Il diario femminile come spazio intimo e finestra sul mondo. Da Ginevra a Pescia. Il diario di Sara Simonde de Sismondi

Prima di iniziare questo secondo percorso attraverso gli scritti e la vita di Sara (detta Sérine) Simonde de Sismondi ― sorella del celebre storico, economista, critico letterario Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi (1773-1842 italianizzato in Sismondi) ― è d’obbligo ringraziare la studiosa e ricercatrice Vincenza Papini che, con il supporto delle traduzioni di Gabriella Landi, ha ridato vita a questa figura di cui ampiamente ha trattato nel volume From Geneva to Tuscany (2004). Ancora una volta parliamo di indagini e ricerche all’interno di “fondi” depositati in Biblioteche e Archivi, nei quali non è sempre facile individuare gli scritti femminili, ritenuti marginali rispetto al rilievo dato alla famiglia o al personaggio (uomo) di pertinenza. È un piccolo miracolo che il Journal di Sara sia sopravvissuto oltre due secoli, insieme a quello della madre Henriette: un totale di quasi seimila pagine, in quaderni di ridotte dimensioni legati fra loro in modo artigianale, con ago e filo. La madre scrisse per un trentennio circa, dal 1792, quando aveva 44 anni, fino alla morte, mentre Sérine scrive per otto anni, fino al 1800, alternando alla forma diaristica lo stile epistolare, rivolgendosi all’amica Mary rimasta in patria. Entrambe utilizzano dapprima il francese, ma dal 1793, durante un soggiorno in Inghilterra, cominciano a scrivere in inglese, praticamente senza punteggiatura né maiuscole, con numerose abbreviazioni, forse per mantenere una certa intimità e una maggiore privacy.

Ritratto giovanile di Sara e pagina del suo diario

Ma cosa c’è di tanto interessante in questo diario e in questa donna ignorata dalla storia, di cui anche dove visse e morì non resta alcun segno tangibile? In verità Sara Simonde (o Sismondi) è un personaggio che merita la nostra attenzione per svariati motivi: intanto perché appartiene a una famiglia nobile e antica, è sorella e madre di due uomini di spicco nel panorama culturale della difficile epoca in cui visse, è protagonista di una inedita emigrazione (fuga?) e si unisce in un matrimonio veramente atipico, spinta da sincero amore.

Facendo un passo indietro, vediamo di capirne meglio le origini e il legame con l’Italia. I Sismondi, assimilati agli Asmundo, sono una illustre famiglia di Pisa di cui è passata alla storia (anzi, al mito) la bella figura di Kinzica de’ Sismondi; secondo la leggenda si deve a lei se la città, nel lontano 1004 (o 1005), si salvò dall’invasione dei saraceni guidati da Musetto. Nella Divina Commedia Dante cita la famiglia nel canto XXXIII dell‘Inferno, quando il conte Ugolino rievoca la propria persecuzione ad opera dei Lanfranchi, dei Gualandi e dei Sismondi. In seguito, nel XVI secolo, lasciarono la Toscana, si convertirono alla fede protestante e si trasferirono prima in Francia, poi in Svizzera. Nel Settecento ormai sono saldamente stabiliti a Ginevra. Il nucleo familiare di cui parliamo è composto dalla madre Henriette Girodz, dal padre Gédéon François Simonde e dai due figli: Jean Charles (Charles) e Sara (nata nel 1776); si tratta di persone benestanti e influenti, dalla cultura vasta, abituate ai viaggi e ai soggiorni all’estero. Già il giovane, avviato a studi di economia, aveva viaggiato per l’Europa, formandosi a Lione e poi in Inghilterra, dove la madre e la sorella lo avevano raggiunto, trattenendosi oltre un anno, fra Londra e il Kent. Mentre infuriava in Francia la rivoluzione e si organizzava la coalizione internazionale per arginarne gli effetti, erano ritornati in patria, ma avevano trovato una situazione critica: si era appena concluso il periodo detto “Terrore ginevrino” che ebbe il culmine nel luglio 1794. I Simonde ne furono toccati da vicino: padre e figlio per un breve periodo rimasero in carcere, alcune persone conosciute furono giustiziate o bandite, si dovette vendere la casa di campagna di Chatelaine che conservava una ricca biblioteca, trasferita a Losanna in attesa di tempi migliori. Il patrimonio cominciava a risentirne. Fu presa pertanto la difficile decisione di lasciare la Svizzera, senza sapere se sarebbero ritornati o avrebbero messo radici altrove. Già qui vediamo la particolarità del viaggio: non è certo un grand tour, non vanno a visitare le città d’arte o a cercare le bellezze italiane, la loro non è una piacevole vacanza; sono praticamente dei fuggiaschi in cerca di pace e serenità, lontano da casa, in terra straniera, e fra loro manca il capofamiglia, rimasto a Ginevra per curare gli affari, insieme alla amata nonna Sara. I tre viaggiatori sono dunque una signora di 47 anni, il figlio di 22 e la figlia di 19, entrambi all’epoca minorenni. Partono con una carrozza affittata per l’occasione l’8 ottobre 1795. Fu un grande dolore: «Now all is done […] ogni giorno porterà nuove pene…» scrive Sara angosciata dal distacco.

E così inizia il viaggio e dal diario emerge la vivace personalità della ragazza: curiosa, brillante, osservatrice, accurata nel cogliere i dettagli degli ambienti e della natura, per cui mostra notevoli interessi botanici; sa poi valutare con acume e senso critico le persone via via incontrate. Risulta assai avvincente il racconto dell’itinerario che si dipana sulle Alpi per raggiungere l’Italia, un percorso avventuroso, incerto, lungo, pieno di pericoli e di eventi. Ne seguiamo tutte le tappe, giorno dopo giorno: colpiscono ad esempio certi disagi in locande sperdute, il timore giustificato di possibili bufere di neve, il trasferimento su un carretto o a cavallo in mezzo ai monti, ma anche la cura nel notare laghi, piccoli campi e vigne, lo scrosciare delle acque, la ricca vegetazione. Nel viaggio, affrontato con notevole spirito di adattamento, non manca nulla: il sequestro di due libri da parte dei rigorosi doganieri asburgici, la visione inaspettata delle oche selvatiche, il trasporto su una chiatta per superare il fiume Ticino, di cui «la descrizione di Sara ci offre quasi una sequenza cinematografica […] e ne scandisce i tempi con pignoleria svizzera», annota Vincenza Papini. Se Milano le appare grande, poco familiare e acutizza già la nostalgia di casa, le piace molto la rigogliosa campagna emiliana e rimane colpita dalla città di Parma, dove assiste a cerimonie religiose e laiche, a cui dedica ben tre pagine fitte; è un po’ delusa dal paesaggio appenninico e talvolta tormentata dalle pulci, in rifugi di fortuna. Dopo Bologna, i tre approdano a Firenze, nel Granducato di Toscana, che dovrebbe garantire una buona accoglienza agli esuli (alcuni dati indicano 400.000 forestiere/i residenti in Toscana, fra il 1793 e il ’95) e ha da poco come ambasciatore un lord inglese di loro conoscenza. La Toscana, dunque, appare un punto fermo, una meta predestinata, una scelta precisa. Possiamo però ipotizzare che, alla apprezzabile neutralità granducale, si unissero la lontanissima discendenza pisana della famiglia, condizioni di vita più economiche e la recente passione di Charles per la pittura e il disegno, fra i suoi vasti interessi. In città rimasero oltre un mese, visitando chiese e musei, frequentando teatri, scoprendo parchi e giardini, incontrando persone del loro rango: l’abate Fontana, il banchiere Salvetti, il marchese Guadagni. Mentre Sara è in continuo contatto epistolare con il «povero papà» e la «povera nonna», quasi per caso Charles, andato in perlustrazione in varie località, su segnalazione di un cuoco di fiducia si ferma a Pescia (oggi in provincia di Pistoia), allora una cittadina di circa 5.000 abitanti, fuori dai circuiti del turismo, e affitta una villetta isolata su una salita ripida e quasi impraticabile. I tre ― con sosta per la notte a Pistoia e passaggio rapido da Montecatini ― finalmente arrivano alla meta. È il 15 dicembre. Sara è triste e delusa: «Qui io sono entrata nella mia prigione fino al 10 giugno prossimo», essendo l’abitazione, piccola e scomoda, affittata solo per sei mesi. Può sembrare dunque un viaggio fallimentare e di breve durata, invece la famigliola rimarrà in Toscana per sempre, dopo aver acquistato una bella villa, che Charles chiamerà “Valchiusa”, con evidente reminiscenza petrarchesca: il padre (che muore nel 1810) verrà a Pescia sporadicamente, mentre la madre vi avrà la residenza e vi morirà nel 1821; Sérine sarà destinata a radicarsi più di tutti, grazie al matrimonio.

La villa in un’antica cartolina

Lo stesso Charles, che pure nel 1800 riparte alla volta di Ginevra, amerà molto la Valdinievole dove si appassiona alla coltivazione degli olivi e delle viti, su cui in seguito scriverà dei trattati. Sarà proprio lui a battezzare queste ridenti colline “Svizzera pesciatina”, termine usato abitualmente anche oggi.

Per andare oltre e approfondire la figura di Sara, dobbiamo ricorrere al saggio di Liana Elda Funaro (nel volume collettivo Andare sposa, sempre a cura della sezione Storia e Storie al Femminile, 2012) che aiuta a comprendere altri motivi di interesse per questa giovane donna. Sara viene corteggiata ― già dal 1796 ― da un nobile pesciatino: Anton Cosimo Dante Forti, amico del fratello; lei non resta indifferente e inizia una fitta frequentazione, ben più moderna e libera rispetto agli usi italiani. Sembra di trovarsi in un romanzo di Jane Austen o delle sorelle Brontë: i due giovani vanno a teatro, passeggiano, osservano la natura, leggono, suonano il pianoforte, studiano l’inglese, frequentano biblioteche e salotti; soltanto dopo due anni di travagliato fidanzamento, si possono sposare. Ma perché tante difficoltà? Cosa li ostacola? Un problema che solo nel 1970 è stato risolto: la differente fede religiosa. Sara, infatti, è calvinista convinta e praticante, Antonio cattolico e la loro visione del matrimonio è diversa: per l’uno è un sacramento, per l’altra un impegno civile. Ci vorranno tenacia e pazienza, tentativi, incontri, fogli, pratiche, dichiarazioni, giuramenti, dispense; si arriva a pensare a delle nozze clandestine (come Renzo e Lucia!) oppure a un trasferimento momentaneo a Livorno o a Trieste, dove vigeva il più liberale codice asburgico di Giuseppe II. Dopo tanto penare e una nuova dispensa, Antonio dovette giurare che si sarebbe impegnato a far diventare cattolica Sara, mentre Sara avrebbe dovuto educare alla fede cattolica i figli, ma avrebbe mantenuto la propria libertà di culto e avrebbe potuto visitare senza restrizioni la parentela svizzera. Finalmente il sospirato accordo è fatto, con tanto di contratto di nozze, da cui si deduce che le leggi di Ginevra erano più favorevoli alle donne rispetto a quelle italiane, come notò con meraviglia il notaio. Il 1° gennaio Sara scrive, piena d’amore, «I was extremely pleased and said now you are mine mine mine…». Sui preparativi, sul corredo, sull’abito, l’acconciatura, i fiori e le emozioni il suo diario e quello della madre si diffondono in dettagli: negozianti, costi, acquisti. Il 22 gennaio 1798 il matrimonio avviene nella canonica della chiesa pesciatina della Ss. Annunziata, in forma privata e rapida, con solo due testimoni e i genitori della sposa, con un prete ma senza la tradizionale benedizione. Nel diario Sara scrive: «I am Mrs. Forti. I have the best husband that can be wished for. Pray God may be a good wife». Il patto relativo alla rispettiva fede fu mantenuto: un figlio della coppia, Pietro, divenne addirittura vescovo, mentre Sara ed Henriette praticavano il loro culto, la domenica, e si recavano talvolta a Livorno alle celebrazioni della locale comunità protestante.

Dal momento delle nozze le note sul diario si fanno meno frequenti, per cessare del tutto nel 1800. La sua vita di sposa e madre non fu senza dolori, primo fra tutti la morte precoce di quattro degli otto figli, mentre la fede le sarà di conforto, insieme alla lettura, alla musica, all’educazione attenta rivolta in particolare ai figli maschi (specie gli amatissimi Giulio e Francesco) e al legame continuo e affettuoso con la madre e il fratello, al quale inviò almeno cinquecento lettere, secondo quanto rimasto e archiviato. Charles era già ritornato in Italia, al seguito di Madame de Staël di cui fu estimatore e amico, ma non a Pescia, dove finalmente nel 1816 soggiornò a lungo a casa della sorella e conobbe i nipoti. Sara morì a Pescia, a 59 anni, nel 1835 e fu sepolta ― per sua esplicita volontà ― a Livorno, nel cimitero protestante, accanto alla tomba di Henriette.

Il ricordo di Charles Sismondi e del nipote Francesco Forti (giurista, 1806-1838) a Pescia e nei dintorni è ancora vivo grazie all’intitolazione di Istituti scolastici superiori e alla odonomastica, mentre di Sara spetta a noi mantenere la memoria, grate per quanto di bello e interessante ci ha lasciato.

In copertina: Pescia, villa Sismondi, poi Desideri, ora biblioteca comunale.

Per approfondire:

Liana Elda Funaro,“Orgoglio e pregiudizio”-Il matrimonio di Sara Sismondi, in Andare sposa (a cura di Vincenza Papini), a cura dell’Istituto Storico Lucchese-sezione Storia e Storie al Femminile, Buggiano,Vannini, 2012

Vincenza Papini, From Geneva to Tuscany-Un viaggio del Settecento nel diario di Sara Sismondi, a cura dell’Istituto Storico Lucchese-sezione Storia e Storie al Femminile (appendice di documenti a cura di Gabriella Landi), Buggiano, Vannini, 2004

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Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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