Cammini, pellegrinaggi, percorsi yoga


Le marce e i cammini religiosi hanno una storia comune, vengono celebrati spesso per la stessa causa, motivi sociali, educativi e politici. L’essere umano nomade di solito camminava e si adattava all’ambiente e al clima che incontrava per poter sopravvivere meglio alle intemperie e alle difficoltà. I viaggi hanno sempre suscitato un fascino incredibile e interessato donne e uomini che si sono spostati per curarsi, per conoscere e per trovare luoghi più favorevoli dove poter vivere nei periodi di grandi glaciazioni e carestie. Nei tempi antichi, flussi migratori apprezzabili furono relativi a spostamenti nella città santa, dove risiedevano gli oracoli, per conoscere il futuro, oppure dove si tenevano i giochi olimpici; per lo più erano spostamenti sotto la protezione di Zeus.
Camminare ha avuto molto a che fare anche con la filosofia e lo yoga, tale atto è considerato un atto in passione, che aiuta a placare i sensi e avvia a una forma di meditazione utile anche in luoghi di ritrovo informali, pensiamo per esempio a Socrate e ad Aristotele, che insegnava camminando sotto i portici del Liceo, infatti i suoi allievi si chiamavano peripatetici; pensiamo ancora a Ipazia, neoplatonica di Alessandria, che camminava sotto i portici per cercare studenti e insegnare, come pure ai sofisti, esperti nell’arte della retorica, che praticavano nelle strade passeggiando.
Secondo la tradizione i pellegrinaggi sono parte integrante della fede, pensiamo a quelli della via Francigena e di Santiago de Compostela nel Medioevo, ma anche oggi, poi i traffici su queste vie si sono intensificati fino a creare dei percorsi economici e sociali sulle vie delle Crociate in Terrasanta.
Chi si mette in cammino può conoscere a fondo popoli diversi e le loro culture, secondo lo scrittore tedesco Hermann Hesse il pellegrinaggio è dunque un mezzo per raggiungere la saggezza e la pace dell’animo passando per luoghi e persone. L’identità di colui o colei che varca i confini del proprio luogo d’origine per andare alla ricerca del sé è un’identità che va incontro all’altro per sperimentare sé stesso, una nuova vita. Il pellegrino era lo stesso praticante di yoga che si metteva in cammino per raggiungere il suo maestro o un tempio. Dante diceva: «Oh peregrini che pensosi andate», i cammini rivestono un senso di sacralità, perché si rischia di perdere le proprie radici per trovare sé stessi. Il pellegrinaggio è una realtà che esiste da sempre, ma che nel villaggio globale non si fa notare, arricchisce chi partecipa a un viaggio interiore e anche metaforico di realizzazione e di stupore.
Una storia particolare è quella del pellegrino russo raccontata in un testo ascetico scritto nell’Ottocento, che parla della preghiera del cuore, molto simile ai mantra dello yoga, che assieme alla Filocalia è una delle opere più diffuse della spiritualità ortodossa. Si succedono avventure, incontri in un quadro un po’ idealizzato della Russia tra brigantaggio e guerra, guardaboschi e scrittori squattrinati. Il pellegrino russo fu eremita nei boschi e parlò con un sacrestano nella piccola cappella di una chiesa. Venne derubato e poi accusato di sedurre le ragazze, per alcuni era un matto, per altri un santo taumaturgo, in ogni caso dal suo cuore traboccava una grande gioia. Tale racconto è stato il centro del romanzo Franny e Zooey del 1961 di J.D.Salinger in cui si parla di una giovane studente universitaria affascinata dalle tecniche ascetiche del buddismo e dell’induismo.
Nella pratica dello yoga il pellegrinaggio si chiama Padayatra, dal sanscrito “viaggio a piedi”, e viene percorso da una scuola di yoga a scopo spirituale oppure anche a fini comunitari, da un gruppo di persone con interessi sociali come era successo per esempio anche con il Mahatma Gandhi. Nella famosa marcia del sale a Dandi nel 1930 e poi nel ‪1933-1934 Gandhi dimostrò in maniera pacifica, ma efficace, in quale situazione si trovavano le persone intoccabili. Queste camminate erano volte a soddisfare il dharma (o dovere) e servivano anche a raccogliere i fondi necessari alla causa. Il cammino solidale, passo dopo passo, fa riscoprire dunque le proprie potenzialità psicofisiche. Lo scopo è anche quello di coltivare e preservare la salute e la coscienza con la meditazione, che predispone il corpo e la mente a una maggior flessibilità e gioia.
La preparazione al Padayatra può essere impegnativa e richiedere settimane o mesi di tempo a seconda della persona, se lungo il percorso ci si ferma a dormire in alloggi provvisori o alberghetti si possono condividere cibi e spazi. Bisogna essere in buono stato di salute, ricordare che non si tratta di correre per una maratona, non occorre affrettarsi per arrivare alla meta, durante il sonno alla sera ci si potrà poi ristorare. Le scarpe devono essere comode, possibilmente servirà un cappellino per ripararsi dalla calura, e un sacco a pelo con una torcia per la notte. È permesso usare una mantellina da pioggia e portarsi dietro della frutta secca all’occorrenza.
Le marce per la pace possono durare diversi chilometri al giorno e coinvolgere centinaia di persone che vogliono difendere la giustizia e i diritti dei popoli e
della terra, per fornire strumenti giuridici e strutture istituzionali di mobilitazione estesi ed efficaci, attivare un dialogo con le maggiori autorità dello Stato per far riconoscere e formalizzare i propri diritti. Il 25 settembre è la giornata internazionale della pace e ogni anno si organizzano marce sempre più lunghe e articolate tra più Stati o continenti per dare all’evento un carattere più internazionale. L’obiettivo è quello di suscitare interesse verso problemi comuni e sensibilizzare verso temi quali emergenza ambientale, povertà, emarginazione femminile ecc…

Ci sono tante marce famose, una di queste è la marcia Perugia-Assisi di fine settembre-inizio ottobre, che si snoda per circa ventiquattro chilometri. La prima marcia per la pace in Italia si svolse nel 1961 su iniziativa di Aldo Capitini, il Gandhi italiano, per testimoniare la solidarietà tra i popoli. Si prese spunto dai pacifisti anglosassoni, che nel 1958 protestarono contro il nucleare guidati dal professor Bertrand Russell. Capitini creò la bandiera multicolore della pace e fondò il primo movimento non violento come lotta attiva e un proprio metodo. Capitini ‪(1899-1968) si definiva religioso laico e parlava di compresenza di tutti gli esseri, morti e viventi, legati tra loro a un livello trascendente e compartecipe di valori, in un governo di tutti e tutte, un processo in cui la popolazione potesse prendere parte attiva alle decisioni e alla gestione della cosa pubblica, in un pensiero appunto simile alla filosofia dello yoga da cui prese spunto Gandhi nella Bhagavad-gita. I musulmani vanno alla Mecca, e questo costituisce uno dei cinque pilastri del Corano, e i figli maschi ebrei sono tenuti ad andare almeno una volta a Gerusalemme. Anche il buddismo e l’induismo hanno sempre favorito viaggi di scambio come pellegrinaggi sia delle persone comuni che di monaci erranti.
Govinda raccontò che errava per molte miglia e chiedeva alle nuvole la strada giusta da seguire, perché camminare è uno dei modi di meditare. Nello Zen si alternano posizioni sedute e in cammino per la meditazione. In Wanderlust. A History of walking (Mondadori, 2005) Rebecca Solnit afferma che la filosofia del camminare va al di là di ogni ceto sociale, è per tutti e tutte. Honoré de Balzac diceva che i pensieri nascono proprio camminando e servono a intravedere nuovi punti di vista. Il flaneur, come viene indicato, era un uomo errante che vagava per le vie cittadine provando emozioni osservando il paesaggio (Baudelaire).

In A piedi a Gerusalemme, 184 giorni, 184 volti, Sebastien de Fooz racconta il suo viaggio a piedi per sei mesi da Gand nelle Fiandre fino a Gerusalemme attraversando tredici Paesi con uno zaino e cinquanta euro in tasca, per depositare, in una breccia del Muro del Pianto, un unico sasso raccolto nel lager nazista di Dachau. Ogni persona che ama andare a piedi usa tutto il corpo e i sensi, per lo yoga sono fondamentali la consapevolezza psicofisica e la motivazione necessaria per coprire lunghe distanze e proseguire, liberandosi da ansie, lasciandosi andare, preparando la strada alla meditazione, ascoltando suoni e rumori, accettando imprevisti, senza correre, senza aspettative, solo per andare con un senso di libertà nuovo che dà la possibilità di riascoltarsi e una grande forza interiore. Andare a piedi apre molte porte, magari a piedi nudi, per cui ci si dispone in un atteggiamento curioso e appassionato, durante il cammino apprendiamo come guardare dentro noi stessi/e e gli altri/e. Il camminare aiuta a liberare la mente e a sgombrarla da pensieri pesanti, col desiderio di scoprire cose nuove, comprendere il mondo fisico con movimenti e percepire paesaggi di vari tipi, anche urbani, ma sempre a contatto con la natura, per assaporare piaceri sconosciuti e riprendere la strada con entusiasmo rinnovato. Siamo esseri in cammino che si scontrano su modi diversi di vivere e con una lieta umiltà ci si dispone a conoscerli. C’è sempre un primo passo a cui seguono altri che segnano un sereno distacco verso le cose materiali del mondo.

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Articolo di Nuria Kanzian

Docente di filosofia, amante dello yoga, giornalista freelancer, musicista e scrittrice, ha pubblicato opere di poesie, sceneggiature e saggi filosofici quali Autobiografia e conoscenza del sé e Cosmologia vedica. In qualità di Presidente dell’Associazione Noumeno culture, club di pratiche filosofiche, organizza progetti di formazione nel sociale.

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