Se crolla la Russia. Il luglio di Limes

Il titolo del numero di luglio di Limes è, come spesso accade, provocatorio e ha già suscitato critiche da parte di molti russofili presenti nel nostro Paese. Tuttavia è come sempre un pretesto per approfondire l’evoluzione dei rapporti tra gli Stati Uniti, potenza egemone, e il loro nemico storico, ripercorrendone le fasi. Sul significato della copertina rinvio al minuto 7.35 della puntata di Mappa Mundi Se crolla la Russia (https://www.youtube.com/watch?v=Too2ZgPMOjc&t=1437) in cui la bravissima cartografa Laura Canali illustra sia la scelta del disegno che quella dei colori, cercando di evidenziare la complessità della situazione in cui si trova la Federazione Russa.

La copertina di Limes

Limes di luglio è ricchissimo di approfondimenti e analisi ed anche per questo ne parliamo con un po’ di ritardo rispetto alla data di pubblicazione, il 13 luglio. I contributi, tutti molto interessanti ed autorevoli, sono 26 e sarà possibile soffermarsi solo su alcuni. Le cartine e le mappe sono al solito originali e bellissime, in grado di fare capire i rapporti di forza e i conflitti di potere molto più di tanti Manuali.

L’editoriale del direttore, C’era una volta il fronte occidentale, comincia così: «Se la Russia non esistesse, l’America dovrebbe inventarla» e ricorda la collaborazione tra sovietici e americani per vincere la seconda guerra mondiale, sottolineando come Roosevelt inviò a Stalin un copioso materiale militare per fermare Hitler, senza il quale l’Armata rossa difficilmente sarebbe riuscita nell’impresa e forse la storia avrebbe preso una piega del tutto diversa, come ricorda Robert Harris nel suo Fatherland :«Se l’Unione Sovietica non avesse sconfitto la Germania, Washington non disporrebbe del suo impero europeo marchiato Nato». E la Russia è sempre stata un nemico utile per gli Usa nel controllo della Germania.

Mai come in questo periodo la Russia pare assediata dalla Nato, al Nord al centro e al sud di Mosca, attraverso una cortina di ferro che si è spostata sempre più verso Est, l’Ucraina è indipendente dal 2014 grazie a un colpo di Stato benedetto dagli Usa e occorre chiedersi quanto ci si possa spingere nell’assedio senza che inevitabilmente la Russia sia portata a rivolgersi alla Cina per contrastare la potenza egemone.

Conviene che la Russia imploda sotto le pressioni atlantica e cinese o non sarebbe più opportuno per la Nato e i suoi alleati ricercare una cooperazione con la Russia nell’opera di contenimento dell’espansione cinese? Per rispondere a questa domanda Caracciolo ricorda un avvenimento storico fondamentale, tenuto segreto per molto tempo e riemerso solo negli anni Ottanta, il Solarium Exercise di Dwight D. Eisenhower, cui rinviamo i lettori e le lettriciperché rappresenta un ottimo strumento per comprendere che cosa sia stato il cosiddetto containment americano dell’Unione Sovietica prima e della Russia poi.

Un pezzo importante della nuova cortina di ferro è l’Ucraina, il cui nome significa “presso il confine”, in merito alla quale recentemente Putin, in un articolo approfondito e pieno di riferimenti storici, ha sostenuto che se la classe dirigente ucraina intende davvero diventare un satellite degli Usa dovrà farlo con i confini che aveva al momento del suo ingresso nell’Unione Sovietica, nel 1922 e che quindi la Crimea non ne fa parte. Sull’Ucraina possiamo leggere interessanti contributi, tutti tesi a dimostrare la volontà di Kiev di avvicinarsi a Nato e Ue. Il Trentennio perduto dell’economia ucraina di Gian Paolo Caselliè il più completo per comprendere l’evoluzione dell’economia della “terra di confine” dall’epoca sovietica ad oggi.

Ne L’incorreggibile fragilità della nuova cortina di ferro, Federico Petroni e Mirko Mussetti esplorano la frontiera superarmata tra impero americano e Russia. La nuova cortina di ferro si è spostata di 1000 chilometri e a presidiarla gli Stati Uniti hanno delegato i Paesi Baltici, la Polonia, la Romania e la Croazia, con l’architrave di Danzica e Costanza. Si sono piazzati tra il Mar Baltico e il Mar Nero per controllare da un lato la Germania e dall’altro la Russia. Dal canto suo la Russia ha le roccaforti di Kalinigrad (exclave russa tra Polonia e Lituania) e Tiraspol (molto debole) nella regione separatista moldava della Transnistria, il Konbas, in conflitto ai confini con l’Ucraina, Abkhazia e Ossezia del Sud. Si tratta di zone incandescenti, insanguinate da due guerre mondiali e da altre guerre locali. L’articolo, da leggere attentamente, esamina dettagliatamente le postazioni logistiche, missilistiche e militari, gli attacchi e le dimostrazioni di forza di questi ultimi tempi e i possibili scenari che potrebbero verificarsi. Ricorda la frase recentemente pronunciata da Putin: «Spero che a nessuno venga l’idea di oltrepassare la linea rossa con la Russia». Un’appendice interessante di questa analisi si può trovare nell’articolo I muscoli supersonici di Mosca nel Mediterraneo a cura di Franco Iacch, analista esperto in guerra d’informazione, terrorismo, sicurezza e difesa. Leonid Dobrokhotov, Esperto in storia e politica degli Stati Uniti e relazioni russo-americane e Professore alla facoltà di Sociologia dell’Università Statale Lomonosov, Mosca, in Dopo la botta, la Russia è di nuovo sé stessa, nella traduzione di Julia Dottori,ci esplicita le ragioni della Russia nel confronto con l’Occidente, ricordandoci che Putin non è Gorbačëv, né El’cin. Come tutti i punti di vista diversi dal nostro ci offre un’interpretazione completamente differente da quella a cui siamo abituati che non può che arricchire la nostra conoscenza.

Interessantissimo e tutto da leggere l’articolo di Orietta Moscatelli, esperta di Russia, Stallo senza limiti. «La Russia con le spalle al muro, respinta dentro confini che stenta a riconoscere come suoi, assediata dalla Nato, isolata, sanzionata, afflitta da anemia economica, instabile sul fronte interno, vorrebbe stupire il mondo – e sé stessa – con una mossa decisiva per risolvere la crisi ucraina». Ma è in situazione di stallo e all’orizzonte non c’è un piano sostenibile, né di pace né di guerra. Per Putin «Kiev non deve entrare nell’Alleanza Atlantica, la Crimea non sarà mai restituita, all’Ucraina non sarà permesso di recuperare il Donbas manu militari né di farsi prestanome degli interessi occidentali nel Mar Nero». E fino a quando il Donbas sarà conteso l’Ucraina non potrà entrare nella Nato (impossibile l’adesione di un paese con una contesa territoriale aperta). «Le partite aperte sono troppe per poterle gestire tutte assieme. Putin si ritrova a difendere l’indifendibile Lukašenka, cercando nel frattempo di blindare la Bielorussia nella sfera di influenza russa. Poi c’è la Moldova, inserita dalla Nato nella lista degli Stati ex sovietici di cui sostiene l’integrità territoriale in funzione antirussa 8 e in cui recentemente le elezioni sono state vinte dal partito europeista di Maya Sandu. E c’è il Caucaso meridionale, dove la Georgia si vede già con la stella Nato sulla bandiera. Per non parlare dell’inquieto fronte domestico russo». Ma che la Russia crolli non conviene a nessuno.

Sul Donbas e le percezioni dell’opinione pubblica russa, nonché sul modo in cui i dirigenti ucraini vengono descritti dai media si sofferma Olga Dimitrova, Ricercatrice al dipartimento di Scienze politiche, giuridiche e studi internazionali dell’Università di Padova, in Il conflitto nel Donbas divide la Russia. Aldo Ferrari, esperto dell’Ispi sul Caucaso e docente di Lingua e Letteratura armena, invece, nel suo approfondimento Il Caucaso meridionale resta cosa russa, pur mettendo in luce la perdita di peso geopolitico della Federazione Russa rispetto all’epoca imperiale prima e sovietica poi, evidenzia come il controllo russo permanga e come la Russia mantenga col suo estero vicino rapporti improntati a grande pragmatismo, riuscendo a destreggiarsi tra Armenia e Nagorno Karabakh. Con la Turchia la Russia si confronta su diversi scacchieri, Libia e Siria in primis ma i rapporti tra i due Stati sono improntati alla Realpolitik.

Spiazzante come sempre l’analisi di Dario Fabbri, in La nuova acrobazia degli americani, che sottolinea come il nemico principale degli Usa oggi sia la Cina e come contro il Dragone gli Usa impegnino gli alleati occidentali nell’IndoPacifico, migliaia di chilometri lontano dall’Europa, mentre per il contenimento della Russia abbiano arruolato gli alleati orientali russofobi. Manovra strategicamente conservatrice e tatticamente rivoluzionaria. Come ben fa notare Fabbri, «L’Europa resta il continente inaggirabile per conservare la supremazia planetaria, poiché dotato di impareggiato prestigio culturale, specie per una superpotenza la cui popolazione è largamente originaria del Vecchio Mondo».

Di rapporti tra Russia e Cina trattano due articoli: Perché la Cina ha bisogno della Russia in cui Giorgio Cuscito riflette sulla comune avversione agli Usa delle due potenze, ma ne evidenzia anche i numerosi punti di frizione e Il duo Russia Cina per ora tiene di Elena Imbimbo Rathgeber, ricercatrice e analista presso Icra, che sottolinea, con abbondanza di dati, come la Cina offra alla Russia sostegno economico e finanziario mentre la Russia le fornisce risorse, tecnologia militare e civile, accesso a nuovi mercati e sostegno diplomatico. Il rapporto con la Russia non ha impedito alla Cina di espandersi in Ucraina. «Per la Cina, l’accesso al Mar Nero e al Mar d’Azov e un’ulteriore rotta verso l’Europa centro-orientale rappresentano elementi importanti per la Belt and Road Initiative (Bri), o nuove vie della seta. Servizi di trasporto ferroviario dalla Cina all’Ucraina sono operativi dall’anno scorso». Putin ha eletto il 2020 anno della collaborazione tecnico-scientifica sino-russa in materia di intelligenza artificiale, robotica ed esplorazione spaziale. La transizione della Russia da apparecchiature per telecomunicazioni prodotte negli Stati Uniti a quelle prodotte in Cina è accelerata in parte grazie alle rivelazioni di Edward Snowden: «La fornitura di cavi ad alta tensione da parte di Jiangsu Hengtong Power Cable Company per l’elettrodotto verso la Crimea e l’accordo della russa Mts con Huawei per costruire il 5G sono due esempi della tecnologia cinese che gradualmente sostituisce il know-how occidentale».

Altrettanto interessanti gli approfondimenti dei rapporti tra Russia e Turchia, che per motivi di spazio non possiamo approfondire. Per saperne di più su Tatari di Crimea, sul genocidio del maggio 1944 e sull’Opinione della Corte Europea di Strasburgo relativamente all’annessione della Crimea da parte della Russia un contributo fondamentale è nell’articolo di di Sezai Özçelİk, Professore di Relazioni internazionali all’Università Çankırı Karatekin di Çankırı, La Crimea è dei Tatari. Sulla crisi idrica e climatica della Crimea, che dipendeva per l’85% dell’approvvigionamento idrico dall’Ucraina, che ora non glielo fornisce più è illuminante l’articolo di Fabrizio Maronta, La Crimea è una cambiale perpetua (per la Russia n.d.r.). La questione Bielorussia è analizzata da Mauro de Bonis, in Lukašenka bussa a Casa Putin in cui apprendiamo che la Russia, anche se non propriamente entusiasta dell’attuale Presidente, «vuole amalgamare le sue Forze armate con quelle bielorusse». Dal settembre 2020 Russia e Bielorussia iniziano addestramenti specifici mensili che vedono per la prima volta la formazione di un battaglione unico, con esercitazioni mensili da contrapporre a quelle della Nato e dei Paesi atlantici a ridosso della frontiera con la Bielorussia.

Uno sguardo alla situazione della Georgia e al suo riavvicinamento all’ucraina viene dall’artico di Marilisa Lo Russo Tbilisi in allarme si riavvicina a Kiev. Da leggere l’approfondimento di Magnus Christiansson, esperto di sicurezza nel Baltico, Per la Svezia il pericolo non è Putin, è la Russia, che offre uno sguardo disincantato sulla Russia di Putin da parte di un Paese che non fa parte della Nato, ma che è preoccupatissimo, anche per la sua vicinanza all’Orso Russo, per lo spregio della legalità dimostrato dall’annessione alla Crimea, avvenuta al di fuori di ogni principio di diritto internazionale. Ne riportiamo alcuni stralci: «L’invasione e l’occupazione della Crimea nel 2014 hanno imposto il tema delle potenziali aggressioni russe all’ordine del giorno delle analisi strategiche occidentali. Quell’attacco a sorpresa ha innescato ovunque dibattiti sulle radici profonde della condotta moscovita. Perché rubare territori in un mondo globalizzato? Per rispondere ci si è concentrati sul regime di Vladimir Putin, con una ridda di interpretazioni sul suo carattere. Ci si è chiesti, per esempio, se esso fosse «totalitario» (Masha Gessen) o uno «Stato mafia» (Aleksandr Litvinenko). Simili interrogativi sono illusori. Qualche elemento mafioso istintuale esiste: il dispotismo, una concezione a somma zero del potere, il forte che domina sul debole. Molto meglio però concentrarsi su un’importante sovrastruttura filosofica che informa la tradizione russa. E che a sua volta rende difficile interpretare il regime: un gangster non si cura di quel che guardano i suoi in televisione, un punto invece a cui il Cremlino tiene. La Russia di Putin è, come lo era dopo la rivoluzione nel 1917 o lo scioglimento della Duma da parte di El’cin nel 1993, un’«autocrazia». Estremamente corrotta, incapace di modernizzare l’economia, dotata di scarso potere di persuasione (poche carote, tanti bastoni) all’estero. Le è impossibile avere amici, cioè porsi alla pari con altri Stati. Nelle parole di Christopher Coker, è uno «Stato civiltà». La Russia di Putin è un serio rischio per l’Occidente. Benché sia una potenza regionale declinante, come lo era l’impero austro-ungarico prima della Grande guerra, può sfruttare a proprio favore l’asimmetria creata dal fatto che a sua volta lo stesso Occidente è in declino socioeconomico. Come ha notato Edward Lucas, può usare tre assi nella manica inaccessibili alla controparte: la popolazione è in grado di soffrire; lo Stato può fare ampio uso della menzogna; può fare la guerra». Un’interpretazione non condivisa da tutti gli autori e le autrici del libro, ma sicuramente convincente.

Pluralità di sguardi e di approcci alla Russia, che arricchiscono come sempre la nostra visuale, in un numero particolarmente ricco ed approfondito, in cui le donne che scrivono questa volta sono cinque e dimostrano una grande competenza su temi affrontati.

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Articolo di Sara Marsico

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna.

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