Tokyo 2020, un passo avanti

Le Olimpiadi sono un evento universale e collettivo che inaspettatamente riesce a coinvolgere e motivare i milioni di persone che seguono per settimane le gare.  
I Giochi permettono di dimostrare quanto l’essere umano sia in grado di superare le proprie barriere fisiche e mentali, ma non solo. L’occasione olimpica permette infatti di mettere in luce e porre attenzione ad alcuni problemi attuali e spesso l’impegno del CIO e degli/delle stessi/e atleti/e permette di passare messaggi importanti.  
E a conclusione di questa XXXII Olimpiade moderna sono contenta di poter affermare che molti degli obiettivi sociali ed ecosostenibili (ricordo le medaglie interamente riciclate e l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili) posti dal CIO sono stati raggiunti.  
Abbiamo già raccontato in precedenza infatti di quanto Tokyo 2020 si sia promessa di promuovere la parità di genere con diverse misure, prima tra tutte la partecipazione minima femminile per Paese attestata al di sopra del 49%. In effetti l’Olimpiade giapponese, forse anche grazie a queste misure ha dimostrato ancora una volta la forza delle donne nello sport.  
I successi femminili sono stati tantissimi, numerosi i record e le storie. Ma se c’è una cosa che mi ha colpito in positivo di Tokyo 2020 è stata l’infinita varietà di figure sportive femminili che hanno gareggiato e vinto in queste settimane.  

Hend Zaza (a sinistra) e Mary Hanna (a destra) rispettivamente l’atleta più giovane e più anziana di Tokyo 2020

A volte infatti la nostra mente implicitamente tende a fossilizzarsi su un’idea di atleta che corrisponda a determinati canoni fisici di perfezione, giovinezza e bellezza. Tokyo 2020 ha invece mostrato infinite figure femminili, tutte diverse per età e fisicità dimostrando al mondo quanto la bellezza e la forza delle donne sia nella loro diversità.  
 Lo sport non ha età e le atlete possono dirlo a voce alta: sono donne infatti sia le partecipanti più giovani che le più longeve di questa edizione di Tokyo 2020. Si tratta da un lato di Rayssa Leal (brasiliana,13 anni) argento nello skateboard e Hend Zaza (siriana,12 anni) nel tennis da tavolo, dall’altro delle amazzoni Mary Hanna (australiana, 66 anni) e Dorothee Schneider (tedesca, 52) oro in Dressage. Insomma una partecipazione olimpica femminile che si è attestata in una fascia tra i 12 e i 66 anni, con ori olimpici fino ai 52 anni.  

Kim Gaucher e suo figlio

Parliamo di maternità. Nelle settimane antecedenti Tokyo 2020 moltissime atlete hanno sensibilizzato il pubblico sui loro canali social circa le difficoltà delle sportive nella fase di allattamento e gravidanza. Nel primo caso molte sono state le polemiche, in quanto a causa del Covid le famiglie non potevano seguire le atlete in Giappone, inclusi i figli e le figlie da allattare. Questo ha generato proteste e difficoltà, in particolare da parte della canadese Kim Gaucher che ha lasciato a casa il figlio nato da poco.  
Molte le denunce invece delle sportive che si sono viste diminuire le sponsorizzazioni durante la gravidanza in quanto temporaneamente fuori dal giro delle competizioni, e quindi delle qualificazioni olimpiche. Alcune atlete hanno dimostrato tuttavia che la gravidanza e la maternità non sono assolutamente un ostacolo. Prima tra tutte Allyson Felix, americana da record con il maggior numero di medaglie vinte per gli Stati Uniti, quest’anno porta a casa un bronzo dopo aver avuto una figlia lo scorso anno. C’è poi Linsday Flach (americana, 31 anni) che ha dimostrato a tutti/e che si può correre un’olimpiade anche in gravidanza.  
Linsday Flach tuttavia non è la prima sportiva a partecipare ad un’Olimpiade in gravidanza: ricordo infatti tra le tante donne Anky van Grusven medaglia d’oro ad Atene 2004 in equitazione al quinto mese di gravidanza e Nur Suryani Mohamed Taibi malese con una partecipazione a Londra 2012 nel tiro a volo all’ottavo mese di gestazione.  

Linsday Flach a Tokyo alla 18esima settimana di gravidanza

Inoltre, ogni donna può fare sport e arrivare ai vertici, senza limiti fisici. Non importa l’altezza, il peso, o la taglia. E purtroppo, osservando commenti sui social, mi accorgo di quanto ancora sia stereotipata la visione del fisico di una donna che pratica sport. Spesso si leggono commenti sull’aspetto fisico e non sulla prestazione sportiva in sé; si guarda se un’atleta ha la cellulite o l’acne, se rispetta dei canoni femminili o è troppo mascolina. Per non parlare del resto.  
Insomma le sfide affrontate in questi anni dalle sportive sono molte e molte ancora ne arriveranno. E, come raccontato in queste ultime settimane, Tokyo 2020 ha sancito sicuramente un passo avanti.  
Che siano grandi o piccole, una taglia 38 o una 46, omosessuali o etero, transgender, madri o single, tutte le atlete di Tokyo 2020 hanno gareggiato e dimostrato che la bellezza di essere donne è la diversità e che tutte noi possiamo raggiungere un obiettivo, senza limiti se non quelli che ci poniamo noi stesse.  
La strada verso una vera parità di genere nello sport è ancora lunga e molti sono i punti su cui è necessario impegnarsi e lottare, ma senza dubbio oggi mi sento più vicina al risultato rispetto a quattro anni fa. 

***

Articolo di Marta Vischi

Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. L’equitazione come stile di vita, amo passato, presente e futuro, e spesso mi trovo a spaziare tra un antico manoscritto, una novella di Boccaccio e una Instagram story!

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