Riflessioni e invito alla rilettura del Diario partigiano di Ada Prospero Marchesini Gobetti

«La storia è la memoria di un popolo, e senza una memoria, l’uomo è ridotto al rango di animale inferiore». (Malcolm X)

«Il fascismo non è un’opinione, è un crimine».

Viviamo in pandemia da un anno e mezzo ormai, il mondo intero concentra le sue attenzioni sull’emergenza sanitaria, esplosa con il diffondersi del virus Sars-CoV-2. La narrazione di questo momento storico epocale è condotta sempre e principalmente attorno a due assi portanti: da una parte la salute e tutte le questioni ad essa connesse, dall’altra l’economia e le conseguenze che l’impatto della diffusione del virus ha avuto sui comparti di ogni settore produttivo. Quello che sembra, invece, sfuggirci di mano in modo preoccupante, in un’analisi della nostra società che sia lucida e onesta intellettualmente, sono le conseguenze in termini sociali e culturali che la pandemia ha innescato inesorabilmente, mettendo spesso in rilievo disuguaglianze e povertà di spirito critico già esistenti.

Nel nostro Paese ciò è dimostrato dai crescenti rigurgiti di fascismo, su cui ci si sofferma poco e male, relegando spesso i fenomeni in questione a ideologismi nostalgici e anacronistici. Credo che non sia affatto vero e che quanto è stato di recente scritto dal Presidente dell’Anpi sul quotidiano Il Manifesto debba farci riflettere, e non poco. Pagliarulo, infatti, si è espresso in merito all’evento organizzato giovedì 8 luglio c.a. a Monte Sole, nel comune di Marzabotto, per protestare contro la nomina di Mario Vattani come ambasciatore a Singapore, deliberata dal Consiglio dei ministri. Il diplomatico nel 2011 fu sottoposto a procedimento disciplinare per aver partecipato ad un raduno di CasaPound, ammiccando al pubblico con il saluto romano. Non solo: «Tra il 9 e il 10 giugno 1989, insieme al militare di leva Gianmario Trovato, fu vittima di un violento raid neonazista che quasi li uccise. All’uscita del cinema Capranica di Roma, dopo un diverbio iniziato dentro la sala, furono circondati da una quindicina di naziskin e massacrati. Sesti fu colpito ripetutamente alla testa, prima con un tondino di ferro, poi con bottiglie e sprangate. Ricoverato in rianimazione al San Giovanni dovette subire due operazioni al cranio. La ferocia fu tale che una volta a terra lo presero a calci fratturandogli le dita. Per quell’aggressione, tra gli altri, finì agli arresti domiciliari anche il futuro “console nero” Mario Vattani, figlio del potente consigliere diplomatico dell’allora Presidente del Consiglio Giulio Andreotti». Vattani, poi, fu prosciolto da ogni accusa e risarcì i due ragazzi violentemente pestati con 90 milioni di lire ciascuno, in cambio del ritiro del processo di rito civile
(da https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/05/26/vattani-la-vittima-del-raid-punitivo-del-1989-usci-dal-processo-pagando-180-milioni-di-lire-mattarella-non-firmi-la-nomina-a-singapore/6209048/, un articolo del 26 maggio c.a. in cui vengono ricostruiti i fatti).

Pagliarulo scrive: «[…] è in discussione una questione fondamentale: il fascismo non può rappresentare l’antifascismo. Si tratta di un principio di non contraddizione che afferma che, se una cosa è vera, non può essere vera la sua contraddizione. Se il bianco è bianco, il nero non può essere bianco. E dunque se la Repubblica è antifascista, non può essere rappresentata da un fascista. Viviamo un tempo infido e velenoso perché in molti stanno riscrivendo la storia in silenzio. Si dedicano strade a Giorgio Almirante; si approvano ordini del giorno regionali al fine di limitare o impedire la ricerca storica; alcune istituzioni locali presenziano cerimonie in memoria dei militi di Salò; a Gorizia si celebrano i reduci della X Mas; in qualche caso si nega la cittadinanza onoraria a Liliana Segre; a Macerata si nega all’Anpi di portare il suo saluto alla celebrazione della Liberazione della città; a Todi il Comune e l’Assemblea legislativa della Regione Umbria patrocinano un “festival librario” targato CasaPound. Si arriva al punto, come si sta arrivando, di proporre una legge — la legge Ciriani — che mette sullo stesso piano la tragedia delle foibe con l’indicibile, l’indescrivibile, l’incommensurabile: la Shoah. Si rivaluta il fascismo e si mette sotto accusa la Resistenza» (si legga l’intero intervento in https://ilmanifesto.it/un-fascista-non-puo-rappresentare-litalia/?registrazione=ok). Parole lucide e durissime, che fanno emergere la diffusione sempre più capillare di un virus che dovrebbe preoccuparci almeno quanto il Sars-CoV-2 e che agisce su un aspetto garante della democrazia e della libertà: la memoria storica.

A differenza dei virus che in natura si diffondono e per i quali, specie se nuovi, la ricerca scientifica deve mettersi in moto per scoprire vaccini e cure, l’oblio della memoria storica ha un antidoto ben preciso e assolutamente noto: la conoscenza. «Fatti non foste a viver come bruti / ma per seguir virtute e canoscenza», ci ammoniva Dante in pieno Medioevo, e prima di lui i classici della filosofia e della letteratura greca e latina: se non si ritorna alle fonti della conoscenza e alla ricerca delle radici di civiltà, libertà e democrazia che ci hanno fatto evolvere nel corso dei secoli, sarà sempre più difficile arginare la diffusione di questo pericoloso morbo.

La questione è quanto mai urgente, perché il futuro appartiene alle giovani generazioni, le più fragili ed esposte al virus della dimenticanza, essendo sempre più lontane nel tempo rispetto agli accadimenti che hanno fondato le nostre libere civiltà, e soprattutto essendo Generazione Z, nativi/e digitali che considerano il web e le sue piattaforme come estensione di sé stessi/e, spesso non riuscendo a discernere le fonti attendibili nella bulimia di informazioni e stimoli a cui sono continuamente sottoposti/e. Questa generazione è nata e vissuta in un mondo già travolto dalla crisi finanziaria del 2008 e già profondamente malato e modificato dai cambiamenti climatici: far loro sapere che è esistito un mondo diverso e diverse modalità per conoscerlo è doveroso, e non è retorica ribadirlo, perché l’abdicazione ad una certa educazione al bello, al vero, al giusto, è ormai realtà in una società a cui interessano competenze, prestazioni, obiettivi e logiche di mercato, aspetti che hanno travolto anche — ahimè — la scuola.

Dicevo, però, che l’antidoto lo conosciamo, non dobbiamo fare l’enorme sforzo di cercare la cura, perché la possediamo. Si tratta di ripartire da lì. Dunque, tornando al nostro tema principale, per contrastare i germi dell’ideologia fascista — mai realmente debellati — si potrebbe partire dal riscoprire e diffondere testi e letture che curano, che insegnano, che testimoniano ciò che in passato è stato fatto per tentare di estirpare il virus dell’odio, dell’indifferenza, dell’ignoranza. Ritrovo, così, tra le letture che mi hanno curata e consolata, un libro bello, vero, edificante: Diario partigiano di Ada Prospero Marchesini Gobetti.

L’autrice è stata una donna che di verità, libertà e dignità se ne intendeva non poco: insieme all’amato coniuge Piero Gobetti, tra i primi martiri dello squadrismo fascista, fece della sua casa a Torino il luogo di ferventi incontri e coordinamento di azioni di lotta clandestina contro il fascismo, prima della guerra, durante il conflitto e dopo l’armistizio.

Torino, foto di Loretta Junck

Nel 1942 Ada fu tra le fondatrici del Partito d’Azione, nel quale confluirono le forze del movimento “Giustizia e libertà”, e fondò anche i “Gruppi di difesa della donna”. L’anno successivo, lei e il figlio quasi diciottenne Paolo combatterono nella Resistenza come partigiani: Ada fu staffetta in Val Germanasca e commissaria politica della IV Divisione “Stellina” delle brigate “Giustizia e libertà” in Val di Susa. Una donna che la libertà l’ha difesa con le unghie, con i denti e con la cultura. Diario partigiano contiene proprio l’esperienza diretta di quegli anni di lotta. Pubblicato da Einaudi nel 1956, il libro è stato scritto da Ada Prospero sull’invito di Benedetto Croce ad affidare alla scrittura questa pagina della storia italiana, la Resistenza, il cui svolgimento lo stesso filosofo antifascista non riusciva a immaginare se non ascoltando chi ne era stato protagonista e testimone, a riprova della necessaria funzione storica e sociale della memoria. Di esso, Italo Calvino ha scritto nella nota alla prima edizione: «È il libro di una donna, non d’una delle tante semplici donne italiane che in quel periodo furono spinte da un istintivo desiderio di pace e di giustizia a una coscienza civile, ma d’una donna la cui vita era già segnata dalla lotta antifascista: Ada Prospero, la vedova di Piero Gobetti, il giovane martire del primo antifascismo italiano, vissuta tra il fiore dei cospiratori del ventennio e animata da una passione di libertà, da un bisogno di azione, da un coraggio eccezionali».

Ada Prospero Marchesini Gobetti, partigiana

Ci sono passaggi del Diario che restituiscono vivido il comune spirito che animava la gioventù di quella generazione, combattenti che rischiavano la vita per un obiettivo comune, sempre ben presente alle loro azioni e decisioni, sin dalle prime riunioni a casa di Ada per organizzare in modo puntuale le azioni di resistenza e guerriglia: «E, per la prima volta in quella sera, lo vidi sorridere: la simpatia umana, la gioia di poter dare aiuto a chi, s’anche prima ignoto, combatteva la stessa battaglia, ridestava in lui l’ottimismo e la speranza»; «Questo tono comune, che ci mette tutti su uno stesso piano, nonostante ambiente, mentalità, interessi diversi, mi pare uno dei lati più positivi della nostra esperienza d’oggi»; «Che cosa sosteneva gli uomini che in quell’ora combattevano e morivano in quella valle, nell’Italia, nel mondo, se non la fede in qualcosa di superiore alla loro vita individuale e contingente — qualcosa che alcuni chiamavano Dio e altri patria, e altri libertà e giustizia sociale e democrazia — ma ch’era pur sempre fondamentalmente qualcosa a cui si poteva sacrificare la propria vita mortale poiché c’era in essa una certezza d’eterna resurrezione?»; «Bisogna organizzare un servizio regolare di staffette e Franco ha proposto d’occuparsene direttamente. Non ci fu né da una parte né dall’altra ombra di rancore o di diffidenza, e mi pare che si sian messe così le basi d’una buona collaborazione».

La scrittura di Ada è lucida, precisa, con il suo sguardo di donna, molto diverso dai maschi compagni di battaglia prima e di partito poi, non si esime dal mettere in evidenza luci e contraddizioni di un’Italia che andava rifondata dopo vent’anni di dittatura tossica e violenta. Memorabili le sue parole verso la fine del resoconto, a pochissimi giorni dal 25 aprile: «Non mi par questo il momento di rinchiuderci nella dignità del nostro passato e di vantar per suo merito diritto a cariche e onori. Oggi bisogna lavorare più che mai; e una carica per me vuol dire soltanto un impegno di servire il paese». Chissà quanti tra le nostre e i nostri politici hanno letto e conosciuto la vita e l’impegno di Ada e di quelli come lei: in virtù del loro fermo e irremovibile antifascismo avrebbero potuto godere di onori e potere, invece si sentivano umilmente in dovere di essere a servizio dell’Italia da ricostruire: «Sono questi gli uomini con cui dovremo lavorar domani? Buoni, onesti, cari, ma “di ieri”; imbalsamati in una dignità nobile e retta ma ormai sterile. Certo non è colpa loro se in questi vent’anni han dovuto rimaner fuori della vita attiva; ma si son come disseccati. Oggi ci vorrebbe gente nuova; o gente vecchia che però ai problemi nuovi s’accostasse non con tono didattico, ma con candida umiltà».

Il Diario partigiano ci mostra la testimonianza vivente delle conseguenze del fascismo, della privazione di libertà essenziali che aveva dovuto sopportare il popolo italiano, ma anche quanta resistenza passiva e attiva fu anteposta al veleno dello squadrismo e della dittatura. Allora non tutti avevano avuto il coraggio di opporsi, bensì spesso l’adesione al fascismo era avvenuta per quel vizio tutto italico del “tengo famiglia”, che Ada aveva intravisto molto bene come una minaccia al compimento della liberazione. Emblematico il caso registrato nel Diario alla data del 23 marzo 1944, in riferimento ad una campagna propagandistica che i gerarchi fascisti stavano facendo per costringere i docenti statali a giurare fedeltà alla Repubblica di Salò (ancora una volta sotto attacco la scuola, luogo di cultura in cui avviene la libera circolazione delle idee per la formazione della coscienza civica!): «È evidente che si tratti di pura stupidaggine e voglia d’infastidire da parte delle gerarchie fasciste: credo che ai tedeschi importi ben poco del giuramento dei professori. Se nessuno risponde, la cosa cade da sé. Ma c’è pericolo che un certo numero di professori ci si butti dentro per quella stupida “vigliaccheria superflua” così tipica degli italiani del nostro tempo».

Purtroppo a distanza di 77 anni quell’atteggiamento non è del tutto estinto in una buona parte dei nostri compatrioti. Ed è su questo atteggiamento di “vigliaccheria superflua” che avanza ancora oggi una carica ideologica legata al ventennio. Lo ha spiegato molto bene Umberto Eco nel suo libro Il fascismo eterno: «l’Ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme — ogni giorno, in ogni parte del mondo». Eco sosteneva che il fascismo come regime mussoliniano non può più tornare, ma la mentalità fascista è eterna perché, non avendo solide basi filosofiche e ideologiche, può replicarsi in altre forme, adattandosi ai cambiamenti sociali, così come un batterio si adatta a nuovi farmaci. Il culto per la tradizione, la capacità di pilotare gli istinti del popolo — visto come entità monolitica che esprime una comune volontà —, l’instillare sospetto verso chi ha studiato, la paura nei confronti della differenza, il cavalcare la frustrazione sociale e individuale, sono tutti elementi che ritroviamo ancora oggi nel nostro Paese e in tante politiche populiste, anche a livello internazionale.

I rigurgiti di mentalità fascista esistono, sono una realtà verso la quale non servirà girare la testa dall’altra parte o, peggio ancora, negare che si tratti di fatti concreti, ma solo di deliranti visioni di nostalgici comunisti. Le cronache ce lo confermano e sono sempre di meno le voci di denuncia che fanno da sentinelle a quanto accade nella società civile e nella politica. Leggere libri come Diario partigiano non risolve totalmente il problema, ma sicuramente contribuisce a diffondere una cultura della conoscenza fondata sulle testimonianze di uomini e donne che hanno combattuto e dato la vita per garantire a noi di vivere in un Paese libero e veramente democratico. Ma la democrazia non è una conquista per sempre: va difesa, è necessario vigilare agendo una cittadinanza attiva, consapevole e responsabile, e in tutto questo un ruolo enorme lo ha la scuola, o meglio, quello che della scuola rimane così come l’avevano concepita le nostre Madri e Padri costituenti e che, invece, nel tempo riforme scellerate hanno contribuito ad aziendalizzare e depauperare del suo precipuo compito di baluardo delle virtù civili. Ada Prospero lo aveva ben intuito, nel Diario ci insegna che ci vuole un costante atteggiamento di lotta interiore, di resistenza civica, di vigilanza e di prontezza a non adagiarsi mai sugli allori: «Confusamente intuivo però che incominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza — facili da individuare e da odiare — , ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire».

Roma, foto di Denisa Nistor Podar

«I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere praticamente inutile, almeno non a lunga scadenza». (Hannah Arendt).

***

Articolo di Valeria Pilone

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Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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