Armanda Guiducci, una femminista visionaria da riscoprire

Diventare donna è un nascere per strappi
reiterati, per lacerazioni
là, ai margini,
dove l’erba dirada.

Armanda Guiducci

Un panel estremamente interessante dell’ottavo Convegno della Società italiana delle storiche “La storia di genere” ha avuto per titolo Uscire dalla “Stanza per sé”. Autobiografie femminili tra essenzialismi, differenze, socialità, politica, storia: Armanda Guiducci. Laura Savelli, docente di Storia contemporanea/Storia di genere presso preso il Dipartimento di storia dell’Università di Pisa, ha fatto da moderatrice e relatrice, introducendo l’incontro, che si è aperto con la descrizione del pensiero di una femminista, intellettuale e politica poliedrica, “non allineata”, troppo presto dimenticata. Sono poi intervenute Stefania Mazzone, con la relazione Il corpo, il desiderio, la politica: “figure” del femminile in Armanda Guiducci e la scrittrice Marinella Fiume con la relazione Il Codice violato e lo stile dell’io.

Armanda Guiducci

Nata a Napoli nel 1923, Armanda Giambrocono si trasferisce a Milano dove ottiene una laurea in filosofia con Antonio Banfi, intellettuale di forte carisma, che ha una vera e propria scuola a cui partecipa anche Antonia Pozzi. Guiducci collabora a numerose riviste culturali e nel 1955 fonda insieme a Franco Fortini, Luciano Amodio e Roberto Guiducci la rivista politico-letteraria Ragionamenti, che per un certo periodo dirigerà. Critica letteraria e culturale marxiana, studiosa di Pavese, traduttrice di John Donne e di Katherine Mansfield, negli anni Settanta si avvicina al femminismo. L’influenza della Woolf, di cui Guiducci traduce Una stanza tutta per sé, Notte e giorno e Orlando, è centrale nell’opera della saggista, poeta e scrittrice: senza una stanza per sé la donna non può produrre intellettualmente e non può lasciare traccia di sé. Savelli ha presentato la grande produzione di questa figura storica del femminismo italiano, che spazia dall’autobiografia, alla saggistica, alla narrativa, alla poesia, fino alle sceneggiature per la televisione svizzera. Nel suo intervento Una storia di noi tutte: soggettività compresse e ribelli, la docente di storia contemporanea ha avuto modo di descrivere approfonditamente il pensiero di Guiducci, secondo cui la storia delle donne è stata caratterizzata da una progressiva perdita di potere, una storia diversa da quella dell’uomo. La dimensione storica è per Guiducci la chiave per capire il patriarcato. Guiducci, marxiana, ha interesse per i conflitti di classe e ricostruisce intersezioni di genere e classe nelle sue opere. Ne La mela e il serpente, un testo che si muove tra il diario psicoanalitico e il racconto autobiografico, opera fondamentale per il femminismo, già si intravede la ragione principale della battaglia di Guiducci: dare voce alle donne contro la società occidentale che le condanna al silenzio. La sua attenzione è soprattutto per le donne ai margini, le contadine italiane, dal Piemonte alla Sicilia, a cui offre voce nel libro La donna non è gente. La cifra di Guiducci è la disarticolazione dell’ortodossia, sia in politica che nel femminismo, che la sua critica non risparmierà, accusando il movimento delle donne bianche e occidentali di essere elitario e borghese perché rivolto solo alle donne di città. Fino alla fine della sua vita Guiducci proseguirà i suoi studi antropologici con Perdute nella storia e Medioevo inquieto, due libri che tracciano una storia della donna dal primo al quindicesimo secolo, riscoprendo le donne significative e ribelli dell’età romana e del medioevo, «escluse dalla memoria, per restituire alle donne una storia e decostruire la naturalità della subalternità femminile». (Parmegiani)
Le tematiche della lotta femminista attraversano tutte le sue opere, anche i racconti di viaggio. All’ombra di Kali sul viaggio in India e Nepal e Il grande Sepik dedicato a Australia e Papua Nuova Guinea oltrepassano i confini culturali, storici e geografici e dimostrano che il femminismo deve essere transnazionale perché «le strade della liberazione sono collettive».

Nella relazione di Stefania Mazzone, professoressa associata di storia delle dottrine politiche all’Università di Catania e visitor professor all’Università Paris Nanterre Guiducci è definita visionaria, sia in campo politico ed economico che come femminista. L’intervento di Mazzone riporta le citazioni di due scrittrici tradotte dalla scrittrice, una di Emily Bronte tratta da Jane Eyre, che riflette sulle difficoltà di vivere in cui lei stessa è relegata mentre pensa alle moltitudini di donne condannate a un destino ancora più ignobile del suo: un destino immobile; l’altra, importantissima, di Virginia Woolf: «Ho ucciso l’angelo del focolare. É stata legittima difesa». Queste citazioni dipingono le battaglie della sua vita. Mazzone ricorda la critica dal basso di Guiducci dello stalinismo imperante negli anni Cinquanta all’interno del Partito Comunista, da cui pure lei stessa proveniva, in un confronto critico costante. L’autrice di La domenica della rivoluzione demolisce il capitalismo ma nel contempo accusa l’analisi marxista per non aver mai preso in considerazione la questione di genere. Il marxismo, inglobando la «questione femminile» nei principi della lotta di classe in realtà finisce per negarne la rilevanza facendosi complice di quello stesso sistema capitalistico che vuole cambiare.

La saggista napoletana ma milanese d’adozione si sofferma sul rapporto tra economia e politica, oggetto del suo studio in chiave antipatriarcale e rivede la legge del valore, ispirandosi a Babeuf contro Engels e ancora a Mill e a Fourier, secondo cui la posizione della donna è l’indicatore principale del livello di civiltà di una società e il grado di emancipazione della donna è la misura del grado di emancipazione generale. Secondo Guiducci il salario domestico è un rimedio contro la disperazione e l’emancipazione delle donne non può passare da una visione economicistica e limitarsi alla parità nel lavoro, secondo la visione di un socialismo virilista; deve invece abbracciare una visione comunitaria e di cooperazione ispirata a Charlotte Perkins Gilman, Romain Rolland, Flora Tristan o all’esperienza comunitaria dei Kibbutz israeliani. In Donna e serva Guiducci richiama i cumuli di energie sommerse delle donne casalinghe, sottolineando che la forza quotidiana del mondo poggia su di loro. Nell’istruzione e nella cultura si trova la chiave per restituire alle donne quel potere che è stato sottratto loro dall’uomo.

Con Marinella Fiume cambia completamente lo sguardo su questa grande figura del femminismo, sui suoi libri e sul suo modo di scrivere. La mela e il serpente è stata per Fiume una vera e propria guida per la narrazione, una narrazione che oltrepassa i limiti degli specialismi disciplinari tipicamente maschili. Guiducci si muove tra diario psicanalitico, racconto psicologico, autobiografia e saggio di militanza, in una feconda contaminazione di generi, nei quali l’io frantumato tenta di ricomporsi. Se la società condanna la donna al silenzio, Guiducci le vuol dare voce, partendo da sé e in Virginia e l’Angelo ci prova scrivendo la biografia della Woolf che può anche leggersi come l’autobiografia di Armanda.

Ma è soprattutto nelle interviste alle contadine marginalizzate dalla società e nel romanzo Due donne da buttare che Guiducci realizza una controstoria di resistenza, lontana dalla cronaca e dai grandi eventi e attenta al privato. La relazione è il contraltare al potere maschile. La possibilità di un’identificazione di genere attraverso le storie delle tante donne sepolte dal silenzio, come le medichesse, è la strada per arrivare a costruire una genealogia matrilineare. In Feudo del mare Fiume racconta la sua vita e la sua esperienza di sindaca nella primavera siciliana, la sua lotta contro gli stereotipi e la criminalità organizzata. In questo libro come nel Dizionario biografico Siciliane, Fiume è influenzata fortemente da Guiducci. Per la scrittura di questa instancabile eretica si parla di autobiografia imperfetta, come atto politico col quale le donne reinterpretano e reinventano il mondo con un punto di vista diverso dal maschile. In questo Guiducci è maestra e pioniera, con un modo di scrivere in cui i generi si contaminano, tessendo un fil rouge che possiamo trovare anche in Lalla Romano, Elsa Morante e nell’ultima parte della biografia di Simone De Beauvoir, A conti fatti.

Nella parte riservata alla discussione Marta Petrusevic, professoressa ordinaria di Storia moderna all’Università della Calabria ed Emerita di Storia dell’Europa moderna all’Università di New York ribadisce quanto la poliedrica Guiducci sia stata ingiustamente dimenticata e sottolinea come il suo rapporto con Virginia Woolf possa essere letto su tre livelli: di studio, di dialogo e di identificazione. Ritorna sul titolo dato a questo incontro: Uscire dalla stanza per sé e chiede se nell’eclettismo, nello sguardo transnazionale e nell’approccio eternamente critico in tutti i campi di Guiducci possa intravvedersi una nuova tappa del movimento femminista, oggi impegnato nel #Me, too. Dalle risposte delle relatrici emerge la constatazione della mancanza di creatività nel movimento femminista dei giorni nostri, che pare arroccato sulle questioni del gender e del transgender e sembra essersi molto affezionato alla “Stanza per sé”, da cui è necessario uscire, seguendo la strada e alcune intuizioni dell’eretica e corsara Guiducci. In particolare, ricorda Mazzone, il lavoro di cura deve essere visto come impegno collettivo, ricordando la risposta fourierista della scrittrice e saggista su questo tema. Occorre poi riprendere le autobiografie, le lettere, gli epistolari, addirittura i cassettini dei mobili antichi per ricostruire una tradizione femminile, creare e ricreare madri e intrecciare un discorso tra generazioni. Guiducci è uscita presto dalla “Stanza tutta per sé”, alla scoperta delle donne la cui voce era stata soffocata, quella delle contadine, delle donne del passato ribelli e sapienti come Trotula, ginecologa della scuola salernitana, delle casalinghe e della loro lotta silenziosa contro la subordinazione che le condannava a una “obbligata servitù” a vita, sfruttate dal lavoro in casa e asservite sessualmente ed affettivamente, espropriate dalla partecipazione alla vita sociale e sottoposte a una violenza che ha avuto conseguenze nefaste sia a livello personale che a livello collettivo. Oggi questa Madre dimenticata, che sentiamo tanto contemporanea, ci chiede di uscire dalla stanza, di scrivere, partendo da sé, un racconto di vita che sia anche lotta di emancipazione, di unirci in una battaglia che tenga conto delle condizioni materiali delle donne e non diventi sterile ideologia, recuperando la dimensione transnazionale della lotta femminista e dando voce a chi non ha voce.

«Ho ucciso l’angelo del focolare. È stata legittima difesa» A cura del Virginia Woolf Project.

***

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpg

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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