Fantascienza, un genere (femminile). Carolyn Cherryh

«Perché non è stata ristampata? Perché non si parla di lei? C’è qualcosa di vagamente misterioso in questo. Cos’è la misoginia? Una necessità maschile di stabilire un mondo maschile?». Sono parole di Ursula Le Guin — certo la più celebre autrice di fantasy e science fiction — tratte dal suo libro postumo Conversations on writing, scritto con la collaborazione di David Naimon e pubblicato nell’aprile 2018, a pochi mesi dalla morte; si riferiscono a Carolyn Cherryh, pure scrittrice dell’immaginazione, che nello svolgersi delle conversazioni è accostata a donne note e meno note della letteratura tra Otto e Novecento: Grace Paley, Virginia Woolf, Gabriela Mistral, Mary Hallock Foote…

Le Guin sceglie, nell’ambito che le è proprio, un’autrice più che prolifica, dalla produzione tanto ampia che risulta difficile quantificarla con esattezza, anche a causa della ripresa e riscrittura di diversi testi, sottoposti a rielaborazioni e integrazioni che li trasformano da racconti in romanzi, e da singoli romanzi in elementi di cicli dalle dimensioni smisurate: l’Internet Science Fiction Data Base conta oltre seicento titoli tra originali, ristampe, traduzioni; il Catalogo Vegetti segnala la pubblicazione in Italia di ventisei romanzi e tredici racconti. E Le Guin sceglie un’autrice che le è epigona nella costruzione di mondi immaginari descritti con ricchezza di notizie di carattere culturale, linguistico, sociologico, nella scrittura di serie e saghe di fantascienza e di fantasia. Un’autrice che tuttavia sembra aver privilegiato la quantità rispetto alla qualità: valutazione, evidentemente, personale e parziale, perché non solo alla lettrice italiana non è possibile accedere all’opera omnia di Cherryh, ma risulta anche proibitivo conoscere (a meno di non volerne scrivere in modo esclusivo) tutto quanto di lei è stato stampato sul territorio nazionale. È questo, forse, il motivo per cui la critica non affronta la scrittrice Carolyn Cherry, tacendo o limitandosi a redigere accurate, ma inevitabilmente imperfette, bibliografie: si veda per esempio la voce di Wikipedia in lingua inglese, che ne distingue la produzione in testi riconducibili a The Alliance-Union Universe (a sua volta ripartito in dieci sezioni, ciascuna delle quali consta di numerosi romanzi), The Foreign Universe (sette trilogie), Other Science Fiction (irriducibili a catalogazione), Fantasy Works (ripartite in cinque sezioni, ciascuna delle quali comprende diversi romanzi o racconti), Collections e Other Works. Una mole che non ha eguali nella fantascienza delle donne, né di quelle che precedono Cherryh, né di quelle che la seguono (almeno finora).

Carolyn Janice Cherry nasce a St. Louis, Missouri, il 1° settembre 1942, da famiglia di origine anglosassone, ma (come lei stessa ama sottolineare, nelle note biografiche e genealogiche leggibili sul suo sito) con ascendenze dalla Scandinavia, dall’Europa centro-orientale e meridionale, dalla Spagna moresca: i genitori le danno il nome della celebre bisnonna Louisiana Carolyn Boone, che appartiene a una genealogia di esploratori e pionieri, tra Sette e Ottocento; a sette anni si trasferisce a Lawtown, Oklahoma, ove compie gli studi, specializzandosi nel 1964 in lingue classiche; è docente di greco e latino alla John Marshall High School di Oklahoma City dal 1965 al 1972, anno nel quale ottiene anche l’incarico per l’insegnamento di storia antica, che mantiene, con il precedente, fino al 1977.

Carolyn Cherryh bambina (dal sito ufficiale dell’autrice https://www.cherryh.com/www/whosCJ.htm)

Ancora bambina, coltiva la passione per la scrittura; «finalmente», dopo rifiuti e smarrimenti di dattiloscritti di prammatica, a «trentatré anni, all’incirca l’età in cui Alessandro guidava il suo impero», la svolta: l’editore Don Wollheim di DAW Books, New York City, le propone un contratto per la redazione di tre libri, con un compenso pari a un anno di stipendio come docente. Nel 1976 pubblica in successione i romanzi Gate of Ivrel (inquadrato in The Morgaine Stories, con protagonista Morgaine, donna coraggiosa e ribelle) e Brothers of Earth (successivamente ricondotto a The Alliance-Union Universe): i testi le valgono il John Campbell Award come miglior scrittore emergente nel 1977, quando Carolyn lascia l’insegnamento per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura. Giova notare che, su richiesta dell’editore, l’autrice si firma C.J. Cherryh: le iniziali non danno indicazione di genere (la fantascienza è ancora considerata un genere scritto da uomini per uomini), mentre la consonante muta è aggiunta al cognome per evitare banalizzazioni (in lingua inglese cherry significa ‘ciliegia’).

Nel 1979 il primo riconoscimento di prestigio, l’Hugo Award con il racconto Cassandra, pubblicato l’anno precedente: un racconto molto bello, capace di sviluppare il fantastico a partire dal mito, il che non sorprende, conoscendo la formazione classica di Carolyn. Come la sventurata figlia di Priamo, in grado di leggere il futuro ma mai creduta, Alis è profeta di sciagure, e questo tratto — oltre a portarla «dentro e fuori dagli ospedali» psichiatrici — ne segna il destino di solitudine, incomprensione, infelicità. «Tra le fiamme che crepitavano e le voci che urlavano», perennemente sulla soglia dell’irrealtà, la giovane vive per lo spazio di un giorno l’incontro con Jim, «unica presenza solida» in un mondo di spettri in costante dissoluzione, di fiamme che lambiscono senza ardere, di macerie che in luogo di franare si dissolvono. Sarà la guerra, è la guerra: il futuro è ineludibile, prende forma grazie ad Alis, che in qualche modo, prevedendolo, lo determina e lo rende reale, condannando alla vita o, più spesso, alla morte. Un bellissimo personaggio di donna irrimediabilmente diversa, aliena; una straordinaria capacità descrittiva di luoghi allucinati e stranianti («C’erano cristalli incrinati e piatti rotti sui tavoli incorporei e le stelle ammiccavano fredde nello squarcio sopra lo scintillio pallido dei lampadari spezzati»); una sensibilità dolorosa nel tratteggiare angosce e perdite, grazie a una sintassi scarna e asciutta, ove la tragedia è nelle cose, non nelle parole. È, o potrebbe essere, l’esordio di una grande scrittrice, come pure conferma un secondo racconto dello stesso anno, The dreamstone (La pietra del sogno, tardivamente apparso in Italia nel 1996): una vicenda suggestiva, dall’atmosfera trasognata, con personaggi marcati nel bene (il musico perseguitato) e nel male (il signore violento) e una bella figura di strega ribelle all’ingiustizia che vive nella leggendaria foresta di Ealdwood.

Poi, dopo la lettura di Hestia, del 1979 (pubblicato in Italia nel 1981 con il titolo Diga sul pianeta Hestia), i conti non tornano più: il romanzo non sembra scritto dalla stessa autrice di Cassandra (ma lo è). La quarta di copertina di Urania n. 933 presenta una sorta di excusatio non petita che induce al sospetto: «come evitare che alcuni lettori non pensino subito a un “romanzo rosa”, benché l’avventura sia spaziale […]?». Questa la vicenda: Hestia è un pianeta disameno e inospitale («solo fango e pozzanghere. L’unico rumore che si sentiva era quello della pioggia»), che la missione terrestre, inviata per portare aiuto ai coloni, vorrebbe lasciare alla propria sorte; non Sam Merritt, il quale — in parte per intuizione, in parte per responsabilità, infine perché trattenuto praticamente in ostaggio — decide di porre le proprie competenze ingegneristiche al servizio della piccola comunità, impegnandosi nella costruzione di una diga che possa mettere fine alle disastrose inondazioni che periodicamente danneggiano la già stentata produzione agricola del pianeta. Sam si trova dunque ospite di un gruppo di famiglie nel quale vi sono coadiuvanti e antagonisti: tra i primi Sam Burns, equilibrato e comprensivo; tra i secondi Tom Porter, violento e ottuso, prototipo del bianco suprematista convinto a priori della superiorità della propria ‘razza’ e visceralmente ostile ai nativi; questi ultimi sono per buona parte del testo soltanto ombre, che appaiono e scompaiono lasciando dietro di sé incendi e distruzioni nel tentativo di preservare il proprio ambiente e la propria cultura. Merrit si trova anche a essere diviso tra due donne, per entrambe delle quali prova attrazione: la giovane colona dai capelli rossi Meg Burns e l’indigena Sazhje, di cui, al primo incontro, sfiora «la mano dalle lunghe dita, così umana eppure diversa dalle mani umane». È in questa dicotomia tra ‘umano’ e ‘non umano’ — e nelle gradazioni e sfumature che suggeriscono continuità, non cesura — l’aspetto più interessante del romanzo: se Sam Merritt è incline a ritenere «quasi umana» Sazhje, alla quale è sempre più legato fino a destare scandalo, Tom Porter non ha esitazioni a riguardo: i popoli indigeni «non sono umani» (come i nativi d’America e gli aborigeni d’Australia), perciò è legittimo ucciderli; intermedia la posizione di Meg, che così si rivolge all’antico fidanzato: «A volte ho l’impressione che per te noi hestiani e la razza di Sazhje siamo uguali, perché in fondo tu sei diverso sia da noi sia da loro». L’intreccio presenta agguati e fughe, incendi e devastazioni, erotismo e raccapriccio, con personaggi stereotipati e situazioni banali: l’insieme, a metà tra avventura di frontiera e romanzo rosa, è decisamente poco riuscito. Il dubbio è se Cherryh abbia dovuto accelerare la scrittura per onorare il contratto con l’editore, a discapito della qualità, oppure abbia voluto andare incontro ai gusti del pubblico meno esigente, offrendo un prodotto commerciale ma di successo. O, forse, entrambe le cose.

Carolyn Cherryh in una fotografia di autore non noto scattata presumibilmente all’inizio della carriera di scrittrice, alla fine degli anni Settanta

Serpent’s Reach data all’anno successivo, il 1980, ed è proposto in traduzione italiana nel 1993 con il titolo La costellazione del serpente: è considerato il primo romanzo della terza sezione (The Era of the Rapprochement) della gigantesca serie The Alliance-Union universe. È un testo poderoso e complesso, che denota ambizione narrativa non sempre, però, governata con mano salda, ancor più, come si vedrà, in riferimento all’organizzazione interna sia del romanzo, sia della serie. Hydrus è l’universo di riferimento, nel quale pulsano stelle già in parte colonizzate dagli esseri umani, che si sono affiancati alla razza nativa dei Majat: come nel racconto Homecalling di Judith Merrill, si tratta di insetti sociali, che si strutturano in comunità e che hanno mansioni diversificate (un’unica Madre, come per le api terrestri, e Operai, Fuchi, Foraggieri, Guerrieri); sono dotati di coscienza e di memoria collettiva e dunque immortali, non individualmente ma, appunto, comunitariamente, perché i pensieri e le conoscenze di ciascun membro diventano patrimonio di tutti, trasmissibile e rinnovabile. Sul pianeta Cerdit, majat e umani hanno iniziato a interagire e — non poteva essere altrimenti — la razza terrestre ha condizionato in negativo la razza autoctona: gli alveari blu, verde, rosso e oro abbandonano la millenaria convivenza pacifica per allearsi con le famiglie aristocratiche che si contendono il potere su quel mondo. Vittima della lotta per la supremazia è il clan Sul: la giovanissima Raen è l’unica sopravvissuta allo sterminio, astutamente predisposto dai rivali Ruil e Hald. Raen Sul Meth-Marena Kontrin, alias Raen a Sul Hant Meth-Marena, alias Kont’ Raen Meth-Marena: nel corso del romanzo Cherryh muta più volte nome alla sua protagonista (e questo non giova), in uno scenario che per intrighi e violenze, sfarzi e rituali, richiama l’impero ellenistico o il medioevo nipponico. Raen è una giovane donna caparbia e temibile — «Perché è atipica. È senza controllo. Ed è una sopravvissuta» — che coltiva la propria vendetta per quasi vent’anni (dall’età di quindici a quella di trentaquattro); tuttavia, con il procedere della narrazione, assume la fisionomia di una Wonder Woman — è pressoché indistruttibile e invincibile — il che non solo la rende improbabile, ma anche la banalizza. Altrettanto improbabile il protagonista maschile, Jim, un azi riscattato dalla bella e capricciosa Raen al termine di una partita di Sej che si estende dal capitolo quattordicesimo al capitolo diciannovesimo del romanzo. Gli azi sono androidi che occupano l’ultimo dei tre gradini della gerarchia sociale imposta dalle famiglie aristocratiche umane che governano il pianeta, che si collocano al vertice; la classe intermedia è quella dei beta, creati per scissione per le più diverse mansioni; infine, ci sono gli azi, «uova di uova», allevati in magazzini e programmati per essere terminati a quarant’anni. La riflessione su umano e non umano, vita e destino, libero arbitrio e fortuna costituisce l’aspetto più interessante dell’opera, per altro indigesta per molteplici ragioni: la narrazione che alterna spazi e tempi diversi; l’accumulo di situazioni, eventi, avventure; le citazioni in filigrana da Aldous Huxley e Philip Dick, Ursula Le Guin e Joanna Russ, che evocano il déjà vu; il ridicolo modo di esprimersi dei majat (ma la responsabilità potrebbe ascriversi alla traduttrice), con verbi all’infinito e sintassi approssimativa; la risoluzione della vicenda in modo affrettato e convenzionale, quando Rael assume nei confronti di Jim, che letteralmente la idolatra, il ruolo di principe azzurro (e non importa che sia donna)… E ancora, come si è detto, la complessità non controllata: «le date citate in Serpent’s Reach (pubblicato nel 1980) — si legge alla corrispondente voce di Wikipedia in lingua inglese — contraddicono quelle fornite da Cherry nella timeline presentata in Angel With the Sword (pubblicato nel 1985)». Ma questo, con buona pace degli appassionati, è il minore dei mali.

Poi si legge Sunfall, raccolta di «short stories and novellettes» data alle stampe nel 1981 e i conti, ancora una volta non tornano: questi sei racconti sono uno più bello dell’altro, uno più raffinato e struggente dell’altro… In un futuro remoto e indeterminato, il Sole perde la sua luce e il suo calore, la Terra appare stanca e malata, ma ci sono ancora «le città, macrocosmi di governi umani, grandi entità dotate di una struttura molto simile a quella dei singoli individui»: e sono Parigi (The Only Death in the City), Londra (The Haunted Tower), Mosca (Ice), Roma (Nightgame), New York (Highliner), Pechino (The General). Il merito di aver pubblicato la raccolta nella sua interezza (dopo che due precedenti italiane edizioni avevano cassato — chissà perché? — il racconto dedicato a Roma) va a Sebastiano Fusco e alle effimere edizioni della Compagnia del Fantastico, che nel 1994 la presenta con il titolo Il crepuscolo della terra. Straordinaria la capacità qui dimostrata da Carolyn Cherryh di cogliere l’essenza e lo spirito di un luogo e della cultura che lo permea, di rievocare atmosfere e figure del passato fatte rivivere nella dimensione di un presente senza tempo, con interessanti affondi sulla condizione della donna e sull’ingiustizia della società propri di un’autrice democratica e femminista.

Ed ecco Parigi sotterranea (C’est ici le empire de la mort), in una fiaba crudele di amore e morte, sangue e noia, nella quale la vita trapassa da un corpo a un altro, in un perenne ciclo di perdita e di rinascita che tuttavia porta con sé la coscienza e il tedio di tutte le esistenze precedenti: «Tu sei una goccia d’acqua nel canale delle sue vite. Dimenticala» così la saggia madre ad Alain, «persona nuova» e priva di vite precedenti, innamorato senza rimedio della bella Ermine, antica per tutto ciò che ha già vissuto eppure affamata di novità, «cosa che succedeva tanto di rado e quindi andava assaporata». E una novità, anzi, una possibilità offerta dal «cambiamento dei cicli», è la Morte, che il giovane non teme.

Londra è la città della torre, e la torre è per eccellenza il luogo della prigionia segreta, della sofferenza taciuta, della scomparsa silenziosa. Il racconto è bellissimo, nel percorso di acquisizione di consapevolezza e nella scelta di libertà della protagonista Bettine, giovane donna vanitosa sempre vissuta «per la bellezza», sopravvissuta «grazie a essa», che piano piano abbandona l’illusione che «le donne belle potevano continuare all’infinito con le astuzie e guadagnarsi un lieto fine», coadiuvata da memorabili fantasmi che, come lei ora, nella torre sono stati rinchiusi: i bimbi reali Edoardo e Riccardo (assassinati per ordine del feroce Riccardo III), Anna Bolena e Robert Deveraux Conte di Essex, Marco Attilio Regolo, discendente del console che animò la prima guerra punica, ed Elisabetta I (che nella torre non morì, ma ebbe legami forti con essa). Il mondo contemporaneo, avvelenato dalla lotta per il potere politico, disincanta e disillude; non così la storia antica, che a Bettine richiama il valore dell’esempio: «Sii quella che sei», non quella che gli altri, gli uomini, vogliono che tu sia.

John Everett Millais, I principi Edoardo [V] e Riccardo nella Torre, 1878

Mosca chiusa in sé stessa, circondata dal bianco abbagliante e assoluto della neve, è rappresentata non tanto nel suo folklore — strade coperte di neve, pellicce orlate da vivaci ricami, danze e canti pieni di calore e di gioia — quanto nel sentimento, nella ‘nostalghia’ di chi si sente straniero in patria, in particolare dopo aver avuto visione della bellezza, esperienza dell’assoluto. Per coloro che sono «capaci di contemplare quel candore gelato e di conservarne i colori nel cuore» nulla potrà essere come prima, siano uomini, come Andrei e Ilya, siano animali, come il cavallino Umnik: la bellezza, l’assoluto, che disvelano «la mortalità, la brevità della vita umana e la sua meschinità», possono assumere le sembianze di un lupo dal candido pelo, di una donna irraggiungibile e lontana, forme del dolore, della vita e della morte.

Vasilij Kandinskij, Il cavaliere (San Giorgio), 1914-1915

Roma è rappresentata nell’estenuante, quasi infinita agonia del grande impero, decadente eppure bellissima, schiava del capriccio del giovane tiranno di turno che dalla sua corte governa e decreta — ancora una volta — morte o vita. Il dodicenne Elio è reincarnazione di Eliogabalo, l’imperatore del III secolo dopo Cristo sacerdote del Sole, celebre — secondo le fonti a lui avverse — per eccessi e nefandezze, assassinato a diciannove anni, colpito dalla damnatio memoriae: la distruzione delle statue, la cancellazione del nome, il divieto di compianto e sepoltura. Lo spazio in cui si muove Elio è quello del sogno: un sogno che attrae nella propria dimensione distorta altri sognatori, che vi sono condotti a forza, a piacimento di chi guida il viaggio nell’altrove, un sogno che dà brividi ed emozioni come una droga sempre nuova, un sogno che è gioco che si conclude con la morte. E Roma, almeno nell’immaginario, è destinata a soccombere alla giovinezza e alla forza dell’onda lunga barbarica.

Lawrence Alma-Tadema, Le rose di Eliogabalo, 1888

New York è la città che sale, la città dei livelli, la città verticale: squadre di Altitudinari — donne e uomini operai — come rocciatori acrobati ne incrementano il guscio esterno: «La struttura era al tempo stesso una città e una montagna, ed era ancora potente. Aveva il suo orgoglio, che riposava nelle mani degli operai e nella sua vertiginosa altezza». Altitudinari sono Johnny e Sara Tallfeather, Polly Din e Sam Kenny: vite oscure che costruiscono la Tebe dalle sette porte del futuro, ignari del profitto e della perdita, e soprattutto della corruzione e della tragedia, fino a che queste non si rovescia su di loro incolpevoli, sommergendoli quasi tutti. Una parabola sulla speculazione edilizia e sul costo del lavoro in termini di vite umane, con la consapevolezza che soltanto l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici potrà, forse, cambiare le cose, anche se le vite spezzate non potranno essere ricomposte.

Lunch atop a skyscraper, fotografia di autore non noto scattata il 20 settembre 1932 a New York (Rockfeller Center), pubblicata il 2 ottobre di quell’anno sul supplemento domenicale di «The New York Herald Tribune»

Pechino circondata dalla grande muraglia, Pechino che racchiude la Città Proibita, Pechino ove stendardi e vessilli garriscono al vento in attesa dell’assalto «di tutte le tribù delle pianure del mondo», come in un grande film di Zhang Yimou: è questo il paradiso che i capi mongoli promettono ai propri guerrieri e popoli, è questa la città celeste che gli abitanti sono in procinto di perdere per sempre, senza averne contezza. Ma… Yilan Baba, comandante supremo delle tribù che muovono all’attacco, tenta di cambiare l’eterno destino di guerra suo e di tutti i condottieri che nella storia hanno rincorso potere e conquista, provocato sofferenza e dolore (indimenticabile il lancio delle teste dei giovani difensori uccisi in combattimento oltre le mura della città), raccogliendo però, alla fine, tradimento e morte. E se la sua scelta non muta il destino immutabile dell’umanità, non sana l’irresistibile amore per la guerra, non salva la vita del successore, della moglie, del figlio («non c’è una fine a tutto ciò, vero?»), cambia però la sorte della Città del Cielo, salva ma ora «consapevole della presenza della morte».

Fotogramma dal film Mulan, di Niki Caro, 2020

La consacrazione per Carolyn Cherryh giunge con l’Hugo Award ottenuto con il poderoso romanzo Downbelow Station, del 1981, primo episodio della prima serie (The Company Wars) del ciclo The Alliance-Union Universe, pubblicato in Italia nel 1988 con il titolo La lega dei mondi ribelli.
Un romanzo affine per struttura e scrittura, ambienti e personaggi a Serpent’s Reach, che pure è considerato un classico della fantascienza e che per evidenti ragioni qui non è possibile analizzare. Illuminano le tre pagine di presentazione del volume a firma di Piergiorgio Nicolazzini, che, a proposito di C.J. Cherryh, scrive tra l’altro: «[…] le sue vicende seguono modelli ben collaudati, spesso inclini a labirintiche complessità che devono essere dipanate in più volumi, i suoi personaggi hanno caratteristiche ricorrenti, lo sfondo dei suoi romanzi di fantascienza è quello di un universo unificato e coerente[…], l’attenzione prevalente è rivolta ai meccanismi del potere e ai conflitti interculturali, sempre risolti con l’eleganza di trame ingegnose e avvincenti». Ecco: quando si leggono i grandi romanzi di Carolyn, l’impressione è quella di leggere sempre lo stesso libro, con varianti: ed è un peccato che l’autrice abbia scelto di abbandonare la misura breve del racconto, nel quale esprime raffinatezza e profondità, per la dimensione elefantiaca della saga che riunisce tutti gli elementi, o quasi, di science fiction e fantasy. E non basta la scelta di protagoniste femminili a caratterizzarne la scrittura, perché tali protagoniste — pur con qualche sfumatura problematica — si definiscono in base a un «archetipo dominante» (scrive ancora Nicolazzini) «di straordinaria forza, autorità e decisione, talvolta persino violento e riprovevole, ma comunque sensibile alla voce della propria coscienza, consapevole delle proprie scelte e, soprattutto, del fatto che il potere non può essere separato da un profondo senso di responsabilità […]». Sei anni più tardi, giunge il secondo Hugo Award per il miglior romanzo grazie a Cyteen, del 1988, quarto episodio della serie di cui Serpent’s Reach è capostipite, tradotto in lingua italiana nel 1990.

Carolyn Cherryh su un simulatore di volo spaziale Nasa, in una fotografia di autore non noto scattata presumibilmente tra gli anni Ottanta e Novanta (https://www.cherryh.com/www/whosCJ.htm)

The age of exploration è la settima serie del ciclo The Alliance-Union Universe e The Cuckoo’s Egg è il terzo (di tre) romanzi di questa serie, pubblicato nel 1985 (in Italia due anni più tardi con il titolo Stirpe di alieno): il testo conferma ancora una volta che Cherryh persegue la via di una produzione serrata e ininterrotta. Il libro potrebbe essere un trattato di pedagogia in forma di opera di fantascienza, oppure un romanzo di formazione, a seconda dei punti di vista: e il punto di vista ne rappresenta proprio l’aspetto più interessante, perché la prospettiva è quella degli Shonunin, abitanti di un mondo lontano, cui appartiene Duun, che diviene padre adottivo e maestro di Thorn, un neonato nel quale è ben riconoscibile la razza umana, che appare però spaventosamente ‘altra’ sul pianeta ove il piccolo ha visto la luce, tra creature ricoperte di morbida pelliccia argentea e con quattro dita, dotate di artigli, per ogni mano. Quale sia il ruolo del bimbo, seguito nella sua crescita fino alla giovinezza, si apprende a narrazione quasi conclusa (e conclusa piuttosto frettolosamente), perché il romanzo per buona parte consta delle lezioni che Duun impartisce a Thorn per farne un hatani, un guerriero forte ma pacato, astuto ma leale, sottoposto a rigida disciplina e dotato di forte senso dell’onore: una sorta di samurai alieno, o, per rimanere in tema, di jedi (la trilogia di Guerre stellari precede il romanzo e ne costituisce indiscutibile fonte di ispirazione). Al desiderio e alla necessità di trovare il proprio posto nel mondo, si affiancano i temi dell’infanzia nella dimensione di una natura incontaminata e della perdita dell’innocenza, che coincide con la dolorosa scoperta della propria diversità da parte di Thorn, una diversità che tuttavia può divenire salvifica.

Foreigner, pubblicato nel 1994 (apparso in Italia l’anno successivo con il titolo Straniero in un mondo straniero), è il primo romanzo del nuovo ciclo The Foreigner Universe, ovvero il primo di una serie di ben sette trilogie (per un totale di ventuno testi e per un numero di pagine tendente all’infinito) che si articolano lungo lo scorcio del XX secolo e fino al 2020 (ed è anche l’unico tradotto in lingua italiana). L’idea di partenza, nonché il tema centrale dell’opera, è quello della quasi insormontabile difficoltà di comunicazione tra mondi, culture, lingue diverse: in seguito a un’avaria, «per caso, in preda alla disperazione», gli umani dell’astronave Phoenix entrano nell’orbita di un pianeta sconosciuto (libro primo), sul quale decidono poi di approdare, in attesa di essere recuperati dalla Terra (libro secondo), instaurando poi una relazione con i nativi che chiamano sé stessi atevi (libro terzo, di cui i precedenti costituiscono una sorta di prologo). La vicenda si svolge duecento anni dopo la Guerra dello Sbarco («breve e feroce», vinta dai terrestri) e vede come protagonista l’umano Bren Cameron, il pahidi, l’intermediario tra la propria razza e la società indigena, minuziosamente descritta da Cherryh certo facendo ricorso alle proprie conoscenze di storica, con echi che spaziano tra l’Oriente antico e il Medioevo fantastico: abiti suntuosi, nastri e sigilli colorati a indicare caste e appartenenze, faide di sangue legalizzate, cavalcature simili a grifoni e soprattutto intrighi di famiglia e di palazzo. In uno di questi, dai confini incerti e non ben risolto neppure nel finale, è coinvolto Bren, che l’autrice segue passo passo nelle congetture, nei dubbi, nelle riflessioni interiori (pur essendo il romanzo scritto in terza persona): l’umano svolge il difficile compito di consigliere dell’aiji, la massima autorità locale, Tabini; è affiancato da due imperscrutabili guardie del corpo, Banichi (maschio) e Jago (femmina); dopo un misterioso attentato alla sua vita è trasferito nella fortezza di Malguri, «deprimente e malandata», senza possibilità di comunicare con l’esterno, in balia di Ilisidi, nand’ madre, potente nonna di Tabini, donna «irosa e pericolosa», ma acuta e consapevole («Ci avete insegnato la tecnologia che voi avete scelto, ci avete portato l’industria di cui voi avete bisogno, avete pervertito i nostri bisogni ai vostri programmi […]… dimenticando così ogni aspetto del nostro passato, le nostre leggi, modificando il corso della storia che noi avremmo seguito usando le nostre risorse»: così lei a Bren e a tutti i terrestri, con interessante rovesciamento del punto di vista).
Dopo un tentativo di avvelenamento con un tè troppo ricco di alcaloidi, una cavalcata avventurosa su un mecheita che lo lascia disorientato e dolorante, una notte di percosse e torture nelle segrete, il pahidi può dar prova della parte migliore dell’umanità — l’altruismo e la condivisione — a un popolo che nella propria lingua non comprende «il significato di parole come ‘amico’ e ‘alleato’» e non ha «un termine preciso corrispondente a ‘simpatia’», ma conta, al contrario, «quattordici parole per definire il tradimento».

«Sono un sacco di cose. — così si presenta Carolyn Cherryh sul proprio sito — Scrivo, prima di tutto. Pattino. Viaggio. Fotografo. Disegno. Leggo. Mi occupo di genealogia e storia, scienza e archeologia. Conosco bene alcune lingue moderne e due antiche». E ancora: «Ho scelto di scrivere: questo era tutto ciò che avevo sempre desiderato. Se avessi dovuto trascorrere il resto della mia vita da sola a una tastiera, se questo fosse stato il prezzo, lo avrei pagato volentieri; ma ho avuto fortuna. Mi si è presentata Jane Fancher: un’altra scrittrice, una voce nel gran silenzio e una persona onesta di cui mi potevo fidare».

A sinistra: Jane Fancher e Carolyn Cherryh in una fotografia di Jo Williams scattata nel 2004: Carolyn afferma di aver iniziato a pattinare grazie a Jane all’età di sessantuno anni (https://www.cherryh.com/www/whosCJ.htm); a destra: Carolyn e Jane durante il loro matrimonio, Spokane, Washington, il 17 maggio 2014 (http://www.janefancher.com/HarmoniesOfTheNet/2014/05/27/wedding-pix/)

Carolyn e Jane, che condividono la passione per la science fiction e per il pattinaggio, dopo oltre vent’anni di convivenza si sono unite in matrimonio nella loro casa di Spokane, Washington, il 17 maggio 2014.

In copertina: Gino Andrea Carosini, Carolyn Cherryh.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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