La filosofia dello yoga di Jiva Gosvami

In origine le pratiche dello yoga si trasmettevano solo per via orale, poi sono state anche trascritte, e i testi che contengono tutti gli argomenti dello scibile umano, dalla politica all’estetica, si chiamano Veda. Volendo fare una piccola introduzione, si potrebbe dire in sintesi che alcuni studiosi li hanno poi commentati e tradotti, su richiesta di una scuola o di un maestro. Il rapporto tra insegnante e discepolo/a, seppur sia stato spesso criticato, si è mantenuto vivo nella tradizione fino ad oggi, come prerequisito della dottrina; per poter ricevere delle istruzioni, bisogna essere qualificati e seguire alcune regole.

La riflessione sul mondo e l’ambiente che ci circonda si sviluppa in tutte le civiltà con interpretazioni comuni, ci sono storie simili e racconti dei miti con alcune variazioni sul tema, perché la verità filosofica è riconducibile a un’unica comprensione oggettiva dei fatti e del reale. L’educazione vedica era spirituale e si svolgeva nelle gurukula, piccole comunità di educatori ed educandi che vivevano assieme in un’atmosfera di lieta armonia. Nell’ottica pedagogica il dialogo, lo studio collettivo e individuale, si affrontavano attraverso numerosi dibattiti, competizioni e gare per dare modo alle spiegazioni metafisiche di risultare meno banali e legate a contenuti applicativi. Per proseguire gli studi bisognava essere in grado di leggere, assimilare e comprendere, come si evidenzia nelle testimonianze storiche dirette e indirette ricevute. La trasmissione di questa conoscenza si trasferisce anche in Occidente, soprattutto grazie alla scuola greca di Atene. C’è il noto esempio della medicina ippocratica che governava un particolare rapporto tra le parti e il tutto, l’essere umano e l’universo, il microcosmo e il macrocosmo. Ogni organo, secondo questo sistema, s’intonava come una frequenza sonora su un determinato pianeta del Sistema solare. Questa teoria dei cinque elementi deriva senza dubbio dai Veda. Si riteneva inoltre che, quando l’anima ascendendo deviasse dal bene, si scordasse di sé stessa, perdendo così la sua intonazione planetaria, o ricollocazione nell’ordine degli eventi, producendo disarmonia e caos.

Sri Radha

I Veda sono testi sapienziali suddivisi per argomenti, e sono lunghi sedici volte l’Iliade e l’Odissea messe assieme. Tra essi è compreso anche il poema epico Mahabharata sulla grande India chiamato Quinto Veda, con al suo interno la Bhagavad gita, ovvero il capitolo filosofico più noto dell’intera conoscenza orientale dello yoga. L’educazione vedica era di tipo brahminico e si poteva tenere a casa dei maestri come anche nelle accademie. Prevedeva esercizi psicofisici, canti e contemplazioni guidate. Si credeva che grazie al contatto con la natura dell’anima, si potesse realizzare il vero Sé proprio come l’acqua si scioglie nel ghiaccio se esposto al sole.

La conoscenza spirituale che in Grecia si chiama “sofia”, in India era dunque chiamata “vidya”. L’obiettivo era quello di risvegliare la vera coscienza, la vera consapevolezza assopita, o dormiente, con varie pratiche, fisiche, mentali ed emozionali. La definizione di coscienza differisce nella storia dello yoga e nelle diverse scuole di pensiero. Per quella vaishnava, a cui afferisce al filosofo indiano Shri Jiva Gosvami, è un sintomo dell’esserci, non un semplice prodotto della materia. Secondo questo principio noi siamo e abitiamo in questo corpo come piccola parte qualitativa di un tutto.

Il Tattva Sandharba è il primo trattato di Shri Jiva Gosvami (1513-1596), opera classica della filosofia orientale del Medioevo. È il primo di sei trattati che il filosofo scrisse più di quattrocento anni fa, e ha anche valore letterario, scritto in prosa in lingua sanscrita. Il Tattva Sandharba, che significa “verità assoluta”, si configura come una delle pietre miliari della filosofia dello yoga per i/le praticanti. I sei sandharba illustrano la filosofia della scuola tipo vaishnava nella linea della devozione pura, a partire da considerazioni epistemologiche, sul come si può descrivere la realtà, fino ad arrivare a conoscere la verità stessa.

Tattva Sandarbha: Il primo dei sei Sandarbha di
Srila Jiva Gosvami

All’inizio dell’opera c’è una preghiera di buon auspicio detta mangalacaranam, che serve a svelare il velo di illusione o maya, che impedisce di esistere pienamente come anime nel mondo fenomenico. Esso fu il perno della filosofia di Arthur Schopenhauer (1788-1860), che ha spiegato come si possa nascondere il mondo per ipocrisia e celarsi agli altri come se si trattasse di un sogno. Bisogna però strappare questo velo, per conoscere il mondo così com’è e sconfiggere noia, dolore e ignoranza. Nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione (1819) Schopenhauer afferma che «il mondo è simile allo scintillio della luce solare sulla sabbia che il viaggiatore scambia da lontano per acqua, oppure a una corda buttata per terra, che egli scambia per un serpente».

Cercare di comprendere la vita con delle contemplazioni e riflessioni quotidiane ha un valore determinante per chi pratica yoga e può voler significare piena riuscita nella conclusione di tutti i suoi sforzi, senza mezzi termini, con l’accettarsi senza indossare maschere di critiche e pregiudizi. Servono anni di studio per riuscire a modificare comportamenti e intenzioni abituali che poi si fissano in determinati schemi mentali e corporei.
La filosofia indiana gioca un ruolo cruciale in questo risvolto e procede in maniera graduale, programmatica, indica la strada verso il successo o realizzazione personale, e fornisce strumenti per poter comprendere quali sono le cose importanti della nostra vita. La fisica occidentale ha imparato a misurare gli oggetti e le forze tra gli oggetti, ma non ci ha detto nulla sulla causa di tali forze. Per Shri Jiva Gosvami chi le ignora rimane povero, e non acquisisce conoscenza vera. La metafisica indiana rivela diversi aspetti, talvolta psicologici e talvolta epistemologici, per individuare gli elementi del conoscitore, del conosciuto e del conoscente. Jiva Gosvami è stato il più grande filosofo dell’India della sua epoca e compose non meno di 400 mila versi. Nel 1570 l’imperatore Akbar (1542-1605) si recò da lui per avere un’udienza esclusiva e si commosse tanto nell’ascoltarlo che decise di patrocinare le sue opere. Si può dunque affermare che la visita di Akbar ebbe un ruolo centrale nello sviluppo delle opere di Shri Jiva Gosvami, il quale poi costruì una grande biblioteca a Vrindavana dove avrebbe collocato tutte le opere manoscritte della tradizione da preservare nel tempo.

Jiva Gosvami fu uno degli esempi di scrittori più prolifici, versatili e produttivi della filosofia dello yoga, ed è pertanto difficile fornire un elenco preciso delle sue opere, la maggior parte delle quali sono dei commentari, riassunti o supplementi, che chiariscono dotti trattati. Fu un interprete ricercato e assai competente, la sua grammatica sanscrita rimane particolarmente degna di menzione per completezza.

***

Articolo di Nuria Kanzian

Docente di filosofia, amante dello yoga, giornalista freelancer, musicista e scrittrice, ha pubblicato opere di poesie, sceneggiature e saggi filosofici quali Autobiografia e conoscenza del sé e Cosmologia vedica. In qualità di Presidente dell’Associazione Noumeno culture, club di pratiche filosofiche, organizza progetti di formazione nel sociale.

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