La donna nell’antico Egitto

Quando parliamo di antico Egitto parliamo di una civiltà fiorita lungo la valle del Nilo, secondo alcuni quasi 4000 anni avanti Cristo, una civiltà che dura fino al 30 a.C. allorché Ottaviano, futuro primo imperatore di Roma col nome di Augusto, sconfigge Marco Antonio e Cleopatra VII, ultima regina d’Egitto, e l’Egitto diventa una provincia dell’impero romano. Dunque, una delle civiltà più longeve e più importanti nella storia umana.

La posizione sociale della donna era per molti aspetti migliore di quella di cui godevano le donne nell’antica Grecia, ad eccezione di Sparta, e nell’antica Roma, ad eccezione dell’Etruria, perfino migliore della condizione della donna in Europa fino a un secolo fa, ovvero alla Prima guerra mondiale, o ancora meno. Ad Atene come a Roma, le donne erano legalmente considerate “eterne minorenni”, minorenni a vita, sotto la tutela del padre e poi del marito, prive della maggior parte dei diritti civili e politici. 

Lungo le rive del Nilo donne e uomini erano uguali davanti alla legge. La donna era considerata pari all’uomo e aveva i suoi stessi diritti, la stessa istruzione e la stessa paga.

La ragione dell’uguaglianza giuridica sta nella religione. Secondo la religione egizia, in principio, quando è stato creato il mondo, c’erano un dio e una dea: il dio si chiamava Shu(aria), la dea si chiamava Tefnut (umidità). Questa coppia generò un’altra coppia: Geb, dio della terra, e Nut, dea del cielo. Per questo motivo gli Egizi credevano che fin dalla creazione del mondo ci fossero i due sessi, un maschio e una femmina. E perciò ritenevano che l’essere maschile fosse indissolubile da quello femminile, e maschio e femmina fossero assolutamente pari. 

La donna fin da quando diventava maggiorenne era soggetto giuridico, non aveva nessun tutore, aveva i suoi beni, il suo patrimonio personale, li conservava anche quando si sposava; poteva stipulare contratti, comprare, vendere o ereditare proprietà, possedere e amministrare beni e terreni; era libera di scegliersi il marito, di fare testamento e di decidere gli eredi a cui lasciare i propri averi; poteva essere chiamata come testimone o come accusatrice nei processi, ricoprire cariche religiose o politiche, senza chiedere permesso a nessuno, né al padre né al marito. Le Egizie erano proprietarie terriere, ma anche scriba, letterate, medichesse, ostetriche, perfino capitane di navi.

Avendo gli stessi diritti dell’uomo, la donna egizia poteva avere la stessa condanna dell’uomo per reati gravi, compresi i lavori forzati.

Musiciste e danzatrici

I Greci, come Erodoto, restavano meravigliati per la libertà di cui godevano; rimase molto sorpreso pure l’archeologo francese Jean François Champollion, il primo che decifrò i geroglifici nel 1822.
La donna egizia era autonoma, libera, emancipata e indipendente. Con disinvoltura poteva uscire e andare dovunque le facesse piacere proprio come le donne di oggi. Nelle famiglie agiate le bambine, già dall’età di quattro anni, erano istruite dagli scribi a leggere, scrivere, suonare uno strumento musicale e danzare, e praticavano con le compagne ginnastica e nuoto (nel fiume o nei canali).
Le popolane svolgevano le faccende domestiche o lavoravano nei campi. Le donne più ricche assumevano delle bambinaie per i loro figli e facevano le cantanti, le musiciste, le profumiere o le sacerdotesse.

Gli Egizi si sposavano molto giovani, intorno ai quattordici anni le ragazze e diciotto gli uomini. Non c’era una vera e propria cerimonia nuziale, un rituale preciso, non esisteva nessun sacerdote e nessun ufficiale di stato civile che univa la coppia in matrimonio. I due partner convivevano liberamente. Potevano anche essere consanguinei, zio e nipote, cugino e cugina, più si era ricchi e più si era liberi. Non c’era nessun divieto. Ci si sposava tra parenti prossimi per non dividere le proprietà familiari, però non ci si univa in matrimonio tra fratello e sorella: solo il faraone sposava a volte la sorella o una figlia per conservare il potere regale.

A un certo punto i partner stipulavano il contratto di nozze, contenente clausole che garantivano alla donna alcuni diritti patrimoniali in caso di separazione. Si faceva festa con danze, canti e banchetti, alla fine il padre accompagnava la sposa a casa del marito.

Nefertari

Il matrimonio di solito era monogamico, ma non era del tutto vietata la poligamia, tuttavia nella maggior parte dei casi l’uomo aveva una sola moglie semplicemente perché non aveva i soldi per mantenerne due. Quindi solo i.più ricchi potevano concedersi il lusso di avere una seconda moglie.
Il faraone era poligamo e praticava il “matrimonio incestuoso”, perché così facevano anche gli dei. Sposava a volte la sorella o una figlia, o addirittura due figlie, come Ramses II che sposò le due figlie avute da Nefertari, Meritamon e Rebettani. 

Mogli e concubine potevano essere numerose, ma la “sposa principale “, chiamata Grande sposa reale, gli dava l’erede legittimo al trono. Le altre vivevano negli harem, come recluse in una gabbia dorata, solo per far divertire il faraone e senza nessuno dei diritti riservati alle donne comuni.
Dopo il matrimonio la donna manteneva il proprio cognome, aveva diritto dopo la morte a una tomba tutta sua al pari dell’uomo ed era giuridicamente protetta dagli abusi e dai maltrattamenti. Se i due decidevano di separarsi, ricorrevano a un apposito tribunale. Cause principali di divorzio erano l’adulterio e la sterilità. Se il marito lasciava la moglie, le doveva passare gli alimenti, un elevato indennizzo ed era tenuto a restituirle la dote. Se era lei a volersi separare, gli doveva cedere una parte dei propri beni. 

Se il marito veniva tradito, poteva arrivare ad assassinare la moglie adultera, ma erano casi isolati di violenza individuale. In genere l’adultera veniva punita con frustate e con amputazioni di una parte del corpo, ad esempio dell’orecchio o del naso, oltre a sanzioni economiche e alla condanna morale. Alla morte del marito, la vedova ereditava un terzo dei beni, la legittima, gli altri due terzi venivano divisi tra i figli, maschi e femmine.

Se una serva sposava un cittadino egiziano, automaticamente diventava libera.

Le Egiziane per evitare gravidanze indesiderate non avevano la moderna pillola ma vari metodi anticoncezionali. Li troviamo descritti in due papiri medici, il papiro Kahu del 1850 a.C., e il papiro Ebers del 1550 a.C. 

Il papiro Kahu (a sinistra), il papiro Ebers (a destra) 

Il più antico farmaco contraccettivo era un composto di miele e di escrementi di coccodrillo: il miele rallenta la mobilità degli spermatozoi; il coccodrillo era associato al dio Seth che aveva il potere di chiudere l’utero provocando aborti. Altri rimedi contraccettivi: bevande a base di sedano e birra; pozioni di erbe; un tampone vaginale di garza imbevuto di un composto a base di miele e punte di acacia, che producono acido lattico, un efficace spermicida; oppure si inseriva nella vagina un piccolo cono fatto con semi di melograno triturati e impastati con l’acqua: contengono un estrogeno naturale che blocca l’ovulazione. Per curare alcune patologie dell’apparato genitale femminile si usava latte mescolato a miele e datteri. 

Toeris

Quando la sposa era incinta, il corpo veniva unto con oli conservati in piccole bottiglie che avevano la forma del corpo di una donna gravida con le mani appoggiate sul ventre. Per scongiurare l’aborto o un parto difficile e per allontanare il malocchio le donne incinte portavano amuleti con formule e invocazioni rivolte alle divinità. 

Le divinità protettrici delle donne incinte, del parto e dell’allattamento erano due: il dio Bes, rappresentato come un nano vecchio, deforme e barbuto, e la dea Toeris, raffigurata come un ippopotamo femmina, in posizione eretta, con un pancione e seni cascanti. Si metteva un pezzetto dell’abito della partoriente dentro una statuetta della dea Toeris. 

Le donne egizie avevano un metodo per conoscere in anticipo il sesso del nascituro, un sistema così efficace che si diffuse nell’antica Grecia, poi nell’impero bizantino e in Europa durante tutto il Medioevo, ma non si sapeva che lo avevano scoperto gli Egizi. Nell’urina della donna incinta si immergeva una bustina profumata di tela contenente semi di orzo e grano: se germogliava prima l’orzo sarebbe stato un maschio, se germogliava prima il grano sarebbe nata una femmina. Se non germogliavano la donna avrebbe abortito. La scienza moderna conferma che l’urina di chi non è incinta non fa germogliare semi.

La donna partoriva nuda. Prima la levatrice le rasava tutto il corpo e la testa. Poi si accovacciava a terra su una stuoia o un tappeto, ai cui angoli venivano messi quattro mattoni chiamati le “quattro dame” che simboleggiavano quattro dee: Tefnut, la prima dea, Nut, sua figlia, dea del cielo, Iside, dea della maternità e della fertilità, e sua sorella Nefti, dea dell’oltretomba e della morte, ma anche del parto. La madre ripeteva molte formule la mattina e la sera per proteggere il neonato dal male. Una di esse recita: «Che la morte che viene dall’ombra sparisca, che il suo sguardo sia distolto dal mio bambino, che dimentichi perché è venuta, non bacerà mio figlio e non lo prenderà».

Iside allatta Horus

La partoriente era assistita da due ostetriche: una la tratteneva da dietro, l’altra, davanti, si preparava a raccogliere il nascituro. Per calmare le doglie, le levatrici recitavano preghiere e facevano bere alla madre della birra come alcolico. Le donne incinte assumevano birra anche per aumentare il latte, ai neonati si dava birra a bassa gradazione alcolica o diluita con acqua e miele durante lo svezzamento qualora il latte materno non fosse stato sufficiente.

La donna sposata era chiamata Nebet, “signora della casa”. Organizzava la vita quotidiana e se era ricca e proprietaria terriera amministrava i beni della famiglia. In casa controllava il lavoro degli schiavi e si occupava dell’educazione e della salute di figli e figlie.

Che cosa si cucinava? Per condire e per friggere si usavano l’olio di sesamo, l’olio di lino e soprattutto l’olio bak tratto dalla noce di moringa. Altri condimenti erano il sale e alcune erbe aromatiche, come il ginepro, l’anice, il coriandolo, il cumino, il prezzemolo e il finocchio. Non si conosceva il pepe e poco usato era l’olio d’oliva. La frutta più comune era costituita da cocomeri, meloni, fichi, datteri, frutti selvatici, come le giuggiole, simili alle ciliegie, e le noci di palma dum e, nel Nuovo Regno, anche mele e melograni: diversi prodotti arrivarono sulla tavola degli Egiziani solo all’inizio della XVIII dinastia, in seguito ai commerci con i Paesi del Mediterraneo orientale. La bevanda principale era la birra. Il fegato, molto apprezzato, poteva servire anche a insaporire le focacce; il grasso era usato per cucinare. Si mangiava la carne bovina preferibilmente bollita. Altri animali allevati per l’alimentazione erano i conigli e i maiali, nell’Antico Regno è attestato l’allevamento di alcune specie selvatiche, come le iene e le gazzelle. Il pesce era il cibo più comune per chi non poteva permettersi quotidianamente la carne, ma compariva pure sulle tavole dei ricchi: di pesce ce n’era in abbondanza poiché il Nilo è molto pescoso.

Una cacciatrice (Tomba di Menna)

La maggior parte delle donne erano contadine, lavoravano in campagna insieme ai mariti e ai figli, seminavano e mietevano il grano; in assenza degli uomini impegnati in guerra, gestivano loro le aziende agricole.

Le donne partecipavano alle battute di caccia e di pesca nelle paludi del delta e lungo il Nilo. 
Altri mestieri comuni: le fornaie impastavano il pane, le birraie preparavano la birra, le mugnaie macinavano il grano, le giardiniere curavano i giardini e si occupavano delle erbe aromatiche, le profumiere fabbricavano e vendevano unguenti e pomate, le tessitrici e filatrici filavano e tessevano il lino, tosavano le pecore e tessevano la lana, confezionavano pure gli abiti. Quest’ultime lavoravano in casa, ma esistevano anche laboratori tessili dove prestavano la loro opera le ragazze come apprendiste. 

Alcune impastavano lo sterco di vacca e ne facevano delle mattonelle che servivano come combustibile, altre lavoravano il pesce salato.
Molte erano nutrici ovvero bambinaie. Le nobili potevano svolgere la mansione di balie reali, occupandosi dei figli del faraone.

Le donne di qualsiasi classe sociale potevano lavorare come prefiche o accompagnatrici musicali. 
Le più povere facevano anche le muratore, erano manovali nei cantieri delle grandi opere pubbliche: ricordiamo dunque che le piramidi sono state costruite non solo dalla fatica degli uomini. 

Prefiche

Ed ora alcuni primati. 

Egizia è la più antica scienziata della storia, vissuta intorno al 2700 a.C., Merit Ptah: le è stato dedicato un cratere sul pianeta Venere.

Egizia è la prima medica dell’umanità: Peseshet, vissuta durante la IV dinastia (all’incirca fra il 2600 e il 2500 a.C.). Faceva la levatrice in una scuola medica a Sais. Qui, come ad Eliopoli, esistevano scuole di medicina dove si formavano le levatrici. Nell’iscrizione sulla tomba il figlio, un sacerdote, la descrive come “Medico capo” e “Supervisore dei medici”. Peseshet dunque non solo era medica ma dirigeva una scuola frequentata da uomini e donne. Le medichesse venivano pagate come i loro colleghi. Patrona dei medici era la dea Sekhmet, colei che porta le malattie e la morte, ma anche la guarigione e la salute. Un cratere su Venere porta il suo nome. 

Egizia è la prima donna al mondo nel ruolo di prima ministra: Nebet fu creata visir, cioè capo del governo, durante la VI dinastia. Molti secoli dopo, solo con la XXVI dinastia, le donne ebbero di nuovo incarichi di alti funzionari.

C’erano donne scriba, oggi diremmo diplomate e laureate, e donne giudici. 

Nell’antico Egitto le donne cantano, suonano uno strumento e ballano, in privato e in pubblico, per questo fin da ragazze studiano le varie arti. La musica è presente in tutte le manifestazioni civili e religiose, nelle feste, nei banchetti e nelle battute di caccia. Nelle grandi cerimonie è fortemente ritmataechiassosa, con strumenti a percussione, o comunque rumorosi, come i tamburi. In privato, invece, è molto dolce, soave, soffusa, prodotta da arpe e flauti. 

Cantanti, ballerine e strumentiste si esibiscono nei templi, ma solo le appartenenti all’alta società possono cantare e suonare nei luoghi di culto. 

Durante le feste dedicate alla dea Hathor, simbolica madre dei faraoni, dea dell’amore, della bellezza e della maternità, e anche della musica e della danza, le sacerdotesse, per scacciare il male e le forze negative, danzano e scuotono una specie di sonaglio, il sistro, che è una lamina in bronzo attraversata da alcune asticelle mobili, che sbattendo contro la lamina, producono un suono intenso e acuto. Al collo indossano il menat, la collana della fertilità, con tante perline sonore che vengono agitate. La statua di Hathor viene solennemente portata in processione in mezzo alle danze e ai suoni.

Un’arpista

Egizia è anche la prima musicista della storia, Hemre, vissuta verso il 2723 a.C.: dirige un gruppo di esecutori avvalendosi della chironomia, un apposito repertorio di gesti, proprio come i moderni direttori e direttrici d’orchestra. 

Egizia è la più antica cantante al mondo, si chiama Iti e accompagna la voce con i sistri e l’arpa. L’arpa è la regina degli strumenti, indifferentemente suonata da uomini e donne. Nel Nuovo Regno si costruiscono arpe così alte, fino a due metri, che vengono suonate in piedi tenendole appoggiate ad una spalla.

In nessun’altra civiltà del mondo antico le donne raggiunsero cariche così alte come nell’antico Egitto. Le donne infatti potevano diventare funzionari, alcune arrivarono addirittura alla carica più alta, capo dello Stato, cioè faraone. La parola “faraone” deriva dal greco pharaò che a sua volta deriva dall’egizio e significa “unto dagli dei”: il faraone era dunque re per diritto divino e trasmetteva la sua essenza divina anche alla consorte. 

Nel corso della millenaria storia egiziana è capitato che nei passaggi da una dinastia all’altra ci siano state delle crisi di successione, così alcune donne ne approfittarono e presero il potere insediandosi sul trono. 

Anche le figlie dei faraoni godevano di una posizione molto privilegiata. Nella Bassa Epoca, una di loro arrivò a ricoprire la carica di “Divina Adoratrice”: il suo potere divenne maggiore di quello del sommo sacerdote di Amon. 

Le donne faraone storicamente attestate e sicure sono cinque. Nitocris (VI dinastia, Antico Regno), salì al trono presumibilmente verso il 2184 a.C. (intorno al 2218, secondo altri), regnò al posto del defunto marito tre anni o, secondo altre fonti, due anni, un mese e un giorno. Nefrusobek (XII dinastia, Medio Regno) non ebbe figli. Ankheoerura era la misteriosa Neferneferuaton appartenente alla XVIII dinastia. Tausert (XIX dinastia) era la seconda sposa di Sethi II; quando il consorte morì, poiché il figlio Siptah era ancora bambino, ne assunse il ruolo, adottò tutti i titoli reali e regnò da sola per due anni. 

Hatshepsut 

La più famosa delle cinque è Hatshepsut, quinta sovrana della XVIII dinastia (Nuovo Regno) che regnò a Tebe per circa venti anni, dal 1479 al 1458, o, poiché la datazione non è mai sicura al cento per cento, dal 1490 al 1468. Ecco come salì al trono. Thutmosi I aveva due figli: Hatshepsut, figlia di primo letto, e Thutmosi II, figlio di secondo letto. I due erano fratellastri, perché Thutmosi I aveva avuto Hatshepsut dalla moglie principale, la Grande Sposa Reale, e Thutmosi II da una moglie secondaria. Hatshepsut sposò il fratellastro per poter ereditare il trono reale. Quando si sposarono, Thutmosi II aveva già un figlio, Thutmosi III, dunque nipote e figliastro di Hatshepsut. Hatshepsut e il marito ebbero una sola figlia femmina, Neferura, sorellastra di Thutmosi III. Thutmosi II morì giovane, e il bambino, erede al trono, aveva solo sei anni. Hatshepsut, anziché essere semplicemente una reggente in nome del figlio, si fece incoronare regina, divenendo faraona a tutti gli effetti. Anzi lo mise completamente da parte e diede tutti gli onori e privilegi alla figlia Neferura. In pratica, regnarono insieme due donne, mamma e figlia; Hatshepsut sedette ufficialmente sul trono regale e Neferura era molto più che una comune principessa. Bella, decisa e ambiziosa, avida di potere, fu l’unica nella storia dell’Egitto a essere rappresentata, sia come donna che come uomo, vestita da uomo, con il copricapo dei faraoni, il klaft, e la barba finta, simbolo di potenza. Il suo regno fu un ventennio di grande prosperità. Amata dal popolo, abbellì il Paese e fece costruire obelischi e templi, come quello, famosissimo,noto anche come Djeser-Djeseru (“Santo fra i Santi”), nella Valle dei Re, a tre terrazze collegate da rampe d’accesso, uno dei capolavori di tutta l’architettura egizia. Morì fra i 40 e i 50 anni d’età. Poi scompare dalla storia senza lasciare traccia, infatti il nipote-figliastro ne cancellò la memoria. La mummia della regina non è mai stata trovata. 

Coperchio di un canopo di Tuya. Museo di Luxor

Se cinque sono le faraone storicamente documentate, tutte le mogli dei faraoni erano invece regine, che condividevano diritti e privilegi col re consorte e gestivano il potere insieme a lui. Le più famose sono state Teie, Nefertiti, Nefertari e Cleopatra.

Teie o Tuya era figlia di Yuia, un alto funzionario statale; divenne regina sposando il grande sovrano Amenhotep III (XVIII dinastia, 1390-1352 a.C.). Fu la prima regina ad avere un ruolo importante a corte, si occupò della politica estera e dei problemi del Paese quando fu reggente in nome del figlio. Assimilata alla dea Hathor, Teie fu la prima donna a essere divinizzata e venerata come dea mentre era ancora in vita.

Nefertiti (letteralmente “la bella è arrivata”) è passata alla storia come la sovrana più bella d’Egitto e forse anche la più raffigurata. Vissuta più o meno tra il 1370 e il 1330 a.C., era principessa, forse figlia di Amenhotep III e della regina Tuya (o Teie). A diciassette anni sposò Amenofi IV e gli diede sei figlie femmine. Nefertiti e il marito furono una coppia molto unita e affiatata. Nel quinto anno di regno, quando il re cambiò il suo nome in quello di Akhenaton per imporre al suo popolo il culto del disco solare, l’unico dio Aton, Nefertiti cambiò anche lei nome: Nefer-nefru-aton (Aton è perfetto nella sua bellezza).

Busto di Nefertiti. Berlino, Neues Museum

Dopo il dodicesimo anno di regno cominciò ad avere a corte un ruolo meno importante, probabilmente a causa di Kiya, una sposa secondaria. Durante una pestilenza che si propagò all’interno del palazzo reale, Nefertiti morì di malattia nel quattordicesimo anno di regno di Akhenaton.
Secondo una diversa versione, fu scacciata dalla corte. Carismatica e intelligente, viene descritta come “piena di grazia” e “dotata di tutte le virtù”, e anche rappresentata come una dea. Nefertiti non è stata una regina comune, ma quasi una vera e propria faraona. Guida il carro, riceve direttamente i raggi del sole, ha in mano lo scettro dell’autorità suprema, consacra le offerte e punisce i nemici, appare da sola davanti all’altare del dio Aton ed è in rapporto diretto con la divinità, senza la presenza dello sposo. 

Nefertari, Grande Sposa Realedi Ramses II (XIX dinastia) era probabilmente di origine tebana. Sarebbe vissuta approssimativamente tra il 1295 e il 1255 a.C.; ebbe quattro figli maschi e due figlie: Meritamon e Nebettani, entrambe poi sposarono il padre. Morì verso i 40 anni.

Vi sono state poi anche varie regine di nome Cleopatra la più nota delle quali è stata l’ultima, Cleopatra VII (69-30 a.C.), divenuta celebre per il suo irresistibile fascino e per le relazioni sentimentali avute con Giulio Cesare e Marco Antonio. Con lei l’Egitto cessa di essere un regno autonomo e diventa nel 30 a.C. una provincia romana.

Nel pantheon egizio ci sono numerose divinità femminili. Molte sono legate da vincoli di sangue, per esempio Iside, moglie di Osiride, e sua sorella Nefti, moglie di Seth, entrambe spose dei loro fratelli. Le maggiori fra loro sono: Iside, dea della magia e del misticismo, Hathor, dea della bellezza, dell’amore, della sessualità e della maternità, ma anche di musica e danza, Bastet, protettrice della casa, e Sekhmet, dea della collera.

Nell’Antico Regno, le nobili potevano diventare sacerdotesse della dea Hathor. Durante il Medio Regno a poco a poco diminuirono le sacerdotesse: o perché divennero sempre più rigorose e severe le regole di purificazione richieste per entrare in contatto con la divinità, o perché cambiò la società. Nel Nuovo Regno, le sacerdotesse scomparvero completamente. Le uniche donne presenti all’interno dei templi erano “cantatrici” o “musiciste” di un determinato dio, che accompagnavano i rituali con canti e danze sacre. Nel Nuovo Regno fu istituita la carica di “Sposa Divina di Amon”, ricoperta per la prima volta da Ahmosi-Nefertari, madre di Amenhotep I. Essa rappresentava simbolicamente la moglie del dio Amon durante le cerimonie in cui si celebrava la procreazione del nuovo re da parte del dio stesso e della Grande Sposa Reale. Come le nostre suore sono le spose di Cristo, così le sacerdotesse, chiamate “Divine Adoratrici di Amon”, erano le spose del dio Amon: avevano la loro sede a Tebe ed erano scelte tra le figlie del re; l’Adoratrice adottava poi quella che le sarebbe succeduta.

La moda femminile

La moda femminile resta più o meno invariata per molti secoli. Le donne indossano una tunica di finissimo lino aderente, che fa intravedere le forme del corpo, leggera, trasparente, lunga fino alle caviglie, trattenuta da due bretelle che spesso lasciano scoperto il seno. Più tardi, sopra le semplici tuniche vengono indossati abiti trasparenti dai colori vivaci. La moda cambia solo nel Nuovo Regno: forse per influenza dei popoli orientali, al posto delle tuniche lineari vanno di moda quelle fittamente plissettate con maniche larghe, quasi trasparenti. 

Il lino è la fibra tessile più usata per realizzare abiti, bende per avvolgere le mummie, cinture, tappeti, tuniche o coperte. Con gli steli più maturi si facevano vesti e biancheria per la casa; si usavano in forma minore altre fibre meno pregiate, come la canapa. Negli ultimi secoli, in epoca greca, furono utilizzati il cotone e la seta per le raffinate vesti femminili. 

Il colore più in voga è il bianco, ma molte indossano vesti rosse, gialle o verdi. I tessuti vengono tinti con sostanze di origine vegetale, come il guado, una pianta dalla quale si ricavava un rosso porpora e poi, facendo fermentare le foglie, si ottenevano il colore verde e il blu. Dalla pianta Indigofera tinctoria si ricavava un colore blu intenso, dalla radice della robbia il rosso, dal cartamo il giallo. C’erano tuttavia anche colorazioni di origine animale come il rosso estratto da un parassita delle querce (Coccus ilicis).

Le signore eleganti indossavano gioielli in oro e pietre preziose, portavano sia ai polsi che alle caviglie braccialetti di perle di vetro colorate e larghe collane. 

Al tempio ci si recava calzando sandali bianchi che erano le calzature più diffuse: ne esistevano di moltissimi modelli, fatti in fibra di papiro, lino o cuoio. 

Un’acconciatura femminile

Gli Egizi hanno un’immensa cura dei capelli: i papiri ci tramandano molte ricette e trattamenti per rinforzare e aumentare la crescita della capigliatura. Le donne, e anche gli uomini, cominciano a usare la parrucca fin dall’Antico Regno (2660-2180 a. C. circa). Alcuni/e, per indossarla, si radevano i capelli a zero e la mettevano sul cranio nudo, altri/e la ponevano sopra i capelli naturali. Gli Egizi avevano una vera e propria mania per la parrucca, fatta di tante treccine, a forma di una U capovolta, ricadente sulle spalle. Ce n’erano di tutti i tipi e modelli, diverse sia per lunghezza sia per foggia, realizzate di solito di capelli naturali; quelle più economiche invece erano di fibre vegetali e di crine di cavallo, di colore generalmente nero, talvolta anche bionde. La parrucca era arricchita con gioielli e nastri colorati; specialmente in occasione dei banchetti, le donne la spalmavano con unguenti e si mettevano in testa dei coni di cera e grasso profumati che con il caldo si scioglievano lentamente, inondando le sottili vesti di un delizioso aroma.

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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