Editoriale. “Io ci sono – Tu ci sarai”

Carissime lettrici e carissimi lettori,

il calcio (e non solo, per quanto riguarda lo sport): quello giocato, commentato, e persino tifato non sarebbe cosa da donne? Ovviamente sì, lo è, come lo è lo sport in genere!

Non tutti (e spero di non dover aggiungere il femminile) la pensano, però, in questo modo. Troppi episodi di cronaca, seppure la più spicciola e privata, contestano questo che dovrebbe apparire come un dato ovvio in una società civile e per questo paritaria, pensando che la potenza del gioco debba essere legata all’energia muscolare maschile.

Ormai è risaputo, per quanto riguarda il football italiano maschile, che domenica scorsa abbiamo raggiunto la tanto sperata vetta che ci ha laureati campioni d’Europa e ci ha fatto portare, meritatamente, a casa la grande coppa in palio, dallo stadio di Londra, dove si è giocato, a Roma, per le cui strade storiche, in tempo di Covid e di minacciose sue varianti, lo spettacolo realizzato non è stato certo dei migliori, in prospettiva per la futura prossima salute pubblica.

La novità c’è ed è quella che per la prima volta nella storia del calcio maschile una donna ha commentato una partita così importante. La cronista si chiama, ormai anche questo è noto, Katia Serra. Ma Serra non è una commentatrice qualunque. Nel senso che di calcio se ne intende personalmente, per lei è sicuramente cosa da donna perché ha giocato per un quarto di secolo (esattamente 24 anni) nel Modena, vincendo, nel ruolo di centrocampista, con questa squadra, anche uno scudetto. «Seppur commentatrice tecnica e non prima telecronista principale (e non è certo poco), il traguardo della Serra segna una svolta nella nazione dove, non più di un paio di anni fa, il grande campione Collovati prendeva un brutto scivolone in diretta tv, dicendo che le donne che commentano il calcio gli procuravano un disagio gastrico profondo». In più Katia Serra (bolognese, classe 1973) ha giocato in numerosi club e oltre allo scudetto col Modena ha vinto tre Coppe Italia, una Supercoppa italiana e una Italy Women’s Cup. Nel 2009/10, l’ultima stagione da sportiva, ha avuto anche un’esperienza spagnola, con il Levante e, terminata la carriera di calciatrice, nel 2014 si è qualificata come direttrice sportiva superando il corso a Coverciano. Così da avere tutte le carte in regola per commentare partite importanti anche come opinionista.

Comunque è necessario dire che proprio lo stesso giorno della vittoria calcistica, sempre in Gran Bretagna ci sono stati altri traguardi sportivi come quello ottenuto da Matteo Berrettini che ha conquistato l’ottavo posto del ranking Atp, la classifica mondiale dei tennisti professionisti. Ma anche qui protagonista è stata una donna: Marija Cicak, giudice di sedia, come si dice, che ha diretto l’ultimo atto del torneo di Wimbledon.

«Le due donne — è stato scritto — hanno palesemente dimostrato come nei 144 di vita di Wimbledon e 93 anni di telecronache calcistiche, fosse fondata sul nulla la pretesa maschile di monopolizzare, rispettivamente, la direzione arbitrale e il commento tecnico. Tale verità, emersa domenica con indiscutibile chiarezza, vale in ogni altro campo o settore, attività, funzione di elevato livello, dai quali le femmine sono tuttora incredibilmente escluse.
Il patriarcato dovrà in futuro imparare ad accettare la migliore attitudine e capacità delle donne di assumere e interpretare utilmente, per il progredire armonioso ed efficiente dell’intera comunità, ruoli apicali che i maschi continuano con ottusa pervicacia ad attribuire a sé stessi».

E poi ancora: l’importanza, soprattutto commerciale del calcio e del tennis ha messo in secondo piano un’altra grande vittoria europea e ancora tutta al femminile: quella ottenuta della squadra di Softball che proprio in questo caldo luglio ha conquistato la vetta del campionato europeo nella finale di Castions di Strada, una cittadina friulana di poco meno di quattromila anime.

Le donne sono state anche le protagoniste a Roma del summit di tre giorni del Women20 che ha parlato di donne e di questioni al femminile per un dialogo con il futuro G20, che si svolgerà sempre a Roma (l’Italia ha quest’anno la presidenza) e porterà all’incontro di 19 Paesi che insieme rappresentano l’85% del Pil mondiale. Women20 è stata una tre giorni in cui si è discusso di lavoro e imprenditorialità femminile, di opportunità offerte dallo sviluppo digitale, di accesso all’istruzione e ai servizi di cura, di presenza paritaria nei luoghi decisionali, ma anche di divario salariale e tecnologico, di contrasto agli stereotipi di genere e alla violenza sulle donne.

Scienziate, economiste, donne che lottano per i diritti della propria terra, una rappresentanza ampia del mondo femminile ha tracciato una roadmap per l’uguaglianza, così come ha sottolineato Linda Laura Sabbatini, presidente di Women20. «La pandemia ha avuto un impatto molto duro sul mondo femminile, sul lavoro, ma anche sull’istruzione, dove ci sono stati lockdown prolungati con la mancata partecipazione scolastica da parte dei bambini e delle bambine — ha detto ancora Sabbatini. Allo stesso tempo le donne sono state il pilastro del sistema di welfare e della lotta alla pandemia, e la loro situazione si è aggravata sempre di più. La pandemia ha esacerbato le disuguaglianze allontanando l’obiettivo di una vera parità a livello globale. Le donne sono il 24% più vulnerabili nel perdere il lavoro e nel subire cali più marcati del reddito. Il divario retributivo di genere, già elevato, si è ampliato, anche nel settore sanitario» (Onu).

Sempre secondo i dati del World Economic Forum sembra che si debbano aspettare ancora quasi altri 136 anni per avere, a livello mondiale, una parità di genere. I dati non sono incoraggianti: in centocinquantasei Paesi del mondo le donne rappresentano solo il 26,1% di circa trentacinquemila seggi parlamentari e sono solo il 22,6% su oltre 3.400 ministri. Ma anche nella partecipazione alla vita economica il divario è sostanziale: ancora secondo il Wef tra le posizioni di vertice le donne nel mondo rappresentano ancora solo il 27% di tutti i manager. In tutto questo ci sembra una bella sfida, che, ricordiamo, fece un po’ di scalpore sui giornali dell’epoca, alla fine dell’anno passato (dicembre 2020) e che riguarda la multa abbastanza salata (90.000 euro!), ricevuta con la stessa allegria e sfida dalla sindaca di Parigi, Anne Hidalgo. Era accusata di aver trasgredito una legge francese del 2013 secondo la quale gli incarichi nella pubblica amministrazione non dovevano sforare il 40% per genere, mentre la prima cittadina aveva deciso di sbilanciare per un senso di rivalsa il conto impegnando 11 donne e lasciando solo 5 posti ai colleghi uomini. Per la sindaca una vera e propria rivincita. Hidalgo, prima donna a ricoprire l’incarico, aveva definito la sanzione come una decisione  «assurda, ingiusta, irresponsabile e pericolosa» e, parlando all’Assemblea cittadina, si era detta “felice” di essere stata multata stimando che «dobbiamo promuovere le donne con determinazione e vigore perché il ritardo ovunque in Francia è ancora molto grande. Per raggiungere un giorno la parità, dobbiamo accelerare i tempi e fare in modo che nelle nomine ci siano più donne che uomini». Insomma una speranza per il prossimo incontro di Roma.

Diamo voce ora, come ormai è consuetudine, a Sara Marsico per l’excursus degli articoli della rivista di oggi. Apriamo come sempre con la donna di Calendaria, Grażyna Bacewicz, violinista e compositrice polacca, che ci racconta la sua vita e la sua carriera in prima persona, mostrando tutta la difficoltà di una donna geniale ad essere riconosciuta tale in un mondo maschilista. Gina Mare, una comunista all’Assemblea regionale siciliana è la donna delle Mille, una figura indipendente e guerriera, troppo stretta all’interno di una nomenclatura comunista miope e grigia. Di una grandissima regina della musica jazz e della sua vita travagliata e infelice potrete leggere nell’articolo, bello e commovente, «È sempre la mia Lady». Billie Holiday. Tanta è stata la violenza nei confronti di questa donna e di violenza si parla anche in Rape culture. La tutela delle vittime nelle aule di giustizia. Partendo dalla visione di un film, l’autrice riflette sulla cultura dello stupro e arriva a commentare l’ultima sentenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che ha condannato per l’ennesima volta l’Italia «per gli stereotipi sessisti e per la vittimizzazione secondaria delle donne avvenute nelle aule di giustizia». Di una forma diversa di violenza, quella delle bambine ammesse, a causa della loro povertà, al Conservatorio delle Derelitte di Perugia, tratta il toccante articolo Piccole storie di piccole donne, che ci fa conoscere il loro nome e cognome e la triste storia da cui provenivano.

Due articoli ci conducono alla scoperta della civiltà fenicia. L’espansione fenicia nel Mediterraneo ci avvicina a quella cultura antica, inventrice dell’alfabeto, che ebbe rapporti con Roma e che fondò anche in Italia alcune città mentre La donna fenicia si sofferma su quattro interessantissime figure di donne che ci hanno tramandato la Bibbia e la storia.

L’estate è stagione non solo di letture ma anche di riletture e questa volta ne affrontiamo due: Una donna di Sibilla Aleramo, riletta dopo 50 anni e La Lisbona di Antonio Tabucchi, una rilettura di Sostiene Pereira, a vent’anni di distanza perché i libri ci parlano e ci colpiscono diversamente nelle diverse fasi della vita.

Ma l’estate è anche tempo di escursioni e questa volta per la serie Prepararsi ai cammini si racconta una variante del cammino precedente in Val d’Ayas, l’Anello Saint Jacques des Allemandes-Alpe Cuchaz o Ceuca- Sentiero 6 C per Bivacco Città di Mariano e ritorno via Fiery a Saint Jacques, un po’ più selvaggio del primo.

Liberi e libere di essere è la tesi che presentiamo in questo numero, un lavoro che ripercorre la storia del femminismo e dei diritti delle donne, per soffermarsi sull’originalissima esperienza napoletana delle Nemesiache.

«Un mondo diverso è possibile». Da questo numero, per la sezione Pillole di Storia, inizia il primo di una serie di sei articoli sul G8 di Genova, «una sintetica ricostruzione delle tragiche giornate dell’estate di vent’anni fa, con alcune considerazioni». La prima parte riguarda Il Movimento, di fatto, dopo il crollo sovietico, l’unica opposizione di massa alle politiche neoliberiste occidentali», un movimento eterogeneo e variegato. Una lettura preziosa per tutte e tutti, ma soprattutto per le e gli studenti delle nostre scuole.

Nella sezione Juvenilia ospitiamo il Racconto senza titolo di Nicola Carpetti, vincitore del Premio ex equo per le classi Seconde della Sezione Narrazioni per il Concorso Sulle vie della parità.

Chiudiamo come sempre con un’altra puntata di Le erbe aromatiche. Focaccia con la salvia, che ci presenta una ricetta semplice e gustosissima da realizzare con una delle erbe più resistenti e facili da coltivare.

La poesia di oggi la vorrei dedicare a una poeta amata e fortemente attiva nella vita della Russia del secolo scorso, Marina Ivanovna Cvetaeva, esponente di spicco del serebrjanij vek, del secolo d’argento. La passione di cui è letteralmente intrisa la sua poesia non la preservò dal dolore e finì per uccidersi proprio alla fine di agosto di ottanta anni fa (31 agosto 1941) impiccandosi all’ingresso dell’izba che aveva preso in affitto da due pensionati a Elabuca, sulle rive del fiume Kama, dopo il suo ritorno in Russia da dove era partita per dissenso politico. L’amore, per Marina Cvetaeva, è fondamentale. Un giorno scrisse al suo amico Aleksandr Bachrach: «Io devo essere amata in modo del tutto straordinario per poter amare straordinariamente». La poesia che vi presento è tratta dalla raccolta Scusate l’amore con poesie d’amore scritte tra il 1915 e 1925. L’opera della Cvetaeva risente dell’influenza di grandi figure della poesia e della letteratura russa a lei contemporanee, da Boris L. Pasternak a Vladimir V. Majakovskij a Aleksandr A. Blok. «Chi si avvicina per la prima volta alla poesia di Marina I. Cvetaeva — è stato scritto — rimane colpito dall’estrema frammentazione dei suoi versi, continuamente spezzati dall’uso del trattino. Il trattino rappresenta una rottura nella frase, così come tutti gli amori, perfino quelli che finiscono col deluderci, rappresentano una rottura nelle nostre vite».

Io ci sono. Tu – ci sarai

Io ci sono. Tu – ci sarai. Ci divide un abisso.
Io che bevo. Tu – che riardi. Come fare a trovarci?
Dieci anni, anzi no, centomila
ci separano. I ponti Dio non li fa.
«Sii! Ora!» è il mio comandamento. O almeno
va’ per la tua strada e lasciami crescere.
Io ci sono. Tu – ci sarai. Tra dieci inverni
tu mi dirai: «Ora ci sono!», ma io: «Era tanto tempo fa…»

(traduzione di Marilena Rea)

Buona lettura a tutte e tutti

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpreti; Siamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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