Elsa Morante, una voce del Novecento

«Fuori dal limbo non v’è eliso».
(L’Isola di Arturo, 1957)

Il 18 agosto 1912 nasceva Elsa Morante. Sono trascorsi centonove anni da quella data, e altri trentasei dalla sua morte.

Chi studia la letteratura italiana, e in particolare chi privilegia la modernistica, non può non accennare a quanto nel Novecento questa autrice sia stata una voce dalla forte identità e potenza espressiva, una voce popolare, disincantata quanto amara. In quali termini parlare, allora, dell’eredità che Elsa Morante ha lasciato ai posteri?

Innanzitutto, gli/le addetti/e ai lavori sapranno che solitamente nel canone letterario Morante viene collocata tra le voci al femminile, tra le cosiddette scrittrici del Novecento. All’inizio del secolo scorso, infatti, lo spazio delle autrici all’interno del panorama italiano era ancora limitato e non propriamente prestigioso. Tuttavia sarebbe interessante approfondire la figura di Elsa Morante in autonomia: una voce in quanto tale, una voce in quanto autrice delle proprie opere e del proprio immaginario romanzesco – perciò distaccandosi, senza per questo negarla, dalla sfera di “minoranza al femminile”. Nonostante ciò, non si può ignorare quanto il processo per diventare scrittrici di rilievo, ben affermate sulla scena presente, fosse complesso all’epoca.

È altrettanto importante precisare che l’affermazione delle autrici si è verificata contestualmente all’aumentare del pubblico di lettrici: sempre più donne nel secolo scorso si sono avvicinate alla letteratura anche grazie alla presenza di voci femminili capaci di far sentire la propria identità. E non finisce qui: quale forma espressiva predilige questo nuovo orizzonte, questo cambiamento culturale? Il romanzo. Il genere figlio della modernità, il genere che nella storia letteraria ha rappresentato una frattura irriducibile nel sistema, il genere che ha reso evidente, decennio dopo decennio, il riflettersi della vita nella letteratura (e, perché no, anche viceversa).

Elsa Morante ha esordito, ponendosi all’attenzione della critica, nel 1947 con il romanzo Menzogna e sortilegio (Premio Viareggio 1948) mentre in precedenza aveva pubblicato raccolte di racconti, filastrocche e storie per l’infanzia. Per tutta la sua carriera, ha avuto Einaudi come editore di riferimento. «Volevo mettere nel romanzo tutto quello che allora mi tormentava, tutta la mia vita, che era una giovane vita, ma una vita intimamente drammatica». In quest’ottica, l’autrice si impone di “sintetizzare” nella sua opera la narrazione realistica quanto psicologica propria dell’Ottocento, realizzando così un testo ricco di personaggi, situazioni e drammi familiari che non poté passare inosservato sulla scena degli anni Quaranta, in pieno, essenziale Neorealismo. Dalle sue carte emerge infatti il proposito ricco d’ambizione giovanile: «Ero convinta che il romanzo, come lo si intendeva nell’Ottocento, era in agonia. Allora, io ho voluto fare quello che per i poemi cavallereschi ha fatto Ariosto: scrivere l’ultimo e uccidere il genere», come si chiudesse un’era. Inoltre, come scrisse il celebre critico Cesare Garboli, non è da sottovalutare la tecnica di scrittura di Morante, così «esotica e familiare, naturale ed iperbolica, che non lascia intravedere modelli… Sarebbe impossibile inquadrarla nei soliti disegni, nelle organizzazioni manualistiche della letteratura».

In Menzogna e sortilegio la voce narrante è quella di Elisa, una venticinquenne che è stata cresciuta da una prostituta, innamorata di suo padre, dopo la morte di lui e della stessa madre, Anna. Chiusa nella propria stanza, la ragazza ripercorre a ritroso gli anni della sua vita e quella delle donne della famiglia, la madre Anna appunto, e la nonna Cesira. Ne deriva uno scenario in cui l’amore, l’illusione, il rancore e la miseria si intrecciano inevitabilmente.

Tuttavia, è con il suo secondo romanzo, L’isola di Arturo, che Morante viene realmente accolta dal pubblico e dalla critica, tanto che fu la prima donna a ricevere il Premio Strega. Pubblicato nel 1957, il romanzo è una storia di formazione, ma è anche molto di più. L’autrice caratterizza con acume la psicologia dei personaggi, senza tuttavia – di nuovo con le parole di Garboli – «nominare mai la nevrosi, “i disturbi della psiche”; ma dei nascosti combattimenti dell’anima, delle imboscate dello spirito la sua arte ha cognizione al tempo stesso romanzesca e precisa, lucidissima e mitica, quale nessun altro narratore contemporaneo». Arturo Gerace è il protagonista, chiamato a vivere “la prova” di diventare adulto. Nativo di Procida – la suggestiva isoletta dalle case colorate nel golfo partenopeo, Arturo è orfano di madre sin da neonato, mentre suo padre è lontano per gran parte dell’anno perché viaggia per mare. Dunque, sono l’isola stessa con il mare e le sue scogliere la sua famiglia, perché Arturo non si cura di altro. Anzi, Procida stessa si potrebbe definire come co-protagonista, “l’altra parte di sé” di Arturo, quel “grembo materno” in cui il personaggio si rinchiude ogni volta che ne necessita. È stato allevato dal fido custode della casa Silvestro con latte di capra, la cagnolina Immacolatella lo segue ovunque nei suoi vagabondaggi, la solitudine gli appartiene. È il ritorno del padre insieme a una nuova compagna, di nome Nunziata, la quale diventerà sua matrigna, che segna una svolta nella vita del giovane.

Nel giro di poco tempo, infatti, il ragazzo si trova a fare i conti con la propria crescita e una crisi si abbatte su di lui: affronta sensazioni ed eventi contrastanti, viene a conoscenza di amare rivelazioni, oscilla continuamente tra una sfera positiva e una sfera negativa, tra un universo infantile e uno adulto. Nell’Isola di Arturo c’è poi un altro elemento che agli occhi di chi legge non passa inosservato, e anzi risulta determinante per analizzare il romanzo: il testo è ovunque disseminato da oggetti che sembrano esprimere vita nonostante la loro materialità. Quegli oggetti, sempre secondo Garboli, «che guardano, che potrebbero parlare, e sono dunque degli amuleti. Controllano destini, filano sorti, concentrano nel loro immobile esistere il mistero di cose che in apparenza si svolgono nel tempo». Non casualmente, la casa di Arturo – soprannominata la Casa dei guaglioni – vanta un incredibile numero di stanze, in cui cassettoni, panche, armadi, sedie e tavoli, letti in ferro battuto si accatastano senza alcun ordine e criterio. Per Arturo, quindi, la sua stessa dimora è una scoperta, avventura dopo avventura, e il suo camminare tra le camere diventa un vero e proprio percorso di crescita e di rivelazione.

La terza opera di Elsa Morante da prendere in considerazione è Lo scialle andaluso, una raccolta di racconti edita nel 1963. L’elemento caratterizzante di ogni testo è il confine che fatica a tracciarsi tra il realismo e il magico: l’autrice delinea ambienti e luoghi la cui essenza pare onirica, e in questi stessi luoghi i personaggi si avvicendano in legami complessi e contradditori, tanto da cadere non solo nel dramma ma anche nel grottesco. Esemplificativo dell’intera raccolta è il racconto intitolato Il gioco segreto, in cui una famiglia nobile in decadenza abita in una sontuosa ma ormai fatiscente dimora. I tre figli della coppia si divertono, di notte e di nascosto ai genitori, a mettere in atto scene teatrali, viaggiando sempre più lontano con la fantasia, ispirati dagli affreschi sulle pareti delle stanze. Grazie al sogno, riescono a compensare lo squallore della realtà in cui vivono, e ciò che ne deriva è una deformazione della dimensione spazio-temporale.

L’ultima opera morantiana che qui citiamo è La Storia, pubblicata nel 1974 direttamente in edizione tascabile per volontà dell’autrice. È il penultimo romanzo, prima di Aracoeli del 1982. La topografia è precisa: Roma, tra i quartieri popolari di San Lorenzo, Ghetto, Testaccio, Ostiense e Porta Portese. Qui si muove la vita di Ida Ramundo e dei suoi figli, Nino e Giuseppe, nel pieno della Seconda guerra mondiale. La Storia, come ci ricorda la critica letteraria, è stata un’opera profondamente discussa e contestata: l’autrice fu accusata di speculare sulla sofferenza, sul destino della povera gente, proprio perché tra le pagine si avvicenda una dimensione corale, e risulta irrefrenabile l’istinto della fame, della sopravvivenza. Eppure, è un romanzo che tratta della maternità, del sogno, dell’infanzia. Dunque, non solo morte, ma anche vita nell’opera che, probabilmente più di ogni altra, a Morante ha rubato un pezzo di sé, data l’intensità e la complessità della sua scrittura.

Si chiede scusa se si fa appello ancora al critico sopra nominato, ma la sua riflessione racchiude perfettamente l’energia del romanzo: «I libri, si sa, sono prodigi illusori, meraviglie, incanti, artifici che prendono realtà, peso, sostanza, movimento, colore a seconda della luce e dell’ambiente in cui sono esposti. I libri non esistono in sé e per sé. Esistono solo nel momento in cui qualcuno li legge […]. Quando ho riaperto La Storia e ho ritrovato l’incipit che avevo dimenticato ho capito subito che sarei stato prigioniero di due stupori. Da una parte, riascoltavo il suono di un passo famigliare, il suono romanzesco della Morante, suono di grande estensione e di grande ampiezza… il passo di chi è occupato a narrare e non ha la testa per pensare ad altro […]. Ma intanto, quel passo che mi sembrava noto […] mi aveva già fatto dimenticare ciò che sapevo e mi stava guidando verso un romanzo che non avevo mai letto».

Prima di chiudere questo focus su Elsa Morante, come è risaputo, nella sua biografia non si può non citare la sua relazione con Alberto Moravia, altra voce fondamentale del Novecento italiano. I due autori, entrambi romani, appartenevano alla stessa generazione, anche se provenivano da ambienti famigliari diversi: l’uno da una borghesia benestante, l’altra da origini più modeste. Al tempo del loro fidanzamento, Moravia era già noto grazie al suo esordio con Gli indifferenti (1929, prima edizione Alpes), mentre l’autrice in questione pubblicava soltanto racconti e articoli per riviste letterarie, non essendo ancora entrata nel solco delle vere e proprie scrittrici. Si sposarono nel 1941 e i primi tre anni di matrimonio li passarono rifugiandosi in Ciociaria, a causa della guerra e del regime fascista che minacciava di arrestare Moravia. La relazione durò ventisei anni, fino a quando il marito intraprese una storia sentimentale con Dacia Maraini, anch’ella scrittrice e giornalista, già conosciuta nell’ambiente culturale dell’epoca. Entrambi soffrirono profondamente, nonostante il loro amore: come ha raccontato la giornalista Anna Folli nel recente approfondimento MoranteMoravia, Moravia tradiva sempre più frequentemente la moglie, mentre lei affrontava depressioni e turbamenti psichici. Loro stessi hanno affidato alle opere o a lettere private indirizzate ad amici e amiche il proprio conflitto, rendendo così eterno, grazie alla scrittura, anche questo aspetto della loro vita.

La scrittrice morì di infarto il 25 novembre 1985, all’età di 73 anni. Negli ultimi tempi aveva subito la frattura del femore, il peggioramento delle condizioni di salute fino a tentare il suicidio nel 1983, ed era stata colpita da un’idrocefalia per cui non uscì mai più dalla clinica romana in cui era stata ricoverata.

Chissà come si sarebbe pronunciata Elsa Morante sull’epoca post-contemporanea che ci troviamo a vivere, e in particolare sull’universo della letteratura presente, così diverso rispetto a quello che l’ha caratterizzata. Per concludere, quindi, quale eredità ci ha lasciato? Forse, sono queste parole che Italo Calvino le scriveva già nel 1950, le parole che sintetizzano la sua voce letteraria e umana: «Tu che ti leghi per la vita e per la morte, quasi t’identifichi con le cose che fai. Ma vedi, tu appunto hai questo dono di ricondurre ad unità gli elementi più disparati.[…] Tu senti che il mondo è fatto a pezzi, che le cose da tener presente sono moltissime e incommensurabili tra loro, però con la tua lucida e affezionata ostinazione riesci a far tornare sempre i conti».

***

Articolo di Francesca Bertuglia

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Classe 1996, laureata in Lettere moderne all’Università degli Studi di Milano, cresciuta a stretto contatto con ambiti associativi, da sempre appassionata di letteratura, giornalismo e mondo editoriale. È dell’idea che scrivere di Cultura educhi alla bellezza e alla conoscenza in un’ampia prospettiva.

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