Un racconto senza titolo

Concorso Sulle vie della parità, VIII edizione, 2020/21

Sezione B, Narrazioni. La memoria delle donne. Le donne nella memoria

Incipit 2, di Emanuela Canepa

Il professore di storia è seduto alla cattedra a scrivere e non mi vede arrivare. Quando gli rivolgo la parola solleva la testa di scatto. È il primo a cui faccio la domanda. Capisco subito che l’ho messo in difficoltà perché aggrotta le sopracciglia e mi fissa con astio. So cosa sta facendo. Anche mio nonno, che ha insegnato quarant’anni, usa la stessa strategia. Se non è in grado di dare una risposta, cerca di insinuare l’idea che la sua situazione dipende dalla stupidità dall’interlocutore. Lo fa con me, con mia madre e con mia sorella. Con mio fratello, mai. Con mio fratello accetta il confronto. Io però ho deciso che non mi faccio incastrare. Non abbasso lo sguardo, gli occhi avvitati ai suoi. Del resto io sono in piedi, lui seduto. La gerarchia dei dislivelli gioca a mio favore. Ho fatto una domanda sul passato e non mi muovo da qui fino a quando non ottengono una risposta. Se la risposta non arriva, lui dovrà tornare a casa sapendo che è colpa sua. E maledirmi come la sputasentenze che gli ha rovinato la giornata.

Nel frattempo, continuiamo a guardarci con una certa aria di sfida ma da lui non ricevo ancora nessuna risposta. A quel punto abbassa lo sguardo, tira indietro la sedia e si alza. Fa un giro per l’aula, ancora senza aprir bocca e maneggia la penna fra le dita. Dopo un piccolo momento di silenzio, mi risponde dicendomi: «Tu sei una persona decisa ma allo stesso tempo scontrosa con chiunque si trovi di fronte a te».

Lì per lì rimango in silenzio, senza dargli né ragione né torto. Mi invita a sedermi con un gesto, senza rivolgermi parola. Dopo che ho preso il mio posto, il professore ritorna alla cattedra e si gira con una certa velocità. Ci osserva attentamente uno ad uno mentre si siede anche lui al suo posto con le mani giunte e comincia la lezione. Ripenso alla domanda di prima e personalmente non credo di essere stata indisponente o scontrosa. Nel frattempo il professore sposta alternativamente lo sguardo dal bordo della cattedra alla parete sul fondo. Sono sicura che sta ripensando alla mia domanda.

Suona la prima campanella della ricreazione, tutti escono ma io rimango in classe, mi avvicino a lui e gli dico: «Non ha ancora risposto alla domanda che le ho fatto quando sono entrata». «Prendi una sedia e vieni qui!» ordina. Obbedisco. Inizia il discorso dicendomi: «Che domanda mi avevi fatto?» Gli ripeto: «Come si sta organizzando l’Unione Europea per contribuire a promuovere e mantenere l’uguaglianza fra uomo e donna?» Prima di rispondermi alza lo sguardo verso la porta e butta un’occhiata ai compagni per controllare la situazione. Si appoggia allo schienale della sedia e con le mani sulla cattedra inizia: «Come mai mi hai fatto una domanda così particolare? Cosa ti aspetti da me?». C’è un momento di silenzio tra noi, ma viene sciolto dalla mia risposta: «È da un po’ di tempo che mi pongo questa domanda, ma non so rispondere! Ecco perché oggi ho voluto chiedere a lei, per dare finalmente una risposta».

Di colpo noto un’espressione di stupore sulla sua faccia. «Questa domanda può trovare risposta già nella passata storia dell’Unione Europea, anche se il principio della parità di genere per lungo tempo è stato considerato “secondario” dagli uomini a cui importava solo il potere. Se oggi le donne hanno e mantengono i propri diritti è perché ci sono state persone che hanno lottato per farli valere. Devi sapere che l’Unione Europea è la prima per parità di genere tra i Paesi occidentali». Dopo aver parlato ininterrottamente per alcuni minuti, il professore solleva la schiena dallo schienale della sedia e si rivolge in avanti, come per dirmi qualcosa sottovoce: «Per rispondere alla tua domanda non basterebbe nemmeno un’intera settimana; prima pensavo che me la ponessi per non fare lezione, ecco perché appena me l’hai posta non ho voluto rispondere…».

Dato che stava per suonare la seconda campanella della ricreazione, mi faccio bastare questa sua riposta e decido finalmente di aprire la mia merenda. Finisco di mangiare e mi rimetto al mio posto. Dopo che tutti i miei compagni sono rientrati in aula la lezione è ripresa; io ho incrociato varie volte lo sguardo del prof che mi fissava. Questa volta senza stare sulla difensiva, ma con paterna complicità.

L’autore del racconto, Nicola Corpetti, ha frequentato la classe II E del Liceo di Scienze applicate “Luigi Einaudi”, del “Polo Carlo Urbani” di Porto Sant’Elpidio, lavorando sotto la guida della prof.a di Lingua e Letteratura Italiana e Latina Annalinda Pasquali.

Al racconto è stato conferito, ex aequo, il Premio per le Classi Seconde con la seguente motivazione:
«È un raccontino esile ma ben scritto, in grado di suscitare l’interesse di chi legge soprattutto per l’acuto realismo con cui si descrive il comportamento del professore. La sua risposta però è un po’ povera di contenuto: molto, in effetti, ci sarebbe da dire su quanto si fa a livello di UE per la parità di genere (e sul poco e male che si fa in Italia). Comprensibile però la soddisfazione per la “paterna complicità” dell’insegnante».

***

Recensione di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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