I tesori archeologici della Sardegna in una vetrina internazionale

Molto di quanto state per leggere sono certa che vi sorprenderà, ma quando si tratta dei tesori unici della Sardegna è normale. Non se ne parla mai abbastanza e la maggioranza delle notizie, come si fosse in un’altra realtà spazio-temporale, neppure arrivano sul “continente”, come ama dire la popolazione locale. Anche questa volta, se non mi trovassi nell’isola e non ne leggessi i quotidiani, non ne saprei proprio nulla e non vi potrei riferire eventi di notevole interesse.

Tempio Pausania, nuraghe Majori. Foto di Laura Candiani

Stiamo per affrontare insieme un percorso fra i reperti, ospitati per lo più nei musei di Sassari, Cagliari, Nuoro e Cabras, che a breve saranno oggetto di mostre in varie città europee; ma affronteremo anche l’importante accordo fra Ministero della Cultura, Regione e Comune di Cabras per gestire al meglio la vicenda relativa agli ormai celebri “Giganti di Mont’e Prama”.

Monte d’Accoddi, altare preistorico. Foto Laura Candiani

Dobbiamo tuttavia fare un passo indietro e ricordare a lettrici e lettori che la Sardegna ha un numero di siti archeologici censiti che vanno dal Neolitico all’Età del Bronzo che non ha uguali al mondo (siamo nell’ordine di oltre 20.000), che la sua cultura risale fino all’epoca prenuragica, che la sua popolazione doveva essere assai più numerosa di oggi visto quanto ha lasciato, che la sua lingua ha almeno tremila anni ed è fra le poche del passato parlate correntemente ancora. Il suoi audaci combattenti e commercianti si spostavano per il Mediterraneo, ben prima che Roma fosse solo un’idea: gli Shardana, con i loro elmi piumati o cornuti, furono scelti dal faraone come sue guardie del corpo, e ne fanno fede la stele di Rosetta e il disco di Festo, mentre erano frequenti i contatti con l’Etruria (chiari legami ad esempio si hanno nella lavorazione raffinata dei metalli e dell’oro), con l’Anatolia e con l’Oriente: basta vedere, non lontano da Sassari, la ziqqurat di Monte d’Accoddi di circa cinquemila anni, altare sacro in pietra unico in Europa.

Da qui partiva la via dell’ossidiana, materiale prezioso di cui era ricco Monte Arci, prima delle età dei metalli, i cui reperti sono stati trovati in Francia, in Italia, in Nord Africa. Non parliamo poi di quanto ormai è chiaro in relazione al cosiddetto mito di Atlantide: studi serissimi collocano le ipotetiche colonne d’Ercole a sud della Sardegna e proprio l’isola sarebbe stata la terra felice e fertile di cui i miti vagheggiano. Se volete approfondire, consultate i testi ben documentati e i video del giornalista Sergio Frau e rivedete su Raiplay la ricca e avvincente puntata di Sapiens curata da Mario Tozzi che vi farà rimanere senza fiato. Di alcune di queste tematiche ho trattato nella mia recensione al libro e alla conferenza del professor Bartolomeo Porcheddu (Vitamine vaganti n. 25) che mi coinvolse parecchio e mi affascinò con la sua tesi audace (da lui esposta nel dettaglio in un’opera di oltre 300 pagine che riportano infiniti esempi, a mio modesto parere assai convincenti), ovvero che, proprio per i motivi sopra elencati, non è matematicamente possibile che la lingua sarda derivi dal latino! Semmai è accaduto il contrario, come questa teoria cerca di dimostrare; saranno stati poi i vincitori, cosa che sempre avviene, a cancellare la memoria del popolo vinto e a imporre il loro idioma, dopo la conquista, pur tormentata e parziale, dell’isola (238 a.C). Si trattava poi di lingue poco conciliabili fra loro, come accadde per l’etrusco, e come è accaduto altrove al basco, di origine non indoeuropea. Del sardo scritto non è rimasto quasi nulla perché si utilizzavano tavolette di legno, ma nella stele di Nora (IX sec. a.C.) si ha una testimonianza precisa e inconfutabile: la lingua è sarda, anche se i caratteri sono fenici.

Ma veniamo alle novità relative alla nascita della Fondazione dei Giganti di Mont’e Prama, il cui accordo è stato firmato il 1° luglio dal ministro della Cultura Franceschini, dal presidente della Regione Solinas e dal sindaco di Cabras, Andrea Abis. Con questo atto, atteso da tempo, la maggioranza dei reperti straordinari trovati a più riprese (e ancora da trovare) nelle campagne vicino alla laguna di Cabras, in particolare sulla modesta collinetta di Mont’e Prama (Monte delle palme), sono destinati a rimanere nel locale Museo civico Giovanni Marongiu, mentre solo alcuni pezzi verranno conservati nel museo cagliaritano.

Museo di Cabras

Dei cosiddetti “giganti” si è parlato in varie occasioni, ma è bene ricordare che queste statue maschili (una trentina, ma solo 24 ricostruite in buona parte) di guerrieri, atleti, pugili, arcieri alte poco meno di due metri e risalenti a circa 1500 anni a.C., sono i primi manufatti “a tutto tondo” dell’area del Mediterraneo occidentale, precedono dunque l’arte greca arcaica e quella etrusca, semmai certi dettagli possono far trovare similitudini con l’arte orientale. Alcuni ritrovamenti casuali, come accade di solito, avvennero ad opera di contadini negli anni Sessanta, ma fu dai Settanta che si cominciò a indagare e a promuovere campagne di scavo in quella che si rivelò una necropoli senza uguali, con più di una trentina di tombe a pozzetto e interessantissimi modellini di nuraghi che ce ne mostrano finalmente l’aspetto integro. Le statue erano ridotte in oltre 5000 frammenti, quindi il compito di ricostruirle non è stato semplice ed è in continua evoluzione, sono state infatti assemblate in modo da essere, se necessario, “smontate” per inserire nuovi pezzi. Può sembrare incredibile, ma dopo le ricerche effettuate nel 1979 che ebbero un certo clamore mediatico, visti i risultati sensazionali, gli scavi sono ripresi solo nel 2014 (!), mentre i reperti finalmente uscirono dai depositi nel 2007 per essere mostrati al pubblico nel 2011, dopo i restauri. Da allora nacque la controversia sulla collocazione: Cabras li voleva sul proprio territorio, anche per accrescere il patrimonio e la visibilità del museo, non grande eppure ricco di interesse, ma il capoluogo riteneva il Museo Nazionale più prestigioso e più idoneo.

Con la recente firma si pone fine alla questione, ma va considerato che a due passi da Cabras si trova la splendida città costiera di Tharros (foto di copertina) che potrebbe riservare ancora delle sorprese; quindi il locale museo avrà bisogno di nuovi spazi e adeguate sistemazioni, anche se posso affermare che l’attuale sala riservata alle statue è parecchio suggestiva. Assai positiva poi la decisione che nuove campagne di scavo avranno un sostanzioso finanziamento regionale di un milione di euro per valorizzare nove aree di grande pregio storico e culturale (Bonorva, Calangianus, Irgoli, Nuxis, Sedilo, ecc.). Se sempre più località saranno studiate, curate, ben protette, recintate e visitate diminuirà il rischio tuttora in agguato dei “tombaroli”. Proprio a fine giugno 34 persone sono state denunciate qui in Sardegna, dopo lunghe indagini coordinate dalla procura di Lanusei, mentre cercavano compratori per oggetti notevoli: statue, bronzetti nuragici, splendide terracotte da immettere sul mercato internazionale, attraverso un mediatore in Francia.

Olbia, pozzo sacro. Foto di Laura Candiani

I tesori dell’isola, come dicevamo all’inizio, potranno essere ammirati in un vero e proprio tour lungo oltre un anno; si tratta della mostra appena iniziata dal titolo “Sardegna isola megalitica — Dai menhir ai nuraghi: storie di pietra nel cuore del Mediterraneo”, divisa in sei sezioni, dotata di supporti multimediali e nata dalla precedente esperienza voluta nel 2019 dalla giunta di allora e dall’assessora al Turismo Barbara Argiolas.

Le previste tappe dei circa 200 reperti, molti provenienti da Cagliari, altri da Nuoro e Sassari, sono il Museo per la Preistoria e la Protostoria di Berlino, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Museo Archeologico di Salonicco e il MAnn di Napoli. Il pezzo forte, è il caso di dirlo, sarà il magnifico “pugilatore” i cui frammenti furono ritrovati fra il 1975 e il ’79: un gigante di circa 300 kg. di peso, che con il piedistallo arriva a due metri di altezza, mai uscito fino ad oggi dall’isola in cui nacque, fu distrutto, ma poi risorse a nuova vita.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...