Facciamo chiarezza fra favola e fiaba. Ricordando Jean de La Fontaine

L’8 luglio di 400 anni fa nasceva il celebre favolista francese di cui fra poco parleremo. A dire la verità, però, la scelta di questo anniversario ha uno scopo preciso: ripristinare la corretta definizione di due generi letterari ben distinti, ovvero favola e fiaba. Capita infatti di imbattersi spesso in recensioni e articoli su quotidiani e periodici in cui, magari in pieno contrasto fra testo e titolo, si usano i due termini come se fossero sinonimi. Se ne sta perdendo l’identità, forse perché sono ormai poche le persone (nonni/e? genitori? insegnanti?) che le narrano. Si sente dire: «Pinocchio è una bella favola!». No, è un romanzo (tutt’al più fiabesco). «Come sono avvincenti le favole per bambini!». No, quelle sono fiabe. «La favola rosa della principessa X». No, quella è una (eventuale) fiaba. Anche in una intervista a Emma Dante, regista palermitana (Corriere della Sera, 6-1-21), a proposito del suo libro E tutte vissero felici e contente, rivisitazione al femminile di alcune fiabe tradizionali, nello scambio con la giornalista si confondono i due generi. Sarà una fissazione da ex docente di Lettere, ma certo nelle mie classi del Biennio si facevano esercizi di scrittura, di composizione guidata e di “scomposizione” dei testi in prosa, fra cui novelle e racconti (che non sono propriamente la medesima cosa), dialoghi, descrizioni, pause riflessive, analessi, prolessi, ma anche fiabe e favole che costituiscono una utile palestra per comprendere i meccanismi di un testo e per esercitarsi nell’analisi delle tecniche utilizzate.

Cominciamo dunque con una comparazione, a beneficio soprattutto di docenti e studenti.

La favola si rivolge (per lo più) alle persone adulte, a cui vuole dare un insegnamento; è breve, ha un inizio indeterminato e consiste essenzialmente in un dialogo. I personaggi sono di solito solo due e rappresentano vizi e virtù degli esseri umani simboleggiati da animali (cane, volpe, lupo, agnello, serpente, leone, ecc.). La descrizione di spazio e tempo è limitata allo stretto necessario. Ha una morale conclusiva che manifesta un intento pedagogico. È una vera e propria opera letteraria con un preciso autore (raramente autrice): Esopo, Fedro, La Fontaine, Trilussa, Rodari…

La fiaba è destinata all’infanzia, serve per far addormentare, divertire, intrattenere; ha una lunghezza assai variabile, a piacere, senza regole precise: solo l’interesse di chi ascolta e la voglia di chi narra.

Ha un inizio codificato: C’era una volta; è per lo più narrata e con pochi dialoghi; ha sempre un eroe/eroina protagonista che deve superare delle prove (con la forza o l’astuzia) anche con l’aiuto di uno o più oggetti magici e aiutanti, ma ostacolato/a da uno o più antagonisti. La storia consiste in viaggi, spostamenti, ricerche; spazio e tempo non hanno una logica nè limiti, con il frequente intercalare: Cammina cammina, oppure Lontano lontano; alla fine l’eroe/eroina vince, l’antagonista viene punito/a (anche con estrema crudeltà), ma il fatto è rassicurante: l’ordine viene ripristinato (E tutti vissero felici e contenti). La fiaba si tramanda oralmente, dalla nonna ai/alle nipoti, in tutto il mondo; dunque non ha pretese letterarie, anche se scrittrici e scrittori se ne sono appropriati: fratelli Grimm, Andersen, Perodi, Pitrè, Collodi, Calvino, Rodari…

Facciamo subito un esempio di favola:

La volpe e la maschera teatrale (del latino Fedro, ripresa poi da de La Fontaine) 

Un giorno una volpe vide per caso una maschera teatrale e disse: «Oh, quanta bellezza, ma è priva di cervello!». Queste parole valgono per tutti quelli ai quali la fortuna concesse onore e gloria, ma tolse il senso comune (la capacità di ragionare).

Come esempi di fiabe sono senz’altro raccomandabili quelle raccolte un po’ in tutta la penisola da Italo Calvino, una lettura piacevolissima a qualsiasi età; esemplari possono essere, a riprova di quanto affermato sopra: La bambina venduta con le pere, La ragazza mela, Prezzemolina, Quattordici, Sperso per il mondo, in cui si ritrovano gli elementi caratteristici, pur nelle numerose versioni diffuse in luoghi e tempi diversi.

A proposito dunque di de La Fontaine, passato alla storia della letteratura principalmente come favolista alla maniera degli antichi autori greci e latini, sappiamo che era nato in una famiglia agiata a Château-Thierry e fu mandato dal padre a frequentare studi ecclesiastici, ma presto li abbandonò a favore della giurisprudenza. Si laureò in legge e nel 1647 si sposò con Marie Héricart da cui ebbe un figlio; il matrimonio non durò a lungo e lo scrittore si trasferì a Parigi dove frequentò i salotti e il bel mondo. Conobbe gli/le intellettuali dell’epoca e ottenne la protezione di gentildonne colte e raffinate. Nel 1683 fu ammesso all’Accademia di Francia. Morì nella capitale il 13 aprile 1695; le sue spoglie ebbero una vicenda travagliata perché furono spostate più volte, fino alla dimora definitiva nel cimitero parigino di Père-Lachaise.

Nella sua carriera artistica si dedicò a più generi: fu traduttore di classici, compose poemetti anche molto apprezzati (Adonis), madrigali, libretti d’opera (fra cui Daphné per il musicista Lulli), commedie, una tragedia (Astrée), rifacimenti di testi altrui, novelle in versi ispirate alle opere di Boccaccio e Ariosto. Ma certo la notorietà gli giunse grazie alla pubblicazione delle favole, una prima raccolta nel 1668, una seconda nel 1679, in cui stigmatizza attraverso la satira e la critica sociale i difetti umani: avidità, ignoranza, falsità, cattiveria; d’altro canto mostra la sua simpatia per le persone semplici, deboli, modeste. Apprezza anche la franchezza contro l’ipocrisia, la generosità contro il profitto, la saggezza contro la ricchezza materiale, anticipando con la sua libertà di pensiero, la fiducia nella ragione e la visione epicurea della vita quelli che saranno di lì a poco i princìpi dell’Illuminismo.

Jean De La Fontaine

Per concludere ricordiamo in una veloce carrellata gli animali più simbolici e più presenti in generale, nella favolistica di ogni tempo: il leone è il re della fauna e rappresenta la forza, l’autorevolezza, il cane simboleggia la fedeltà (ma talvolta anche l’ubbidienza ossequiosa all’essere umano), l’asino la caparbietà ma anche la passività (tipica del popolo ignorante), il serpente la falsità, la volpe l’astuzia, il lupo l’avidità famelica, il bue la pazienza, la rana la superbia (per imitare le dimensioni del bue, si gonfia fino a scoppiare…), l’agnello la mansuetudine, e così via. Una delle favole più note di de La Fontaine, rifacimento di quella di Esopo, ripresa poi da Fedro, è un vero classico ormai: Il corvo e la volpe; a causa della sua sciocca vanità e del potere subdolo dell’adulazione della furba volpe, il corvo lascia andare il pezzo di formaggio che ha nel becco per emettere lo sgraziato verso. La morale è facile da comprendere. E ancora, divenute proverbiali, ricordiamo La volpe e l’uva, Il lupo e l’agnello, La lepre e la tartaruga, Il topo di campagna e il topo di città, fino a La cicala e la formica, di cui il nostro Gianni Rodari fece una celebre rivisitazione in rima:

«Chiedo scusa alla favola antica,
se non mi piace l’avara formica.
Io sto dalla parte della cicala
che il più bel canto non vende…
regala!».

In copertina e nel testo: disegni di Luzzati per Calvino.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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