Ricordando Giorgio Strehler a 100 anni dalla nascita

Ripercorrere le infinite regie, le interpretazioni giovanili, le mille attività artistiche di questo genio del secolo scorso è praticamente impossibile, richiederebbe pagine e pagine, ma non si sarebbe comunque esaurienti. Ho deciso allora per una visione personale e parziale, andando indietro con la memoria ai miei ricordi di giovane spettatrice. Mi reputo assai fortunata perché al liceo classico Forteguerri di Pistoia ebbi l’opportunità di incontrare una professoressa che non solo ci fece appassionare alla letteratura, ma anche ci condusse per mano verso tutte le arti, portandoci nei musei, ai cineforum, alle rappresentazioni teatrali, alle opere liriche arrivando fino a Prato e Firenze. Da allora in poi molte/i di noi hanno continuato a frequentare tutti questi luoghi magici, ricevendone emozioni impagabili.
Dal secondo dopoguerra agli anni Novanta del XX secolo il teatro italiano ha vissuto un periodo d’oro, mai più eguagliato fino a oggi, a mio giudizio.
Gli spettacoli più originali e prestigiosi avevano la regia di Squarzina, Patroni Griffi, Ronconi, Guicciardini, Cobelli, Scaparro, Trionfo, Pugliese, Missiroli, Enriquez, Bene, Fo e tanti altri. Sto citando tutti uomini perché all’epoca le registe proprio non c’erano, e anche ora in teatro non sono moltissime (Andrée Ruth Shammah, Emma Dante, Monica Guerritore…).
Attori e attrici di sicuro richiamo e di grande versatilità calcavano i palcoscenici: da Tino Buazzelli a Corrado Pani, da Valeria Moriconi a Carla Gravina, da Lea Massari a Tino Carraro, da Luigi Vannucchi a Rossella Falk. Di alcuni conservo ancora l’autografo perché, con l’incoscienza un po’ sfrontata della giovinezza, andavo nei camerini per un saluto. Le numerose compagnie – pubbliche e private – godevano del favore del pubblico e della critica, spaziando nei vari generi: dalle opere classiche e tradizionali, più o meno rivisitate, all’avanguadia, quella vera che poi non ho più trovato (Le 120 giornate di Sodoma di Giuliano Vasilicò, per citare un caso emblematico). Posso dire di aver assistito a spettacoli che hanno fatto storia: Le Baccanti (con unica interprete Marisa Fabbri), una rara incursione teatrale di Bellocchio con Timone d’Atene, Madre Coraggio con l’indimenticabile Lina Volonghi, il meraviglioso Masaniello, La gatta Cenerentola, ma anche Rita da Cascia (di e con PaoloPoli) e il primo ruolo di Gigi Proietti (Operetta); non vi voglio tediare oltre con il mio personale “amarcord” e mi scuso se ritornerò sull’argomento parlando appunto di Giorgio Strehler.
Dal 1971 al 1983 praticamente in ogni stagione teatrale ho assistito a una o più sue realizzazioni in Toscana, e proprio su quelle vorrei focalizzarmi.

Il giovane Strehler

Nato a Barcola (Trieste) il 14 agosto 1921 da una famiglia di origini “europee” (un po’ italiane, un po’ slave e francesi) amante delle arti, perse il padre a soli due anni e con la mamma Albertina Lovric, violinista, si trasferì a Milano dove studiò al liceo e poi si diplomò come attore all’Accademia dei Filodrammatici. Durante la guerra si ritrovò militare di leva e poi partecipò alla Resistenza. Catturato, trascorse alcuni giorni nel carcere milanese di San Vittore: dall’esperienza nacquero le parole della celebre canzone Ma mi…, musicata da Fiorenzo Carpi e portata al successo da Ornella Vanoni ed Enzo Jannacci.

Fu poi internato in Svizzera dove, utilizzando il cognome della nonna, cominciò in grande economia a realizzare i primi spettacoli con la Compagnie des Masques composta da attori fuoriusciti di varia provenienza. Al rientro in Italia diventò critico teatrale per il quotidiano Milano sera e si iscrisse al Partito socialista. La sua prima regia “ufficiale” fu Il lutto si addice a Elettra, nel 1945. Nel 1947 pose una pietra miliare nella storia della cultura e dello spettacolo italiano, fondando con Paolo Grassi e Nina Vinchi il Piccolo Teatro di Milano, primo esempio di teatro stabile a gestione pubblica.

Il Piccolo Teatro di Milano

Proseguì cimentandosi nelle regie, lasciando quasi del tutto la recitazione, anche se le testimonianze di attori e attrici ce lo raccontano affascinante e abilissimo primo interprete di ogni suo lavoro, di cui conosceva ogni singola parte e curava i minimi dettagli. Nella sterminata carriera si notano delle preferenze e delle riprese, qualche testo è stato portato più volte sulle scene, a distanza di anni e con nuovi interpreti: penso ad esempio alle tre edizioni dei Giganti della montagna, ultima opera incompiuta di Pirandello, che faceva concludere ogni sera con il crollo del sipario metallico e la rottura del carro dei comici. Uno dei suoi spettacoli di maggior successo e più longevi, presentato in tutto il mondo, è stato Arlecchino, servitore di due padroni, un meraviglioso meccanismo orchestrato da Goldoni perché tutto si incastri alla perfezione. Dal 1947 al 2019 ha avuto tredici edizioni…

Strehler con Arlecchino

Sempre di Goldoni curò l’omaggio per il bicentenario, negli anni 1992-94, e la regia della Trilogia della villeggiatura (1954), delle Baruffe chiozzotte (’64) e del Campiello (’75), rappresentazione memorabile di un testo attualissimo in cui le famiglie della comunità formano un ambiente corale con piccoli screzi, amori, amicizie. Ricordo ancora la neve abbondante e la pozza piena di vera acqua al centro del palcoscenico, adatta ai giochi infantili, e l’addio malinconico di Gasparina, caratterizzata da un lieve difetto di pronuncia.
Nel ricco cast un trio di giovani attrici da menzionare: Pamela Villoresi, Maddalena Crippa, Micaela Esdra.

Altro autore congeniale è stato sicuramente Bertolt Brecht di cui Strehler ha appreso la lezione registica e ha messo in scena più volte L’anima buona di Sezuan, anche con sua moglie protagonista, la bella e brava Andrea Jonasson, attrice tedesca sposata nel 1981, e poi Santa Giovanna dei Macelli, Schweyk nella Seconda guerra mondiale, Vita di Galileo, ma la memoria va inevitabilmente a uno dei suoi massimi capolavori: L’opera da tre soldi.

Mi riferisco all’edizione del 1972-73 con un gruppo di interpreti che costituivano l’eccellenza dell’epoca, sia per presenza scenica sia per doti canore visto il ruolo determinante delle canzoni composte da Kurt Weill: Milva era Jenny delle Spelonche, Giulia Lazzarini Polly, Adriana Innocenti e Gianrico Tedeschi i Peachum, suoi genitori, e ancora Gianni Agus, Giancarlo Dettori; chi poteva essere Mackie Messer se non l’istrionico Domenico Modugno, reduce dai successi di Rinaldo in campo e Scaramouche?

L’Opera da tre soldi

Passando a un altro classico, va ricordato Shakespeare di cui furono realizzate rappresentazioni di Coriolano, La bisbetica domata, Riccardo II, Giulio Cesare, La dodicesima notte ma anche qui lamemoria corre all’indietro nel tempo e porta all’edizione del 1978-79 della Tempesta (già presentata nel lontano 1947) e a un altrettanto memorabile Re Lear (1972-73).Della prima ricordo benissimo il silenzio iniziale, nel buio della sala, e l’avvertenza al pubblico: d’un tratto scoppiò infatti un finimondo di lampi e tuoni che ci fecero saltare sulle poltrone. Il grande Tino Carraro era l’anziano Prospero, a cui faceva da contraltare il deforme Calibano (Michele Placido), mentre l’eterea Ariele era (altra presenza frequente sotto la guida di Strehler) Giulia Lazzarini, appesa a delle funi per volare in libertà. Di pochi anni precedente, Re Lear aveva visto ancora una volta Carraro nel ruolo del protagonista, affiancato da un gruppo di attori e attrici dal sicuro avvenire: Giuseppe Pambieri, Gabriele Lavia, Ottavia Piccolo, Ivana Monti. Le musiche erano state composte da Fiorenzo Carpi (abituale collaboratore di Strehler), scene e costumi affidati ― come spesso è accaduto ― a Ezio Frigerio.

Passando ad altri autori, posti privilegiati appartengono al lombardo Carlo Bertolazzi, a Maxim Gor’kij e ad Anton Čechov di cui Strehler mise in scena Platonov e una edizione ormai nella storia del teatro italiano di Il giardino dei ciliegi (1974-75).
Ma cosa avevano le sue messe in scena da risultare uniche e indimenticabili? Ogni volta erano una scoperta, una meravigliosa sorpresa, in cui emergevano interpretazioni sublimi, naturali e senza forzature, ma studiate in ogni singola parola, in ogni sfumatura dei gesti. Scene e costumi avevano sempre qualcosa in più, di meglio, di diverso, pur nella semplicità e nella “sottrazione”, grazie all’inventiva di maestri del settore: dal citato Frigerio a Luciano Damiani; le musiche di scena erano opera di compositori di valore, come Paul Dessau, Hanns Esler, Gino Negri. Le vicende narrate e i testi, magari notissimi e letti e riletti, apparivano trasfigurati, prendevano un valore universale che, è risaputo, si perfezionava via via durante le sfiancanti prove.

Il giardino dei ciliegi al Piccolo

Esaminando Il giardino dei ciliegi (già rappresentato nel 1955) è stato scritto: «Per Strehler è la storia dell’uomo a imporsi con una propria realistica fermezza su qualsiasi altra prospettiva di analisi. Eppure la magia di ogni singola scena fa emergere la poetica di tutto il dramma, caricandolo di profondi significati emozionali. Come in un gioco di scatole cinesi, il regista infonde nel suo spettacolo le tre fondamentali componenti della poetica cechoviana»: il Vero, la Storia, la Vita (Nadia Palazzo). Mi limiterò a citare la scena finale: l’addio doloroso della grande protagonista Valentina Cortese (Liuba), svagata, fragile, contraddittoria, e della sua famiglia al proprio luogo di appartenenza, lo scenario bianco di teli che coprono tutto, le luci che si spengono, il vecchio servitore (Renzo Ricci) dimenticato custode della memoria, mentre il nuovo avanza, simboleggiato dal rumore assordante di asce e seghe che stanno già abbattendo i bellissimi ciliegi, retaggio del comune passato. Ancora una volta un cast di straordinario rilievo: Gianni Santuccio (poi Renato De Carmine), Franco Graziosi, Giulia Lazzarini e la giovanissima debuttante Monica Guerritore.

L’isola degli schiavi

In seguito il Maestro ha dedicato tempo ed energie per celebrare il genio di Goethe con la rappresentazione di Faust I (1987-88) e Faust II (1991-92), si è avvicinato a un classico come Il temporale di Strindberg, ha ripreso Pirandello (Come tu mi vuoi) e ha coinvolto la sempre convincente Giulia Lazzarini nel quasi-monologo Giorni felici di Beckett. L’ultima messa in scena è stata quella dell’Isola degli schiavi di Marivaux, visione utopica di una società in cammino, mentre l’ambizioso progetto di portare in teatro le Mémoires di Goldoni rimase solo un sogno, per la sua morte improvvisa.

Di primo piano a livello europeo è stata pure la collaborazione con istituzioni d’oltralpe: a Parigi, soprattutto, ma anche a Vienna, Salisburgo, Amburgo; nel 1989 assunse addirittura la presidenza dell’Unione dei teatri d’Europa, su proposta del ministro francese Jack Lang. Altrettanto importante l’attività come regista di oltre 40 opere liriche, visto che la musica era una presenza abituale nella sua vita sia come nipote e figlio di violinisti, sia come appassionato: in gioventù aveva studiato composizione lui stesso, era dotato di una bella voce (che potete risentire grazie a YouTube e altri archivi) e aveva realizzato alcuni spettacoli a cavallo fra i generi, fra prosa e canzone, fra cui El nost Milan e vari recital brechtiani. Lavorò con le orchestre e le/i cantanti più prestigiosi; si segnalano in particolare le fortunate messe in scena con i direttori Abbado, Von Karajan, Maazel, Muti. Quando lo colse la morte, il 24 dicembre 1997, si trovava a Lugano per le prove di Così fan tutte di Mozart e quelle note accompagnarono le esequie, svoltesi a Milano. È stato poi sepolto a Trieste, nel cimitero monumentale di Sant’Anna.

La sua tomba a Trieste

Della vita privata si è parlato anche troppo perché i suoi amori non sfuggivano alla stampa: presenze importanti al suo fianco sono state la cantante Ornella Vanoni e l’attrice Valentina Cortese, insieme a svariate altre più o meno note, attratte dall’indubbio fascino, dalla cultura e dalla bellezza del Maestro; dopo il matrimonio tardivo, pur senza divorziare, ebbe dal 1991 una nuova compagna, la giovane Mara Bugni, per cui sorsero fra le due donne problemi relativi all’eredità. Nella sua esistenza piena di interessi e di molteplici impegni è stato attivo in politica, senatore per il Partito socialista ed europarlamentare per la Sinistra indipendente; ha ricevuto le massime onorificenze non solo italiane, ma europee (fra cui la Legion d’onore), e varie lauree honoris causa. Oggi ne hanno preso il nome alcuni teatri (compreso il Piccolo) e una via nella città natale dove ha sede anche il suo Fondo presso il locale Museo teatrale, costituito nel 2005, comprendente oltre 4000 volumi, e poi figurini, bozzetti, locandine, manifesti.

Cristina Battocletti, Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste

Volendo approfondire la conoscenza si può attingere all’archivio del Piccolo Teatro e affrontare la lettura delle tante pubblicazioni attinenti per lo più alle messe in scena e alle tecniche teatrali. Per celebrarlo dall’inizio dell’estate si sono susseguite manifestazioni, giornate di studio, mostre, recital, da Milano a Spoleto, da Trieste a Martina Franca fino a Recanati; una bella biografia, veramente completa, gli è stata dedicata dalla giornalista e scrittrice Cristina Battocletti che ha indagato per tre anni in una grande mole di materiali, arrivando a realizzare un libro ricco di documenti originali e di inediti (Giorgio Strehler. Il ragazzo di Trieste, La nave di Teseo, 2021).

Il Maestro ci ha lasciato da quasi 24 anni, ma il ricordo è sempre così vivo che sembra ancora di poter entrare nella sala di un teatro e, con il batticuore, rimanere in attesa di chissà quali meravigliose sorprese.

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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