita nei confronti della quale il sano individuo eterosessuale doveva provare pietà… Gli individui eterosessuali spesso pensano che le lesbiche siano donne mascoline e che i maschi omosessuali siano uomini effeminati.

Le relazioni lesbiche erano comuni nell’Ottocento
come dimostra questa stampa

L’idea che persone attratte da individui dello stesso sesso debbano condividere caratteristiche del sesso opposto fa parte di un assunto più ampio, e cioè che l’eterosessualità sia l’unica forma di sessualità. Ciò è possibile solo se si postula che i ruoli sono intercambiabili, e cioè che in una coppia lesbica una delle due donne svolga il ruolo maschile o, in una coppia omosessuale, uno dei due uomini svolga il ruolo femminile. Se così fosse, gli omosessuali si limiterebbero a imitare la dinamica fondamentale delle relazioni sessuali tra esseri umani… Le manifestazioni sessuali omosessuali sono invece straordinariamente varie… Il cambiamento è insito nella natura femminile: una donna cambia le fasi della sua vita. Anche il più essenziale dei suoi attributi, il suo corpo, cambierà, nella sua forma esterna e nella chimica interna. Sarebbe strano se anche la sessualità non cambiasse. Quando si parla di donne che hanno “dichiarato” la loro omosessualità, si sottintende l’esistenza di un “io” omosessuale autentico che era rimasto nascosto dietro la facciata dell’eterosessualità. Le lesbiche… non intrattenevano relazioni omosessuali mentre fingevano di essere “normali”, come spesso succede agli uomini, ma vivevano effettivamente la vita di consorti eterosessuali, mogli e madri. «Se l’omosessualità e l’eterosessualità non sono innate ma sono entrambe costruzioni della società, nessuna di noi deve perdere la speranza che un giorno potrà incontrare la donna dei suoi sogni e amarla come mai ha amato prima».

La bambina ama la madre, e poi il padre; nell’adolescenza non di rado conosce le prime esperienze omosessuali con una coetanea e contemporaneamente si invaghisce di ragazzi dall’aspetto femmineo. Infine, donna adulta, è “costretta” a innamorarsi di un maschio, e guai se così non fosse perché glielo impongono la famiglia e la società, non perché sia attratta naturalmente dall’uomo. Per Greer (accusata da varie parti di patrocinare la bisessualità o una forma di pansessualismo), nessuna donna è eterosessuale al cento per cento, poiché, pur unendosi al maschio e partorendo figli, nell’altro sesso tende a cercare sempre e comunque la sua caratteristica più specifica (alias dolcezza/tenerezza), che spesso non trova riscontro nella rudezza maschile. Appare del tutto illusorio e velleitario pensare che le donne siano contente e appagate della vita che conducono nell’angustia della propria dimora: un gran numero di donne, all’apparenza felicemente sposate, lamentano la carenza di affettuosità, premure, coccole e carezze da parte del partner.

Quella che la gente comune con occhi superficiali criminalizza come “diversità” lesbica, è invece una forte esigenza affettiva che la donna, aliena dall’omologarsi alla massa, riesce a soddisfare solo nell’amore con un’altra donna.

Ci sono donne, vittime delle etichette e delle convenzioni di un generico “buonsenso”, che prive di volontà e di ogni potere decisionale, arrivano a non volersi bene, anzi a odiare sé stesse e il loro sesso con la conseguente perdita di autostima. «Finché in quanto donna non riuscirà a cacciare questo falso spettro dalla propria immaginazione e da quella del suo uomo, la donna continuerà a scusarsi e a nascondersi… paralizzata e spaventata». 

Gustave Courbet, Il sonno, 1866, Parigi, Petit Palais

Preso salomonicamente atto che il sesso femminile è stato per millenni imprigionato nello stereotipo maschile della passività, la donna è stata considerata da sempre un essere psichicamente amorfo se non insignificante, una creatura senza carattere, priva di una propria identità e personalità, a guisa di un eunuco senza diritto di replica, un individuo sessualmente e mentalmente castrato. «Diventare madre senza volerlo significa vivere come una schiava o un animale domestico», è l’amara constatazione della studiosa, corroborata dalla totale sfiducia nei riguardi del sesso maschile: «Credo che qualsiasi donna sana di mente vorrebbe amare le donne, giacché amare gli uomini è un disastro… Ho molta difficoltà ad accettare l’idea che possa esistere un uomo ideale. Per quanto mi riguarda, i maschi sono il prodotto di un gene danneggiato».

Confermando l’immagine della casalinga americana inquieta e frustrata che ci presenta Betty Friedan nel suo libro del 1963, La mistica della femminilità, Greer nella sua opera, che è a tutt’oggi un libro fondamentale nella letteratura femminista, affonda con mano sicura il bisturi tagliente della sua critica in una documentazione storica ricchissima di umiliazioni subite dalle donne, per cui è necessaria e improrogabile la loro liberazione. Il suo invito a guardare lontano verso nuovi orizzonti segna indelebilmente il vero obiettivo da raggiungere: non certo l’uguaglianza con gli uomini, che non sarebbe un effettivo riscatto, ma risulterebbe una mera assimilazione e adattamento allo status di “uomini non liberi”. Poiché nella vita nulla è semplice da ottenere, alle donne di tutto il mondo è richiesto il massimo dell’impegno per trovare il loro posto giusto nella società. Forte della sua diagnosi, Greer prescrive alle donne la ricetta “infallibile”, quasi la formula magica, per la loro guarigione/liberazione: si guadagneranno la libertà e la dignità che loro spettano se sapranno sfruttare e gestire in maniera costruttiva la differenza di genere, e se nel definire i propri valori, metteranno ordine fra le loro priorità con la chiara consapevolezza di essere esse in prima persona artefici del proprio destino. Le donne devono sentirsi pronte per cominciare il percorso di autodeterminazione che potrà permettere loro di prendere il pieno controllo della propria vita e dei propri sentimenti e aspirazioni. In tal modo, la pensatrice dà alle donne il pezzo mancante del puzzle che ricompone una rinnovata visione del mondo. Le donne sono chiamate ad aprire il cuore e l’intelletto e a staccarsi dalla routine quotidiana per ritrovare in sé stesse la spinta verso grandi e nobili ideali.

Henri de Toulouse-Lautrec, Devozione: due amiche, 1895

«Se pensi di essere una donna emancipata, devi prendere in considerazione l’idea di assaggiare il tuo sangue mestruale; se ti fa schifo, hai ancora tanta strada da fare». Nel suo crudo realismo, l’immagine dà un’idea del rinnovamento radicale al quale il sesso femminile è chiamato a raccolta. Schiave e vittime di una società consumistica, le donne sono state obbligate a conformarsi a uno standard senza poter disporre liberamente del loro corpo, dipendente dal metro di giudizio maschile. Le donne, che non sono mai state padrone del loro stesso corpo, hanno tutto il diritto di riappropriarsene abbattendo cliché e stereotipi: è questo il blocco di partenza verso il traguardo dell’affrancamento dalla soggezione maschile.

Una delle maggiori epistemologhe, Nicla Vassallo (1963), ordinaria di Filosofia teoretica all’università di Genova, si occupa anche di femminismo e lesbismo. Oltre al trattato Filosofie delle donne, affronta l’argomento dell’omosessualità in maniera esaustiva nel libro Il matrimonio omosessuale è contro natura: Falso, che è una perfetta apologia del matrimonio gay. Premesso che l’eterosessualità non è una verità indiscussa, Vassallo rivendica agli omosessuali il diritto di sposarsi. Nell’appassionata difesa del matrimonio gay, demolisce molti abusati cliché quali la fine della famiglia tradizionale e la complementarietà tra uomo e donna. 

In un mondo sempre più globalizzato e multiculturale, fanno da monito le parole della conduttrice televisiva e attrice australiana Ruby Rose: «Tu puoi essere chiunque tu sia e può piacerti chiunque ti piaccia, e noi dovremmo diffondere l’amore e la tolleranza che costantemente diciamo di non ricevere».

In copertina: Henri de Toulouse-Lautrec, Il bacio a letto, 1892-1893.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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