Deanna Milvia Frosini, artista «sobria, discreta e schiva»

A metà maggio è venuta a mancare una artista che, in un bell’articolo sul Corriere della Sera (25.5.21), Dacia Maraini ha definito «bravissima e originale pittrice», donna «generosa e impavida. Ma talmente sobria, discreta e schiva, che non ha mai fatto niente per vincere il muro di gomma che si trova davanti ogni artista donna». Parole significative che si potrebbero tuttavia adattare a un vasto numero di poete, pittrici, musiciste, scultrici, architette, «rese invisibili da una arcaica e pesantissima cecità nei riguardi della creatività femminile», ma ― aggiungiamo ― anche nei confronti di valenti professioniste attive in tutti i campi. Stiamo parlando di Deanna Milvia Fròsini che il cognome subito rimanda alla città natale: Pistoia, dove vide la luce il 2 febbraio 1940, preceduta da tre sorelle. Il padre Attilio faceva il fabbro e maniscalco e qualcosa di questo nobile mestiere passò alla figlia, fin da giovanissima molto amante dei cavalli. La madre Siria era una donna semplice, quasi analfabeta, tuttavia fu importante nella sua formazione di ragazza libera e indipendente.

Deanna Frosini

Dalla autobiografia, pubblicata da Prearo nel 1991, e da una ampia intervista rilasciata a Maia Giacobbe Borelli il 23 aprile 2016, per il progetto “Il teatro e le donne a Roma ’60-’80”, proviamo a seguirne il percorso umano e professionale visto che di lei poco si sa, anche se ha un passato di fama e di pubblico interesse.

Lei stessa racconta che, durante la guerra, la famiglia fu sfollata sulle colline a San Mommè, sopra il capoluogo, poi la vita riprese in pianura, così seguì i suoi interessi e frequentò l’Istituto d’arte prima a Pistoia, poi a Firenze. Ai primi anni Sessanta, sembra per amore, si trasferì a Roma dove venne in contatto con vari artisti toscani, e pure pistoiesi: Sergio Bazzini (regista e sceneggiatore), Gianni Ruffi (scultore), Roberto Babbi. D’altra parte, non nega che il luogo d’origine le pareva piuttosto provinciale, le andava stretto e si sentiva giudicata, aveva quindi voglia di evadere e di cambiare. Fra i primi incontri, nel mondo delle avanguardie teatrali e degli spettacoli nelle cantine, ci furono Leo de Berardinis, Perla Peragallo, Manuela Kustermann. Tramite l’amicizia con l’attore Ferruccio Nuzzo, conobbe intellettuali di spicco come Elsa Morante, Laura Betti, Pasolini e fu introdotta nell’ambiente del cinema. Frequentò Piera degli Esposti e il regista Cobelli, con cui collaborò alla messa in scena di La pazza di Chaillot. Fu quindi attrice nel film Il segno dell’uomo (1969) di Marco Ferreri che aveva bisogno di una giovane donna abile a cavalcare, e poi in Sotto il segno dello scorpione dei fratelli Taviani e Lettera aperta a un giornale della sera di Citto Maselli, entrambi del 1970. Dal 1972 lasciò la recitazione con L’ultimo uomo di Sara, preferendo lavorare in ambito pubblicitario, per i suoi tempi brevi e meglio remunerato, e nel giornalismo televisivo.

Intanto cominciò a collaborare alla rivista Domina e conobbe la celebre giornalista Lietta Tornabuoni di cui divenne amica, tanto che ne ricevette in dono un cavallo: Tibisco. Dal 1977 abbandonò la capitale, per vivere alcuni anni in campagna, ospite nella casa di Dacia Maraini, a Campagnano. Le due erano divenute amiche durante la bella stagione del Teatro La Maddalena in cui avevano collaborato a varie messe in scena, ma anche in altri spazi avevano realizzato spettacoli su testi teatrali di Moravia. Insieme parteciparono a incontri femministi e manifestazioni, ma Deanna nell’intervista confessa che a lei piaceva andare per stare in piacevole compagnia e divertirsi.

Pur amando molto il cinema, in particolare i registi russi e la Nouvelle Vague, ancor più del teatro, decise quindi di dedicarsi completamente alla pittura; in breve, si fece un nome come ritrattista, partendo dalle foto opportunamente rielaborate, ed eseguì opere per personaggi celebri del tempo, dal pittore Alberto Burri al giornalista Furio Colombo, da Bertolucci a Moravia. Con il regista Miklos Jancso ebbe una bella opportunità realizzando le scenografie per il controverso film Vizi privati, pubbliche virtù, nel ’76, e un ritratto insieme alla compagna Giovanna Gagliardo; il dipinto fu visto da Bettino Craxi che volle essere raffigurato anche lui. Il leader socialista amò talmente il quadro di Deanna Frosini che non se ne separò mai, neppure nell’esilio tunisino.

Deanna Frosini, Ritratto di Sandro Pertini

Il periodo di maggiore fama come pittrice è legato ai suoi ritratti di presidenti della Repubblica, fra il 1987 e l’89, oggi esposti a Palazzo Chigi; particolarmente originale quello di Sandro Pertini, accompagnato da un ragazzo e una bambina, lui che sapeva parlare alla gioventù esaltando i valori repubblicani, mentre sfila davanti a dei cavalli in parata. Potrebbe essere una sintesi efficace delle passioni dell’artista: da un lato l’uomo politico integerrimo e amato, dall’altro gli animali prediletti.

Molto note e importanti le tele che raffigurano vicende e personaggi del movimento socialista, ma anche padri della patria come Garibaldi, per la sala Nenni nella sede del Partito socialista italiano, in via del Corso. Ecco dunque i fratelli Rosselli, Bruno Buozzi portato a morire, Giuseppe Di Vagno, il primo parlamentare vittima del fascismo, Salvatore Carnevale, il sindacalista ucciso dalla mafia, ritratto insieme alla coraggiosa madre Francesca Serio.

Deanna Frosini, Carlo e Nello Rosselli

Deanna, che utilizzava forme descrittive nette e chiare, in modo plastico e iperrealistico, con colori vivi, amava dipingere gruppi festanti con le bandiere rosse, folle di operai e operaie, scrive Maraini, come «un Guttuso più attuale, le cui certezze sono mosse da un soffio di dubbio e di dolore»; a queste scene di manifestazioni e impegno politico alternava visioni della campagna laziale, dei monti, dei boschi, della natura selvaggia e ricordi di viaggi, specie in Tunisia, specchio del suo animo diviso fra fiducia nel futuro e contemplazione della bellezza.

Deanna Frosini, Bruno Buozzi

Con le sue opere partecipò a molte rassegne internazionali e alla X Quadriennale d’arte di Roma.

Un ritratto intenso e affettuoso dell’artista ci viene offerto dal nipote Riccardo Mannelli in un articolo comparso sul quotidiano la Repubblica (15-5-21), che la ricorda come zia Nana, donna vivace e originale, che ebbe un ruolo essenziale nella sua formazione, quando da Pistoia la raggiungeva nella capitale. Fu colei che gli insegnò a cavalcare e ad apprezzare i dintorni di Roma, che lo introdusse con semplicità nelle sue varie e prestigiose amicizie, che gli fece scoprire il mitico giornale a fumetti Linus e leggere il romanzo I fiori blu di Queneau. E tutto costituiva una sorpresa, una avventura, come quando percorrevano strade polverose con la Topolino decappottabile o quando gli aprì la porta di casa Lucia dei Promessi sposi televisivi, ovvero l’attrice e grandissima amica Paola Pitagora. Per un bambino e poi adolescente, affascinato dai disegni, dalle tele abbozzate, dagli odori delle tinte, furono opportunità uniche che lo condussero a misurarsi con l’arte, da autodidatta, e la zia era assai orgogliosa dei progressi della sua carriera.

Deanna Frosini, Pastora tunisina

Deanna Frosini dal 2009 riceveva il vitalizio assegnato alle personalità prive di sostentamento, secondo la cosiddetta legge Bacchelli, ed è morta dimenticata in una casa di riposo a Roma, all’età di 81 anni. Per concludere non possiamo che riprendere e condividere le parole di Dacia Maraini: «se fosse stata uomo […] sarebbe commemorata sui giornali, ma da donna è scivolata nel buio della memoria androcentrica». Alla nostra rivista il merito di darle la giusta visibilità.

In copertina Deanna Frosini, Ragazza tunisina

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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