Il mondo nuovo. Il tragico 2001: tre fatti, una storia

La manifestazione del 17 marzo a Napoli finisce nel sangue. Al governo siede Giuliano Amato ma le responsabilità precise ― tra governo, prefettura, agenti e comandanti di polizia ― non saranno mai chiarite. Nel frattempo in Italia si tengono nuove elezioni, vinte con largo margine dalla coalizione di Silvio Berlusconi. Il fascista Gianfranco Fini è scelto come vicepremier, influenzando drasticamente le scelte del nuovo governo. All’esecutivo e all’opinione pubblica è chiaro che lo scoglio imminente di grande importanza è la riunione del G8 che si terrà a Genova a luglio. Il nuovo ministro dell’Interno è Claudio Scajola, ma i preparativi per l’ordine pubblico in vista del summit genovese sono stati portati avanti in gran parte dal centrosinistra, in carica fino a un mese prima. 

A giugno il movimento No Global si ritrova di nuovo in occasione di un vertice dell’Unione Europea a Göteborg, in Svezia: qui, durante gli scontri, un poliziotto estrae la pistola e spara a un ragazzo, ferendolo gravemente. Fatto inaudito e insolito per una socialdemocrazia scandinava che ha sempre brillato in fatto di diritti umani e civili, l’episodio dimostra che la repressione del movimento internazionale, che si oppone alla globalizzazione scavalcando tutti i partiti, non è un problema solo italiano e non dipende solo dalla gestione dell’ordine pubblico e dalla violenza poliziesca, che in Italia non è una novità. 

Genova, 2001

Per il G8 di luglio ai carabinieri vengono fornite armi fuori ordinanza, inclusi gas altamente tossici vietati dal diritto di guerra; ma queste armi erano già state usate a Napoli, quindi la responsabilità non può essere integralmente del nuovo governo. Il centro storico della città viene blindato con grate e container e anche ai residenti è imposto il controllo ai check-point, tattica anche questa già applicata in precedenza dal centrosinistra. Scajola e Fini buttano benzina sul fuoco di una situazione già tesa, stanziano a Genova anche l’esercito e allestiscono la preparazione di duecento bare di plastica in caso di scontri particolarmente cruenti. L’ultima ordinanza prevede di decorare gli alberi con limoni finti e vieta di stendere le mutande sui balconi per non fare brutta figura con Bush.

In occasione del vertice, l’Italia sospende il Trattato di Schengen sulla libera circolazione degli esseri umani in Europa. Il movimento è troppo eterogeneo e variegato per coordinarsi: il Genoa Social Forum, rete che raccoglie tutti i gruppi che parteciperanno alle manifestazioni, non riesce nemmeno a costituire un unico servizio d’ordine e la paura prende spesso il sopravvento durante i preparativi del controvertice. Alla vigilia del summit le Tute Bianche italiane si sciolgono per la paura di essere troppo vistose e riconoscibili e danno vita al movimento dei Disobbedienti. Centri sociali, collettivi anarchici, partiti comunisti, sindacati di base, reti femministe, associazioni ambientaliste, pacifiste e cattoliche non hanno praticamente nulla in comune. Il Ministero dell’Interno manda alla Questura genovese un documento in cui sono minuziosamente descritte tutte le caratteristiche e le componenti del movimento, i gruppi da cui è composto (blocco rosa, giallo, blu, nero) e le tattiche proprie di ogni gruppo (nonviolenza, disobbedienza civile, assalto alle banche): con informazioni così dettagliate evitare disordini non dovrebbe essere affatto complicato, nonostante Genova non sia una città per niente semplice. 

L’assassinio di Carlo Giuliani

E invece il G8 di Genova è una carneficina. I corte pacifici vengono attaccati a freddo dalle forze armate che dovrebbero mantenere l’ordine e invece scatenano la guerra, il Black Bloc assalta le vetrine e incendia le auto indisturbato davanti alle forze dell’ordine che non intervengono, camionette in velocità vengono lanciate sui manifestanti per disperderli, la scuola, trasformata in dormitorio, che ospita il media center del movimento viene assaltata nottetempo e pestate le persone inermi che vi dormono dentro; la caserma dei carabinieri in cui è presente il vicepremier diventa sede di pestaggi e torture. Un ragazzo di 23 anni ucciso, decine di migliaia di persone ferite, di cui due in coma, e un trauma collettivo sono il risultato di queste giornate.

La sera stessa dell’omicidio, prima ancora di vedere le foto e conoscere l’identità di Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso durante gli scontri, Gianfranco Fini pronuncia la sentenza in televisione: «legittima difesa». Soffocato dalle pressioni politiche, il processo sui fatti di quella piazza non si terrà mai. Nonostante le pressioni internazionali, la mancanza di una legge sulla tortura nel codice penale italiano impedirà anche i processi sui pestaggi e sulle gravissime violenze subite da persone inermi da parte di polizia e carabinieri. Amnesty International definisce quanto accaduto a Genova nel luglio del 2001 «la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda guerra mondiale».

Dopo Genova niente è più come prima. Il movimento è irrimediabilmente distrutto. Accuse reciproche e diffidenza accompagnano i superstiti. I moderati si dissociano, poi tocca alle associazioni cattoliche, poi a quelle pacifiste. Nel giro di pochissimo tempo è scomparsa la più grande opposizione di massa al neoliberismo e alle sue politiche. 

11 settembre 2001, l’attacco alle Twin Towers

Il 10 settembre 2001 il presidente George W. Bush parla alla radio: avverte la popolazione degli Stati Uniti di fare attenzione perché «succederà qualcosa». L’indomani due aerei civili vengono dirottati e abbattono le Twin Towers del World Trade Center di New York uccidendo circa tremila persone, prevalentemente civili. Contemporaneamente, un altro aereo si schianta contro un’ala del Pentagono e un quarto precipita in Pennsylvania.

L’attacco è rivendicato da Al Qaeda, gruppo armato islamico capeggiato da Osama Bin Laden, come risposta alla presenza di soldati statunitensi in Arabia Saudita anche dopo la fine della guerra del Golfo e all’appoggio occidentale a Israele. Il primo attacco islamico all’Occidente era stato l’attentato all’ambasciata Usa di Nairobi del 1998. Eppure la famiglia Bin Laden è tra i principali partner commerciali della famiglia Bush. Viene immediatamente varato il Patriot Act, una legge che aumenta i poteri della polizia americana e delle reti di spionaggio e dà loro diritto a controllare la vita privata delle persone mediorientali in America. La vita di queste persone, con o senza la cittadinanza statunitense, peggiora ogni giorno.

Truppe Nato in Afghanistan

L’attentato dell’11 settembre 2001 è la scusa attesa da tempo per dichiarare «guerra al terrorismo», ovvero al Medio Oriente. E al suo petrolio. La Nato dichiara che l’attacco agli Stati Uniti è un attacco a tutta l’organizzazione militare internazionale e che interverrà compatta nella guerra di Bush. Tra le organizzazioni tacciate di terrorismo rientra il Pkk curdo, pur essendo chiaro che questo non ha niente a che spartire con Al Qaeda. Il 7 ottobre, a meno di un mese dall’attentato, la Nato invade l’Afghanistan, che, a quanto si dice, costituirebbe il rifugio di Bin Laden e la sede principale di Al Qaeda. Osama Bin Laden proviene dall’Arabia Saudita, ma il suo Paese di origine, alleato occidentale, non viene toccato.

Il governo laburista inglese guidato da Tony Blair approva la missione. Anche l’Italia entra nella guerra con un consenso quasi unanime, con decisione del governo di destra e l’approvazione anche dell’opposizione, fatta eccezione per Rifondazione comunista (che invece approverà la guerra durante il governo 2006-2008); la Spagna partecipa al conflitto ma nel 2004 se ne tirerà fuori; Francia e Germania invece si oppongono all’intervento militare. Le truppe della Nato non si sono mai ritirate dal Medio Oriente. L’unica voce autorevole che si leva contro la guerra è quella del papa Giovanni Paolo II, ma rimane inascoltata (benché le sue prese di posizione contro matrimoni omosessuali, aborto ed eutanasia siano prontamente accolte dal mondo della politica italiana). 

Inizia una lunga serie di manifestazioni per la pace in tutto il mondo, anche nei Paesi della Nato e inclusi gli stessi Stati Uniti, ma ormai lo scendere in piazza è uno strumento del tutto impotente. Dopo Genova, non reprimere un corteo è soltanto una generosa concessione dei governanti.

Nel 2003 la Nato invade anche l’Iraq sulla base di un presunto (e mai dimostrato) legame tra Al Qaeda e Saddam Hussein, dando origine alla Seconda guerra del Golfo. L’invasione facilita il controllo occidentale sui pozzi petroliferi iracheni, fondamentali per l’economia nordamericana ed europea. Di nuovo, come nel 1990, la Nato finanzia la lotta indipendentista delKurdistan iracheno contro Saddam Hussein, che sarà deposto dalla coalizione di marines statunitensi e peshmerga curdi.

Senza un drastico spostamento dell’opinione pubblica a favore della “guerra all’Islam terrorista” e con il “popolo di Seattle” ancora forte, la guerra in Medio Oriente sarebbe stata, se non impossibile, quantomeno controproducente in termini di consensi ai governi della Nato. Il G8 di Genova, l’attentato dell’11 settembre 2001 e l’inizio della Seconda guerra del golfo sono gli eventi che, con i peggiori auspici, chiudono il Novecento e aprono il nuovo millennio, ricco di tragici quanto inediti scenari geopolitici.


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Articolo di Andrea Zennaro

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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