La donna nelle civiltà mesopotamiche

Molto più a oriente dell’Egitto, nella regione meridionale della Mesopotamia, dove il Tigri e l’Eufrate si versano nel golfo Persico, fin dal 4000 a.C. si trovano stanziati i Sumeri, popolo evoluto e progredito a cui dobbiamo l’invenzione della scrittura. Prima con i Sumeri, poi con gli Assiri e i Babilonesi, la civiltà mesopotamica vive per oltre tre millenni.

I Sumeri, la più antica civiltà fiorita in Mesopotamia, danno vita alle prime città-stato, allo sviluppo dell’irrigazione e dell’agricoltura, alla scrittura cuneiforme (che precede i geroglifici egizi) e alle prime scuole dell’umanità, gettano le fondamenta della matematica e della geometria, inventano l’orologio e il calendario di 12 mesi che usiamo ancora oggi. Con essi si verifica la transizione dal matriarcato al patriarcato. La donna gode di una posizione di tutto rispetto, ma in seguito, con la crescente militarizzazione della società, perde il prestigio che aveva e viene relegata su un gradino inferiore.

Le frequenti guerre, rare nelle società matriarcali della preistoria, rafforzano il potere maschile. I Sumeri rispecchiano il vicino passato matriarcale e la transizione al patriarcato nel ciclo mitico della dea Inanna (analoga alla babilonese Ishtar e alla fenicia Astarte).

Inanna poggia il piede su un leone. Sigillo a cilindro accadico (2334- 2154 a. C.)

Il mito racconta che la dea Inanna si impossessa dei “me” della conoscenza (i me nella mitologia locale sono forze impersonali che concorrono, insieme agli Dei, a garantire l’ordine dell’universo, e quindi stabiliscono i fondamenti, le leggi e le pratiche alla base della civiltà) per donarli agli esseri umani. Questo passaggio risulta evidente durante l’investitura del re.

«Egli doveva accoppiarsi con una grande sacerdotessa che rappresentava la dea Inanna, versione locale della dea madre» spiega la storica e ricercatrice del mondo femminile Luciana Percovich. «I re venivano eletti e restavano in carica solo un anno. Ma poi questi prorogarono i loro mandati, si portarono alla pari con il potere religioso femminile e, successivamente, presero il sopravvento designando sacerdoti maschi. Il potere da allora divenne dinastico».

I primi re sumeri governano a tempo determinato e devono dunque unirsi con una sacerdotessa. A detta di parecchi studi, tra il sovrano di una città-stato sumera e la Somma Sacerdotessa di Inanna, la dea dell’amore sessuale, della fertilità e della guerra, si celebra una forma di matrimonio rituale, ma non è sicuro che il sacro rito includa anche un rapporto sessuale. Nel tempio, il sovrano nell’unirsi alla sacerdotessa inneggia alla suprema dea per propiziare la fertilità delle donne della sua comunità e la prosperità economica dell’intera società. Molti santuari e templi sono dedicati a Inanna. Il più grande, a Uruk, ospita un gran numero di sacerdotesse, ma non vi è alcuna prova che esse o qualsiasi altra donna abbia abitualmente eseguito alcun tipo di servizio sessuale all’interno di un qualunque culto.

Come propaggine della società matriarcale, non esiste alcuna discriminazione tra i sessi: l’uomo e la donna sono considerati alla pari come dimostra il fatto che in ogni città vi è un “Gran Sacerdote” se la divinità è femminile, una “Grande Sacerdotessa” se la divinità è maschile.

Poiché i Sumeri sono divisi in città-stato, ciascuna delle quali è indipendente con un proprio re, la situazione femminile varia: in genere le donne hanno una posizione di sostanziale parità con l’uomo, possono accedere alle alte cariche e diventare anche sacerdotesse e regine. Le appartenenti alle classi più elevate e le sacerdotesse (in gran numero nei santuari locali) sanno leggere e scrivere, e possiedono un discreto livello di istruzione. Alcune svolgono il mestiere di scriba professionista. Coloro che vivono nei palazzi imperiali imparano a leggere privatamente e usano un idioma chiamato emegir o “idioma principesco”.

Dettaglio di un kudurru (documento di pietra usato come registro catastale) conservato al Louvre (1186–1171 a.C.). La stella a otto punte,
che indica il pianeta Venere,
è il simbolo della dea Inanna

Secondo la storica femminista americana Judy Grahn, testimonianze di lesbismo, sia pure non esplicito, sono presenti verso il 2300 a.C. negli inni a Inanna, dea sumera della madre Terra, della bellezza e dell’amore carnale (equivalente ad Afrodite/Venere), scritti da Enḫeduanna, sacerdotessa per oltre quaranta anni del dio della luna Nanna a Ur. Figlia di Sargon il Grande, fondatore e primo re dell’impero accadico, Enḫeduanna, prima poeta nella storia dell’umanità, scrive in lingua sumerica Signora di tutti i “Me”, il più antico poema del mondo, un testo di 153 versi più noto come L’esaltazione di Inanna, ovvero “la Splendente”, la più importante divinità femminile della Mesopotamia.

«Regina di tutti i Me, troppo numerosi per tenerne il conto,
che sorgi come una luce splendente,
O mia regina, tu sei la guardiana di tutti i grandi Me,
Tu hai riunito i Me, tu hai legato i Me alle tue mani,
Tu hai raccolto i Me, tu hai stretto i Me al tuo petto…».

A Inanna segue per importanza, tra le divinità femminili, Nammu/Namma, la dea del mare primordiale che dà vita al paradiso, alla terra e ai primi dei (il pantheon politeistico sumerico annovera centinaia di divinità). 
In famiglia, la moglie è rispettata e gode di molti diritti, può possedere beni personali, amministrare le proprietà terriere, stipulare contratti, fare testamento e intraprendere attività commerciali. Ancor più le principesse godono di una completa indipendenza economica e giuridica.

Le donne sumere sono tra le più libere del mondo antico. Escono da sole per fare acquisti, frequentano i mercati, dove comprano e vendono a loro piacimento, sbrigano le faccende legali in assenza degli uomini, possono gestire una propria attività, chiedere dei prestiti e occuparsi di affari. Hanno perfino il diritto di divorziare. Se, invece, è il marito a ripudiare la consorte, ha l’obbligo di restituire alla moglie abbandonata la sua dote e altri beni; nel caso di prole, spesso a carico della madre, è tenuto a lasciare alla moglie tutto il suo patrimonio. Se la moglie si ammala gravemente, il marito può prendere una seconda moglie, ma non divorziare.

Il matrimonio è deciso dalle famiglie ed è simile a un contratto. Prima delle nozze il fidanzato deve offrire alla famiglia della promessa sposa un regalo che consiste in attrezzi, oggetti preziosi, scorte di cibo e, spesso, in giornate di lavoro da trascorrere nei campi o nella bottega del futuro suocero. La popolazione sumera si sposa molto presto: fra i tredici e i quattordici anni le ragazze, tra i quindici e i sedici anni i ragazzi.

Tra le classi più povere, non avere figli è ritenuta una colpa grave perché viene a mancare al contadino la forza lavoro nei campi, in tal caso il marito ha la facoltà di chiedere il divorzio. Le schiave tessono, fanno i lavori domestici presso le famiglie nobili, trasportano carichi, come in tutte le civiltà coeve.

A Ur, la città più antica del mondo, sono state trovate creme e rossetti nella tomba della regina Puabi. Si tramanda che portava sempre con sé una scatola di madreperla e filigrana d’oro contenente il rossetto, un cucchiaio per prelevare la pasta e un paio di pinzette simili a quelle che si usano oggi per le sopracciglia.

Copricapo e monili della regina Puabi

Le donne hanno gli occhi pesantemente cerchiati di nero con polvere di antimonio e le sopracciglia che si uniscono al centro; amano indossare lunghe vesti arricchite da balze e volant. La tiara con più corna indica l’appartenenza alla divinità.

Qualcosa cambia con l’avvento della dominazione assiro-babilonese. Le donne infatti non hanno gli stessi diritti degli uomini e sono sottomesse, al pari di schiave e schiavi, al marito. Il padre esercita un potere assoluto sui figli; decide il loro matrimonio e addirittura, in caso di bisogno, può offrirli in pagamento di un debito e venderli come schiavi.

Viene praticata la prostituzione sacra: ogni donna, prima di convolare a nozze, deve recarsi al tempio di Ishtar, dea dell’amore, della fertilità e dell’erotismo, corrispondente alla sumera Inanna, e, secondo il rituale, aspettare che uno straniero le offra una moneta per farsi possedere e donare alla dea la propria verginità.

Ricostruzione della Porta di Ishtar. Pergamon Museum, Berlino

Minuzioso e preciso è il racconto di Erodoto nel primo libro delle Storie:

Particolare del “vaso di Ishtar”, terracotta con decorazione dipinta e incisa, conservata al museo del Louvre. La Dea viene raffigurata con indosso il cerimoniale copricapo della Somma Sacerdotessa e col pube prominente

«La più turpe delle usanze babilonesi è questa. Ogni donna del paese, una volta durante la vita, deve andare nel santuario di Afrodite, e unirsi con uno straniero. Molte, che disdegnano di andare mescolate alle altre, in quanto orgogliose della loro ricchezza, si fanno condurre al tempio su un carro coperto, e se ne stanno là, seguite da una numerosa servitù. Per lo più il rito si svolge così: se ne stanno le donne sedute nel sacro recinto di Afrodite con una corona di corda intorno al capo: sono in gran numero, perché mentre alcune sopraggiungono altre se ne vanno. In mezzo alle donne si aprono dei passaggi delimitati da corde, attraverso i quali passano i forestieri e fanno la loro scelta. Quando una donna si siede lì, non torna più a casa se prima qualche straniero, dopo averle gettato del denaro sulle ginocchia, non si sia unito carnalmente a lei all’interno del tempio. Mentre getta il denaro, egli deve pronunciare questa frase: “Invoco per te la dea Militta”. Militta è il nome che gli Assiri danno ad Afrodite. La quantità di denaro è quella che ciascuno vuole. Non c’è da temere, infatti, che la donna lo rifiuti: non le è permesso, perché quel denaro diventa sacro. Essa segue il primo che glielo getta e non rifiuta nessuno. Dopo essersi concessa a quell’uomo, fatto un sacrificio espiatorio alla dea, se ne torna a casa, e da quel momento non potrai offrire mai tanto da poterla avere. Le donne che sono dotate d’un bel viso e di un bel corpo se ne tornano presto. Quelle, invece, che sono brutte rimangono a lungo senza poter soddisfare ciò che la legge prescrive; alcune, infatti, aspettano anche tre o quattro anni».

In un passo della Saga di Gilgamesh, il ciclo epico scritto in caratteri cuneiformi su tavolette d’argilla fra il 2600 e il 2500 a.C., Shamhat, prostituta sacra di Ishtar e del dio del sole Shamash nel tempio (harimtu), attraverso il rito dell’amore sacro, durato ― vi si legge ― per sei giorni e sette notti di rapporti sessuali, doma e civilizza il selvaggio Enkidu, trasformandolo da uomo primitivo che vive allo stato di natura in essere umano, anzi in eroe.
Nel santuario di Ishtar ci sono tre tipi di prostitute: le ishtaritu, ragazze vergini destinate unicamente agli dei, e non agli uomini; le qadishtu che, provenienti da una buona famiglia, si concedono unicamente ai fedeli, dietro compenso; le harimtu, prostitute di mestiere, solitamente chiamate presso il tempio solo durante ricorrenze speciali.

Così dice l’inno dedicato alla dea Ishtar, datato 875 a.C.

«Quando sono seduta sulla soglia di una taverna,
Io Ishtar, la dea,
Sono prostituta, madre, sposa e divinità.
Sono ciò che si chiama Vita;
Benché voi la chiamate Morte.
Sono ciò che si chiama Legge
Benché voi la chiamate Emarginata.
Io sono ciò che voi cercate
E quello che avete ottenuto.
Io sono ciò che avete diffuso
E ora raccogliete i miei pezzi».

Semiramide e le sue dame in un dipinto di H. Waldeck (intorno al 1900)

Tra storia e leggenda si perde la figura di Semiramide, la mitica moglie di re Nino, fondatore di Ninive. Erodoto, storico quanto mai autorevole, la dipinge come una grande sovrana. Figlia di una dea, Derceto, durante il suo regno avrebbe conquistato la Media, l’Egitto e l’Etiopia. A lei si devono le mura e i giardini pensili di Babilonia, una delle sette meraviglie del mondo antico. Diodoro Siculo le attribuisce un regno lungo 42 anni. Non così viene tratteggiata dagli scrittori cristiani del Medioevo, che ne fanno il simbolo della lussuria e dei vizi, voce che trova eco nell’Inferno di Dante, il quale la colloca, appunto, nel cerchio dei lussuriosi, accusata di rapporti incestuosi con suo figlio Nynias. Le voci contraddittorie sul suo conto si susseguono nei secoli, trovando, però, un riscatto in Pedro Calderón de la Barca, drammaturgo spagnolo del XVII secolo, che ne fa un sentito elogio: «Semiramide fu una donna di immenso valore e grande coraggio nelle imprese e nell’esercizio delle armi. Fu sposa del re Nino, che diede il nome alla città di Ninive, e diventò un grande conquistatore grazie all’aiuto di Semiramide, che cavalcava in armi al suo fianco. Egli conquistò la grande Babilonia, i vasti territori degli Assiri e molti altri Paesi. Questa donna era ancora molto giovane quando Nino venne ucciso da una freccia, durante l’assalto a una città. Dopo aver celebrato solennemente il rito funebre la donna non abbandonò l’esercizio delle armi, anzi più di prima prese a governare e realizzò tali e tante opere notevoli, che nessun uomo poteva superarla in forza e in vigore. Era così temuta come guerriera, che non solo mantenne i territori già conquistati ma, alla testa di una grande armata, mosse guerra all’Etiopia, contro cui combatté con ardimento, conquistandola e unendola al suo impero. Da lì partì per l’India e attaccò in forze gli Indiani, ai quali nessuno aveva mai osato dichiarare guerra, li vinse e li soggiogò. In seguito arrivò a conquistare tutto l’Oriente, sottomettendolo alle sue leggi. Oltre a queste conquiste, Semiramide fece ricostruire e consolidare la città di Babilonia, fece costruire nuove fortificazioni e grandi e profondi fossati tutt’intorno».

La regina Semiramide, dipinto del pittore tortonese Cesare Saccaggi (1905)

Con Semiramide prenderebbe avvio la storia della botanica al femminile, se è vero che è lei, talmente innamorata del verde, da ideare i giardini pensili, dove può trovare rose fresche tutti i giorni nonostante il clima torrido. Così almeno racconta la leggenda.

Nella società babilonese il matrimonio è un affare organizzato dai genitori per interesse. La vita sessuale della popolazione è regolamentata da leggi che sanciscono il principio della doppia morale: mentre gli uomini non devono sottostare ad alcuna norma in tale ambito, molti sono i divieti che riguardano le donne. Nel codice di Ur-Nammu (2100 a.C.), il re di Ur sul trono tra il XXII e il XXI secolo a.C., si stabilisce, tra l’altro, che un uomo può ripudiare la moglie pagando una mezza mina di argento. Se, invece, è una donna a volersi separare dal marito viene gettata nel fiume.
Secondo il codice di Lipit-Ishtar, sovrano della città di Isin (inizi del XX secolo a.C.), gli uomini possono avere concubine e frequentare le prostitute che si trovano nei giardini pubblici. Per una donna sposata che seduce un uomo c’è la condanna a morte, mentre l’uomo che si è fatto sedurre, considerato una vittima, viene lasciato libero.
Tra le prime raccolte di leggi scritte al mondo, il Codice di Hammurabi, il condottiero babilonese che regna fra il 1792-1750 a.C., inciso su una stele in pietra ritrovata a Susa durante gli scavi archeologici, contiene 282 leggi.

Di particolare importanza ai fini della nostra ricerca sulla condizione femminile, vale la pena di leggere alcuni degli articoli che trattano del diritto matrimoniale, della famiglia e delle successioni.

Il codice di Hammurabi

«128. Qualora un uomo prenda una donna in moglie, ma non abbia rapporti con lei, questa donna non gli è moglie. 129. Qualora la moglie di un uomo sia sorpresa (in flagranza) con un altro uomo, siano entrambi legati e gettati in acqua, ma il marito può perdonare la moglie, e il re i suoi schiavi.

130. Qualora un uomo violenti la moglie (promessa o sposa-bambina) di un altro uomo, che non ha mai conosciuto un uomo, e vive ancora nella casa paterna, e dorma con lei e sia sorpreso, quest’uomo sia messo a morte, ma la moglie è innocente. 131. Qualora un uomo porti un’accusa contro la moglie di un altro, ma ella non è stata sorpresa con un altro uomo, deve fare un giuramento e poi può ritornare a casa. 132. Se il “dito è puntato” contro una moglie di un altro uomo, ma non è colta a dormire con l’altro uomo, ella salterà nel fiume per suo marito…

137. Se un uomo desidera separarsi da una donna che gli ha partorito dei figli, o da sua moglie che gli ha partorito dei figli: allora egli restituirà a quella moglie la sua dote, e una parte dell’usufrutto del campo, giardino, e proprietà, in modo che possa prendersi cura dei figli. Quando ha fatto crescere i suoi figli, una porzione di tutto ciò che è dato ai figli, pari a quanto è dato a uno di loro, sarà dato a lei. Ella può allora sposare l’uomo del suo cuore.

138. Se un uomo desidera separarsi da una donna che non gli ha partorito dei figli, le darà il valore del suo denaro d’acquisto e la dote che ella portò dalla casa di suo padre, e la lascerà andare. 139. Se non vi fu alcun prezzo di acquisto le darà una mina d’oro come dono di rilascio. 140. Qualora sia un uomo liberato le dia un terzo di mina d’oro. 141. Se la moglie di un uomo, che vive in casa sua, desidera lasciarlo, piomba nei debiti, cerca di rovinare la propria casa, trascura suo marito, ed è dichiarata colpevole in giudizio: qualora suo marito le offra il rilascio, ella può andare per la sua strada, ed egli non le dà alcunché come dono di rilascio. Se suo marito non desidera rilasciarla, e qualora egli prenda un’altra moglie, ella rimarrà come serva nella casa di suo marito.

142. Qualora un uomo litighi con la moglie, e dica: “Tu non sei adatta a me”, vanno presentate le ragioni della sua manchevolezza. Se lei è innocente, non c’è alcun torto da parte sua, ma egli la lascia e la trascura, allora nessuna colpa si lega a questa donna, ella prenderà la sua dote e tornerà alla casa di suo padre.

143. Se lei non è innocente, ma lascia il marito, e rovina la sua casa, trascurando suo marito, questa donna sarà gettata nell’acqua. 144. Qualora un uomo prenda moglie e questa donna dia al marito una cameriera-servente, ed ella gli partorisca dei figli, ma quest’uomo vuole prendere un’altra moglie, ciò non gli sarà permesso; egli non prenderà una seconda moglie. 145. Qualora un uomo prenda moglie, ed ella non gli partorisca figli, ed egli intenda prendere un’altra moglie: qualora prenda questa seconda moglie, e la porti a casa, a questa seconda moglie non sarà concessa l’uguaglianza con sua moglie. 146. Qualora un uomo prenda una moglie ed ella dia a quest’uomo una cameriera-servente come moglie ed ella gli partorisca figli, allora questa cameriera assuma l’uguaglianza con la moglie: poiché gli ha partorito figli il suo padrone non potrà venderla per denaro, ma può tenerla come schiava, riconoscendola tra le cameriere serventi. 147. Qualora non gli abbia partorito figli, allora la sua padrona può venderla per denaro.

148. Qualora un uomo prenda una moglie, ed ella sia colta da malattia, se allora egli desideri prendere una seconda moglie, non ripudierà sua moglie che è affetta dalla malattia, ma la terrà nella casa che ha costruito e la sosterrà finché vive.

149. Se questa donna non vuole rimanere nella casa di suo marito, allora egli la compenserà per la dote che portò con sé dalla casa di suo padre, e può andare».

Le donne più penalizzate sono quelle che non appartengono a una classe sociale elevata. Le appartenenti alle classi più alte (alle quali è fatto obbligo di portare il velo in pubblico) conservano un larvato potere, mentre quelle povere possono essere vendute come schiave per pagare i debiti del marito.

Sempre nel Codice di Hammurabi troviamo le prime testimonianze scritte del fenomeno lesbico, le più antiche tracce di omosessualità femminile nella storia dell’umanità. Vi si menziona, infatti, la figura della salzikrum, una donna-uomo, che ― con una sconcertante modernità ― può sposare un’altra donna o addirittura avere più mogli godendo tutti i diritti di eredità e di proprietà spettanti all’uomo. Un altro termine, sal-nu-bar, indica donne alle quali è permesso congiungersi in matrimonio tra loro, ma non avere figli. Potrebbero avere figli propri, ma in gran segreto. È concesso, però, portare con sé altre donne per avere figli.

Le donne babilonesi si occupano della casa e dei figli. Si dedicano alla tessitura, frequentano le scuole, imparano un mestiere e possono esercitare il commercio. Intorno al 1.200 a.C., la profumiera Tapputi, menzionata in una tavoletta scritta in caratteri cuneiformi, sembra essere la prima chimica al mondo: estrae le essenze dalle piante e dai fiori, aggiunge acqua o altri solventi, poi distilla e filtra.

Tavoletta Mesopotamica che menziona
Tapputi-Belatekallim, 1200 a.C.
“Belatekallim” è il titolo che indica “sovrintendente femmina di un palazzo”

Gli abiti femminili hanno una linea essenziale e sono aderenti alla persona: è comune una lunga tunica rigida, non a drappeggio, e sopra di essa un ampio scialle frangiato che scende a guisa di mantello. Nelle decorazioni prevalgono le forme geometriche: quadrati, rombi, spirali, disposte in graziose combinazioni.

Dai bassorilievi e dai sigilli si può ricostruire l’acconciatura dei popoli dell’Iraq attuale. Le regine indossano un ampio velo, le aristocratiche portano una grande parrucca e un alto copricapo rigido da cui fuoriescono i capelli, che ricadono a larghe ciocche sulle spalle. Alcune nascondono i capelli in una fascia che gira attorno alla testa come un turbante. La cosiddetta Monna Lisa di Nimrud, una delle rare testimonianze iconografiche di acconciature femminili a noi giunte dalla Mesopotamia, databile intorno al 720 a.C. e conservata nel Museo nazionale iracheno di Bagdad, sotto una sorta di corona ha la capigliatura divisa nel mezzo in due bande lisce che lasciano scoperte le orecchie.

Monna Lisa di Nimrud

Babilonia è la capitale mondiale del lusso, il maggior centro di importazione ed esportazione di belletti ed essenze profumate. La popolazione femminile fa largo uso di creme, ingrandisce gli occhi, circondati da una marcata linea scura, ed enfatizza lo sguardo con bitume diluito in olio di sesamo; usa anche dipingere le labbra con una pasta ottenuta con polvere rossa, essenza di rosa e olio.

Su una tavoletta di argilla leggiamo questa ricetta: «Mescolare con olio di sesamo una certa quantità di argilla e di ceneri dell’erba chiamata equiseto; formare una pasta con la quale strofinare fortemente la pelle. Dopo questa operazione, le donne delicatamente si spalmino il corpo con abbondante olio di sesamo».

È la spia della massima attenzione prestata, come già presso il popolo egizio, alla cura del corpo, alla bellezza e all’igiene personale.

In copertina: Edgar Degas, Semiramide costruisce Babilonia, Musée d’Orsay, Parigi (1861).

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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