Il pane di Matera

«Mia cara signora, vi do del voi perché così si usa dalle mie parti, nel sud del nostro comune Paese, un sud immobile per imposizione e peregrino per necessità.
Una cortesia sentita e ostentata, che vogliamo comunque dimostrare ma che spesso non ci potremmo permettere.
Vi scrivo, mia cara signora, che quel sud me lo sono lasciato indietro, fermo dove voleva rimaner fermo, dove lo hanno incatenato a esserlo. E la cosa strana, che non immaginavo potesse succedere, è che nella mia testa la sua forma si è allungata, tirata e tirata a provare a toccare la distanza che ci separa. Sarebbe bastato che qualcuno questa terra l’avesse spinta veramente ed io, vi assicuro, non sarei mai partita. O forse questo lo dico adesso che ho il cuore strappato dal mare che sta in mezzo. Forse, anche se avessi avuto la possibilità di rimanere, avrei lo stesso bestemmiato contro quella mia realtà, ché non mi sarebbe mai bastata e che è invece tutto quello che adesso desidero.
Il fatto è, mia cara signora, mia cara amica, che la mia terra porta in corredo alla nascita una continua contraddizione: vuoi essere ciò che sei, vorresti dimenticarlo, vorresti rimanerne aggrappata. Una contraddizione che, a casa mia, era appesa alla parete, tra la foto di Roosevelt e l’immagine della Madonna nera, scura, bruciata come il fumo cattivo della siccità.
Quel nome straniero non ho mai nemmeno saputo pronunciarlo bene, ma mi è stato detto che lì, dove sta lui, c’è forse la speranza di non crepare di fame. Se si crepa di altro, lo scoprirò presto.
Siamo contraddizione anche in questo. Siamo figlie e figli di una terra saldata al passato ma che ha visto tanto passaggio, tanta gente arrivare e tanta andarsene. Oggi e ieri. Gente che è divenuta straniera in altri luoghi e gente che è arrivata straniera dalle nostre parti. E qualche volta l’aratro ci ha restituito pezzi di questo movimento continuo e incessante. Adesso, siamo noi, nati e nate qui, a doverci mettere in viaggio per imparare nuovamente a sopravvivere.
Vi scrivo che mi trovo in mezzo al mare. Ed è strano se penso che la mia città, Matera, il mare lo ha solo potuto immaginare. Eppure, parlare di lei, di me, del pane che conosco e che faccio, mi aiuta a mantenere dritta l’ancora di ciò che sono.

Ed io sono figlia di Sassi.
Sono figlia di quel mondo invertito dove i morti stano sopra e i vivi stanno sotto; quel mondo amato dai poeti e umiliato dalla politica, che di noi ha provato pena e vergogna. Troppo spesso ci hanno etichettato con la sfortuna del pane capovolto sul tavolo.
La mia terra è un sottosuolo scoperchiato, uguale sempre a sé stesso, e che per questo – forse – si cerca ovunque e ovunque si riconosce, anche nelle forme che qui cuociamo, che son fatte a ricordare la Murgia Materese.

Semola, acqua e lievito i nostri ingredienti.
U lvet è quello madre, quello antico e ogni volta rinnovato, risorto tra le dita delle donne dopo averlo liberato dal sudario di panno che lo avvolgeva.
Le mani che amalgamano sono chiuse a pugno, come una preghiera; il lavoro si svolge su una tavola di legno massello, il tavlir, come fosse un altare.
È una messa, il nostro pane, con l’eucarestia del firn, del forno, che manda i suoi aiutanti a prendere le forme da cuocere casa per casa, bocca per bocca, fedele per fedele. Al posto del campanello, u fischarjl, a richiamare il momento sacro della comunione.
E il segno della croce lo imprimiamo sulle pagnotte, con timbri di legno o con segni di coltello, a riconoscere la maternità di chi, quella vita di maglia e corda di impasto, l’ha creata e fatta crescere.
Abbiamo subito la presenza ingombrante del vicino pane pugliese, che ha fagocitato per fama il nome del nostro. Ma – ostinatamente – siamo rimaste e rimasti qui, ad aspettare che la storia si ricordasse di accorgersi di noi. Noi ne siamo fuori, siamo sulla soglie del mondo che in essa, invece, ci vive.
Siamo state e siamo stati solo cronaca.
Il nostro pane, mia cara amica, ha la crosta dura e spessa e la mollica alta e morbida: la contraddizione di un prodotto che vuol sentirsi legato ancor di più ai suoi conterranei.

Chiudo qui questa mia lettera: la candela si sta consumando e il mare, col buio intorno, sa farsi più cattivo.
Grazie per aver messo il vostro annuncio: rispondendo a voi ho in realtà risposto al bisogno di una povera migrante che sente salire il terrore verso l’ignoto che l’aspetta e che si aggrappa alle certezze che, nonostante il rollio incessante della nave, le sono rimaste.

Grazie, mia cara amica e sorella.
Vi auguro tutto il bene che il vostro cuore possa sopportare. Io, il mio, me lo sto andando a cercare».

***

Articolo di Sara Balzerano

Laureata in Scienze Umanistiche e laureata in Filologia Moderna, ha collaborato con articoli, racconti e recensioni a diverse pagine web. Ama i romanzi d’amore e i grandi cantautori italiani, la poesia, i gatti e la pizza. Il suo obiettivo principale è avere, sempre, la forza di continuare a chiedere Shomèr ma mi llailah. Studia per sfida, legge per sopravvivenza, scrive per essere felice.

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