Noi non abbiamo colpa

Ho letto con molto interesse Noi non abbiamo colpa, il secondo libro di Marta Zura-Puntaroni, Edizioni Minimum Fax. Leggerò anche il primo Grande Era Onirica perché sono incuriosita dalla scrittura femminile, inoltre Marta Zura-Puntaroni è marchigiana come me, della provincia di Macerata.
Il libro è un omaggio alla terra natia (Sanseverì d’argento, o pioe o sona a morto o tira vento), alla genealogia femminile e anche all’amicizia. Marta torna sempre volentieri al luogo di origine, Fontenova, vicino a Elcito, detto il Tibet delle Marche, situato nella campagna maceratese. Questa volta è tornata per la nonna Carlantonia, malata di Alzheimer. Vuole dare una mano alla madre che gestisce il turnover delle badanti. La sorella Laura si è trasferita a Milano, lei invece vive a Siena ormai da qualche anno. La madre Antea ha favorito il suo allontanamento dal paese per aiutarla nel percorso di emancipazione, ma Marta sembra aver lasciato lì le sue radici e i suoi affetti più cari. La vita al paese è fatta di piccole cose, di riti ripetuti, come andare in piscina con le amiche (il mare è lontano…) ma lo sguardo sui campi assolati è nutrimento per il suo cuore: qui il tempo sembra essersi fermato e le stagioni hanno ancora qualcosa da raccontare. Così come le viuzze del paese o l’unico bar dove prendere un gelato.
Tutto sembra uguale, immobile ma insieme ricco di misteri. Anche le persone che hanno percorso quelle strade, che hanno vissuto quei luoghi portano addosso dei segreti. Così come nella sua famiglia. «Gli Zura sono tutti uguali: alti, magri, scuri. I maschi hanno le stesse ciglia lunghe e le stesse mani sottili delle femmine, e questo li aiuta a trovare moglie. Le femmine hanno gli stessi nasi romani e gli stessi toraci piatti dei maschi, e questo non le aiuta a trovare marito». La sua famiglia è lì da generazioni. Le persone si salutano e si riconoscono per appartenenza familiare. Tutti conoscono tutti. Insomma, non le dispiace tornare al paese, anche per lunghi periodi, il lavoro lo può fare anche da casa. Ora vuole stare vicino alla nonna, qualcuno dice che le assomiglia.
Quali possono essere i pensieri di una giovane donna sulla vecchiaia? In genere autrici e autori e anche editori tendono a scartare il tema della vecchiaia. È un tema difficile da trattare. Il nostro mondo a fatica sta imparando ad accettare corpi che si modificano, che perdono vigore e bellezza. Ancora non è disposto a superare certi confini. Marta Zura-Puntaroni lo fa con coraggio, con l’urgenza istintiva di chi vive un periodo storico di passaggio. Diventano rilevanti le sue considerazioni. La malattia della nonna diventa motivo di riflessione sulla vita e sulla morte. I Giapponesi, dice la giovane scrittrice, hanno una parola, “kareishu”, per identificare l’odore di vecchio. Non sembra una nota gentile, ma è esemplare della crudezza mista a malinconia che attraversa tutto il libro. Vengono ricordati i gesti della cura, i corpi fragili ma ancora ribelli, i destini di giovani badanti straniere alle quali affidiamo i nostri affetti più cari. Vengono raccontate storie di donne, spesso infelici, che abitano le nostre case. Vanno e vengono, a volte portandosi dietro qualcosa di noi, tutte alla ricerca di un futuro migliore per loro e i loro figli. Grazie alle donne straniere, all’aiuto di questa forza lavoro a cui attinge in mancanza di un welfare dello stato, comunque Carlantonia continua ad abitare nella sua casa. In città sarebbe più difficile gestire una persona malata. L’autrice ci ricorda che il paese è accogliente anche in questa fase della vita. Il libro evidenzia che il lavoro di cura è ancora svolto solo da donne. Anche la madre Antea si troverà ad affrontare una malattia, ma insieme supereranno la prova.

Marta è una trentenne che fa i conti con la precaria situazione lavorativa della propria generazione. Dovrebbe già essere adulta e avere provato il mistero della maternità, donne tra le donne. Non è così. Il futuro è incerto e sicuramente motivo di inquietudine anche per la propria vecchiaia. Cerca di tenere a bada il senso di colpa per non riuscire a stare dietro alla nonna malata e per il sentirsi privilegiata economicamente. Alla ricerca di identità femminile, la protagonista prende forza dalle donne della sua famiglia. Le amiche la consolano e anche loro sono donne. Sognano addirittura un futuro insieme da vecchie. Gli uomini sono assenti e non vengono raccontati. Il mondo delle donne è un mondo separato da quello degli uomini. Renato il nonno e Luigino il padre, sono figure molto rassicuranti e positive ma del tutto in ombra. Gli uomini non condividono il lavoro di cura, ma neanche il mistero della vita.

È un bel romanzo scritto in maniera cruda. A noi lettori e lettrici rimangono addosso il dolore di chi ci sta intorno, il silenzio che spesso ci imprigiona e forse l’incapacità di abbracciare le persone che amiamo. Speriamo che faccia venire voglia di visitare le Marche quando ci sono i girasoli fioriti.

Marta Zura-Puntaroni
Noi non abbiamo colpa
Minimum Fax, Roma, 2020
pp. 190

***

Articolo di Luciana Marinari

Insegnante di scuola primaria per quasi quarant’anni, ha conseguito nel 2010 il Master Insegnare italiano agli stranieri presso la facoltà di Lingue di Urbino. Studiosa del pensiero della differenza, ha frequentato seminari di lettura e scrittura con Gabriella Fiori, studiosa di Simone Weil. Relatrice a incontri culturali sul tema della differenza, ha pubblicato articoli su riviste specializzate. Insegna italiano per stranieri presso il comune di Senigallia (AN) dove risiede.

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