La questione israeliana – Il giugno di Limes

La questione palestinese è stata da sempre al centro delle relazioni internazionali e oggetto di dibattiti e saggi, ma gli avvenimenti del maggio scorso hanno dimostrato che la questione prioritariamente da risolvere è quella israeliana, entro cui la palestinese è inscritta ed ha un’importanza decisiva. Per questo, con un titolo come sempre azzeccatissimo, La questione israeliana, il nuovo volume di Limes ci parla di Israele in modo approfondito e articolato, con visioni ed interpretazioni divergenti, tracciandone un quadro molto diverso da quello veicolato dai media generalisti. Nel frattempo l’esito delle elezioni è stato un vero regicidio nei confronti di Netanyahu e il governo Bennet che si è formato, con una “non maggioranza” molto fragile, (cosa non rara in questo Paese), 60 deputati (su 120) a 59, grazie all’astensione di un deputato arabo, racchiude in sé le frange estreme di destra e sinistra, pur di impedire il ritorno al Governo di un personaggio che per un dodicennio ha occupato “paternalisticamente” il potere.

La copertina, disegnata da Laura Canali, la bravissima artista e cartografa di Limes, è illustrata sul suo personale canale YouTube, che invito a frequentare, questa volta più di ogni altra, perché in questo numero il territorio è questione centrale. Le mappe e le carte, realizzate con la consulenza di una collaboratrice scientifica della rivista, sono bellissime e meritano di essere studiate attentamente. Come mi è capitato più volte di ricordare, queste mappe geopolitiche rappresentano uno strumento indispensabile e molto più accattivante rispetto ai corposi Manuali di storia per affrontare temi cruciali con le nostre e i nostri giovani studenti.

Mosaico israeliano

L’editoriale del direttore Caracciolo, O nazione o tribù, ci porta subito al cuore del problema. La questione palestinese è al momento bloccata, non ci sono all’orizzonte ipotesi di uno Stato palestinese, forse anche perché se i palestinesi sono un popolo, ancora non sono una nazione. Poco dopo il varo del piano di disimpegno israeliano da Gaza (6 giugno 2004), Dov Weisglass, braccio destro del premier Ariel Sharon, si vantava pubblicamente di aver convinto Congresso e presidente degli Stati Uniti a «congelare il processo di pace». Il ritiro unilaterale autogestito di novemila coloni lasciava i palestinesi nella striscia di Gaza, «appaltata a Ḥamās», la branca palestinese dei Fratelli musulmani, gruppo di natura terroristica e perciò inaffidabile, impresentabile e bombardabile di tanto in tanto, per «falciare l’erba», senza dimenticare che questa stessa formazione era stata proprio dagli israeliani (neppure tanto segretamente) incentivata in passato per indebolire Arafat. Weisglass qualificò questa operazione con una «metafora chimico-antropologica: «È formaldeide». Battericida impiegato nell’imbalsamazione dei cadaveri. Della defunta questione palestinese si sarebbe riparlato qualora quegli arabi fossero diventati «finlandesi». Distratti dai nemici esterni, gli israeliani hanno sottovalutato l’esistenza sul loro territorio di quattro tribù (espressione coniata dal Presidente della Repubblica Reuven Rivlin, il cui mandato scadrà il 9 luglio). Esponente del Likud, «di testa e spirito indipendente» in un discorso profetico, o solo realistico, Rivlin sostenne nel 2015 che Israele era diventato paese di minoranze profondamente diverse: 38% ebrei secolari (laici), 15% ebrei nazional-religiosi, un quarto arabi e quasi un quarto haredim (ultraortodossi nell’impreciso gergo corrente). I primi due, in cui si riconoscono in maggioranza le élite, sono in linea di principio sionisti, gli altri no. I bambini di ogni tribù frequentano scuole differenti che perseguono canoni assolutamente incompatibili e i sottogruppi hanno le loro capitali informali di riferimento: Tel Aviv per i secolari, Efrat per i nazional-religiosi, Bnei Brak per i haredim – letteralmente «timorati di Dio» – Umm al-Faḥm per gli arabi. Tutto questo rende estremamente difficile una convivenza basata su una coscienza comune.

La crisi di maggio

Dopo le violenze, definite terrorismo e guerra civile dai leader israeliani, nelle città miste e a Gerusalemme Est fra bande di giovani estremisti, se la questione palestinese resta chiusa, si è (ri)aperta quella israeliana.

Come spiega Caracciolo, «I palestinesi non sono ancora finlandesi. In compenso, gli arabi israeliani, di cui fino a ieri si ammirava la progressiva integrazione nello Stato ebraico, agli occhi di molti concittadini ebrei si svelano oggi temibili palestinesi in casa.

Il vicino di pianerottolo con cui capitava di cucinare insieme, il collega di lavoro, il confidente della porta accanto può apparire in una luce inquietante, minacciosa. Israele è nato per proteggere gli ebrei dalle persecuzioni e dallo sterminio. Oggi gli ebrei israeliani scoprono di non essere così sicuri nel proprio Stato. In discussione è la ragione statuale d’Israele. Non perché eserciti arabo-islamici stiano per invaderlo. Tanto meno a causa del pericolo di uno Stato palestinese ai suoi confini. Molto peggio: perché la convivenza fra le tribù d’Israele, anzitutto fra arabi ed ebrei, non è più scontata.» I media purtroppo si sono concentrati sull’attacco missilistico di Hamas da Gaza, cui l’esercito israeliano ha risposto sulla Striscia, ma il vero problema è tutto interno e riguarda gli scontri violenti a Gerusalemme Est e nelle città miste, in cui convivono quartieri arabi ed ebraici, conflitti sapientemente oscurati dalla comunicazione israeliana, che ha concentrato tutta l’attenzione su Hamas.

Nella Parte prima il numero di giugno è intitolato Quanto israeliani sono gli arabi israeliani ed è ricco di contributi come sempreprovenienti da autori di diversa ispirazione politica. Vi si approfondisce la limitata integrazione socioeconomica della corposa minoranza palestinese-israeliana. Secondo Dario Fabbri il fronte interno potrebbe collassare perché gli arabi israeliani rischiano di schierarsi con i palestinesi. Non si tratta qui solo di «tagliare l’erba» ogni tanto, come gli Stati Uniti definiscono le incursioni israeliane nei territori palestinesi. C’è qualcosa di diverso, oggi. I palestinesi israeliani rappresentano il 21% della popolazione di Israele, stanno meglio e vivono meglio dei palestinesi di Gaza, ma in questa crisi, che avviene dopo gli Accordi di Abramo e la proclamazione di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, si sono schierati contro la polizia israeliana. Danny Rubinstein, editorialista del quotidiano Haaretz e di altre testate israeliane descrive in modo dettagliato le quattro tribù di Israele nel suo interessante articolo Le tribù d’Israele non si parlano. Altrettanto illuminante l’articolo diḪaḍir Sawā‘id, Ricercatore associato presso l’Institute for National Security Studies (Inss) Gli Arabi israeliani tra identità palestinese e fedeltà allo Stato.

Illuminante la Conversazione con David Koren, direttore del dipartimento per la Pianificazione strategica a Gerusalemme Est del ministero dell’Istruzione di Israele, dal titolo Come tenere buoni gli Arabi di Gerusalemme. Mordechai Kedar, ex colonnello delle Forze Armate israeliane, ci ricorda, nel suo articolo Il Jihad ci è entrato in casa «che la dottrina del jihād non riguarda solo l’elemento bellico, ma contiene ogni possibile aspetto destinato a rafforzare l’islam e a ridurre o vincere la forza di tutte le altre religioni. C’è dunque il jihād economico (boicottaggio di Israele, raccolta fondi per le organizzazioni jihadiste), il jihād politico (costituzione di partiti islamici, influenza sui politici), il jihād mediatico (proselitismo, creazione di canali come Al jazeera, al-Manar, al-Quds e di social media dedicati), il jihād sociale (organizzazioni di mutuo soccorso per i bisognosi), il jihād accademico (attività nei campus, pubblicazione di riviste «scientifiche» come Islamophobia Studies Journal), il jihād di insediamento (espansione della presenza di musulmani in ogni possibile luogo al mondo), il jihād degli incendi (nelle foreste del Nord di Israele e nelle chiese d’Europa), il jihād delle strade (come i pogrom contro gli ebrei a Gerusalemme, Lod, Haifa ma anche in Francia, Belgio, Germania, Inghilterra), il jihād della preghiera in strada (in Francia e in altri paesi), il jihād della costruzione di moschee ovunque sia possibile, il jihād dell’islamizzazione di cristiani ed ebrei e tanto, tanto altro ancora. La compagnia edilizia di Ḥizbullāh in Libano si chiama Jihad Construction.

Coriandoli di Cisgiordania

Secondo il suo leader Ḥasan Naṣrallāh, lo sviluppo dell’industria è jihād industriale e la sua industria del narcotraffico, destinata interamente all’esportazione verso Israele, Europa e Stati Uniti, è jihād della droga.» La parola a Shin Bet e il racconto delle infiltrazioni israeliane tra gli arabi palestinesi sono il focus di In futuro gli 007 israeliani guarderanno più a Lod che a Gaza di Luca Mainoldi, mentre nel testo raccolto da Pavoncello Meir Elran, in passato vicecapo dei servizi di intelligence militari e parte dello staff dei negoziatori, approfondisce la situazione difficile in cui si trovano i beduini e invita alla costruzione di città arabe, per evitare le radicalizzazioni degli arabi palestinesi e degli ebrei. In questo articolo si mettono in evidenza le cinque cause alla base della crisi di maggio: il fattore religioso, il coincidere negli stessi giorni di eventi storici e identitari di notevole valenza politico-religiosa (Giornata dell’unificazione di Gerusalemme e Ramadan), il caso giuridico-geopolitico di Šayḫ Ğarrāḥ, in cui proprietari ebrei di immobili richiedono lo sfratto di famiglie arabe che vi vivono da lungo tempo; il vuoto politico al vertice dello Stato che dura da oltre due anni, l’incapacità della polizia di affrontare la situazione. Di Palestina e delle sue tante voci si parla in due articoli a firma Umberto di Giovannangeli. Nel primo con le parole di Haim Ramon, ex vice primo Ministro della giustizia già laburista, poi di Kadima si afferma che da quando Netanyahu è salito al potere nel 2009, ha firmato «un patto non scritto con Ḥamās». L’accordo è stato scritto per contrastare l’Autorità nazionale palestinese (Anp) e il suo leader Abu Mazen, «perpetuando la spaccatura tra Ḥamās a Gaza e Anp in Cisgiordania, e per mantenere il congelamento diplomatico, basato sull’affermazione che nessuno rappresenta tutti i palestinesi». Nel secondo si intervista Ayman ‘Awda, Presidente della Lista Comune, una delle due formazioni politiche rappresentative della comunità araba israeliana. Non sarà facile rimarginare la ferita inferta dagli anni di governo di Benjamin Netanyhau, che hanno puntato all’odio razziale nei confronti degli arabi, discriminati nella pianificazione e nella costruzione, nelle infrastrutture e nella terra.

Israele contemporaneo

La seconda parte della rivista di geopolitica è intitolata Vivere con le tribù? e analizza le varie formazioni religiose ebraiche. Gli ebrei si ripetono continuamente la battuta «fai incontrare due ebrei, ne usciranno almeno tre partiti», ma oggi questo non fa più ridere. Tra i tati approfondimenti di questa sezione, degna di nota è l’intervista a Della Pergola, professore emerito di Demografia all’Università ebraica di Gerusalemme. Ne La politica spacca Israele ma amās lo ricompatta, lo studioso non contesta la categorizzazione etnoreligiosa di Revlin, riproposta dalla quadripartizione del sistema scolastico, ma sostiene che oggi la distinzione tra religiosi e secolari non è più così netta.  Sarebbe più corretto parlare, oltre alla componente araba e a quella dei haredim, della divisione tra una grande destra e un grande centro-sinistra: la prima raggruppa i ceti più nazionalisti e religiosi, la seconda i secolari e i progressisti, solo questi ultimi ancora propensi alla soluzione dei due Stati. Anche tra gli arabi sussistono differenze e l’identificazione con i palestinesi non è scontata. Solo una parte minoritaria si dichiara palestinese, la maggioranza si definisce musulmana o araba e c’è anche chi si dice israeliano. I palestinesi israeliani di Gerusalemme Est hanno lo status di residenti permanenti in parte diverso dagli altri arabi presenti sul territorio. Possono votare nella municipalità e usufruire dei servizi sanitari israeliani, ma non possono tramandare questo status agli eredi. Nel campo politico si contano quattro partiti arabi. Uno Stato tribale può ancora definirsi nazione, ma i conflitti da cui è dilaniato sono ancestrali e per Della Pergola la legge del 2018 che designa Israele Stato nazionale degli Ebrei è stata un errore.  «Molto più fine, intelligente e sensato» il documento costituito dalla Dichiarazione d’indipendenza del 1948, che proclama la natura ebraica di Israele, ma persegue la collaborazione e la riconciliazione con i paesi vicini e con la componente araba interna. Da questo documento è espulsa intelligentemente la parola «Dio» sostituita con la metafora «Rocca più alta». Con ciò si esclude definitivamente la natura teocratica dello Stato di Israele.

La striscia di Gaza

In Chi separa e chi riunisce dopo avere descritto i gruppi di estrema destra che hanno preso parte agli scontri di maggio, Lehava (Fiamma), No’ar HaGhev’aot (Gioventù delle colline) e La Familia e l’importanza dei social media per il reclutamento e l’organizzazione degli scontri, Pavoncello si sofferma sugli operatori di pace per una convivenza tra arabi e israeliani. Shomrei haBait (Guardiani della casa) è il gruppo che ha organizzato un incontro di solidarietà tra le quattro tribù d’Israele. Il suo motto è stato: «vivere insieme». Le donne, come spesso accade, si sono fatte promotrici di iniziative di creatività. Il gruppo delle Madri di Haifa ha proposto un evento in cui i bambini ebrei e arabi hanno decorato e dipinto ombrelli bianchi e li hanno posti nella via principale del quartiere German Colony, in città. Venticinque donne ebree e arabe si sono riunite il 25 maggio nei pressi di un ponte nella valle di Yiezre’el per decidere insieme come rafforzare il buon vicinato. Una catena di pace, Women making peace ha unito mille donne arabe ed ebree, che si tenevano per mano intorno alle mura davanti alla Città Vecchia di Gerusalemme, per trasmettere un messaggio di speranza e di pace. E tanti altri ricostruttori e ricostruttrici di pace sono descritti in questo approfondimento. Per il 15 giugno è stata organizzata la Festa dei vicini, per rafforzare lo spirito di appartenenza alla società israeliana. Un altro articolo interessante è L’irresistibile avanzata dei coloni ortodossi in cuiPaolo Pieraccini racconta come, dai primi anni Settanta del Novecento, si è sviluppato il processo di appropriazione di abitazioni arabe a Gerusalemme Est e in base a quali meccanismi politico-amministrativi e giuridici. Da qui e dal tentativo di scacciare gli arabi dalle loro case di Gerusalemme Est verso la Cisgiordania in virtù di antichi diritti di proprietà ebraici si è scatenata la ribellione che ha fatto emergere la questione israeliana.

Insediamenti

La terza parte, Che cosa si muove attorno a Israele affronta i rapporti dello Stato ebraico con Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, e il ruolo degli Usa. Oggi Israele non ha nemici arabi esterni. La Giordania è di fatto una dependance di Israele, il Libano meridionale, in cui è presente una forza internazionale, è reso innocuo, la Siria è stremata dalla guerra e di fatto gli Stati Arabi, dopo gli accordi di Abramo firmati da Emirati Arabi Uniti e Bahrein e informalmente benedetti dall’Arabia Saudita, hanno rinunciato alla difesa della causa palestinese in cambio del riconoscimento di Israele. Sull’Egitto si rinvia all’articolo di Big Pharaoh A Gaza ha vinto Al Si-Si, che sottolinea il ruolo di mediazione nella fissazione della tregua tra Hamas e Israele, ma non solo.

Rimangono l’Iran, nemico storico non arabo ma persiano, (si veda l’approfondimento A Gaza l’Iran applica la politica dei due forni) che dovrà trattare l’accordo sul nucleare con gli Usa, e la Turchia. La crisi è esplosa a Gerusalemme e per Gerusalemme proprio nel momento in cui Erdogan si è intestato la causa islamica, scippandola ai Paesi arabi. Il paradosso quindi sta nel fatto che Israele, da sempre abituato a difendersi dai nemici esterni e da quelli presenti nei territori occupati, oggi rischia di non poter contare su un quinto della popolazione, quella dei palestinesi israeliani, come amano farsi chiamare, esclusi, nonostante un tentativo in tal senso fallito negli anni cinquanta, dalle forze militari ( cui possono accedere pochi beduini, drusi e  circassi), scacciati da Gerusalemme Est in nome di antiche leggi ebraiche precedenti alla costituzione dello Stato di Israele del 1948, confinati in un regime di cittadinanza di serie B e impediti ad espandersi, nonostante la bomba demografica palestinese lo richieda.

E gli americani sarebbero disposti a “morire per Israele”, se fosse minacciato dall’esterno? Gli ebrei americani, che sono la comunità più grande del mondo insieme ad Israele, stanno assimilandosi e hanno un atteggiamento articolato nei confronti di quello che è e sarà sempre per loro lo Stato ebraico: da una trentina d’anni a questa parte ne riconoscono gli errori, sono critici su alcuni dossier, considerano Netanyahu un nemico politico interno agli Stati Uniti. La fedeltà a Israele si sta però inaspettatamente allargando dalla diaspora ebraica alla parte evangelica degli Stati Uniti meridionali, il bacino più militarista del Paese, quelli che definiremmo i “fondamentalisti cristiani”. Pur essendo vagamente antisemiti, gli evangelicali, Millenaristi, convinti del ritorno di Gesù sulla Terra, mantengono un legame sentimentale nei confronti della Terra Santa e sono convinti che gli ebrei la custodiscano meglio di altri. Col solito pragmatismo, Israele vede di buon occhio l’appoggio degli evangelicali e forse proprio questo li rassicura di un appoggio, quanto meno ideologico, da parte dell’alleato di sempre.

 Un eccesso di sicurezza e la poca cura e manutenzione della convivenza con gli arabi israeliani sono alla base dello scoppio della crisi di maggio. E oggi lo Stato ebraico è meno sicuro. La questione israeliana è l’altra faccia della questione palestinese. Deriva tribale, con ulteriore emarginazione dei palestinesi israeliani o israelizzazione? Sicuramente israelizzazione, ma ci vorrà molta pazienza.  Davvero insopportabili sono le differenze di status tra arabi israeliani ed ebrei, «quelle che ti assegnano per nascita una dignità inferiore in gerarchie non scalabili per merito giacché fissate dal fondo identitario. Così il cerchio non si chiude mai.», come ci ricorda il direttore di Limes. Da qui Israele dovrà passare per la realizzazione di uno Stato veramente plurietnico, in cui i palestinesi israeliani siano davvero integrati.

***

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpg

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...