Una strada tutta per lei: Virginia Woolf e la flâneuse di inizio Novecento

Passeggiatrice, streetwalker, Straßenmädchen, callejera, miúda da rua, Trotuarul. Paese che vai, (stesso) termine sessista che trovi: la donna che cammina in solitaria viene convenzionalmente associata alla strada, al marciapiede, con un’accezione negativa che risuona ancora oggi.
È facile intuire come l’ambivalenza semantica che investe il sinonimo di “passante” non faccia altro che incrementare la costruzione culturale per cui una donna in età fertile, che passeggia da sola per le strade metropolitane, verrebbe direttamente associata a una poco di buono, dai facili costumi. Sì, perché le regole dell’accoppiamento funzionano così: la femmina è la preda da inseguire, il maschio feroce predatore.

Eppure, la donna esiste, respira, cammina, sente e — soprattutto — pensa, proprio come l’uomo. Per questo, non può più accettare di essere relegata a semplice oggetto erotico su cui si proiettano gli impulsi sessuali degli uomini che la osservano sfilare sull’asfalto, ricalcando il modello della passante di Baudelaire, che incendia come una meteora lo sguardo del poeta.

Se è vero che negli ultimi anni si è arrivati a puntare il dito contro il fenomeno dello stalking e del catcalling — di cui ora tanto si chiacchiera — per sopravvivere a secoli di storia della letteratura e imporre la propria autoaffermazione, la figura della passante ha dovuto lottare con forza, a colpi di penna e inchiostro.
Breccia di pregiudizi infondati e maldicenze riferite a sospette attività criminali o alla prostituzione, quest’immagine stereotipata della passante verrà sovvertita, allo scoccare del Novecento, grazie alla voce autentica di autrici che cercano di ricostruire da zero il punto di vista femminile sulla metropoli moderna, in vere e proprie camminate introspettive che permettono al lettore di cogliere il desiderio di emancipazione attraverso la flânerie, la passeggiata letteraria.

È così che nasce la flâneuse: Charlotte Brontë, con Lucy di Villette (1853) apre la strada a una stagione florida per la passante londinese, battezzando la via che percorreranno — in modo ancora più incisivo — le protagoniste femminili di Virginia Woolf.
A partire da Katharine e Mary di Night and Day (1919)— e ancora più sfacciatamente con Mrs. Dalloway (1925) — la flâneuse woolfiana scopre infatti la bellezza della propria soggettività oltre all’identità sociale, quell’io-donna taciuto per secoli, e cerca di farsi spazio — parafrasando gli studi paesaggistici di Gillian Rose — nel gendered landscape cittadino, uno spazio arcaicamente patriarcale.

È così che Woolf, dando voce ai pensieri delle sue eroine, alle sue flâneuse dalla coscienza squisitamente complessa, riesce a mettere in un angolo il modello di donna pudica e servizievole, quel fantasma del passato dalla quale lei stessa tenta di liberarsi, l’angel in the house o “angelo del focolare”.
La scelta di ribaltare l’archetipo dalla stanza alla strada risulterà vincente: da un lato riflette, infatti, il mito vittoriano della perfect hostessl’ angel in the house appunto — all’esterno, in quella figura che ho soprannominato angel in the street, tramite la descrizione del passaggio di donne senza volto né voce, inseguite dalla furia di un voyeur baudelairiano (si veda ad esempio la figura femminile inseguita da Peter Walsh, nonché il personaggio di Cassandra in Night and Day); dall’altro, in netto contrasto, arriva a scardinare quest’ombra di misoginia con il semplice gesto che la signora Dalloway compie nel momento in cui sceglie di uscire di casa per comprare dei fiori.
A partire da questo atto rivoluzionario, spazio e tempo, corpo e pensiero si mescolano in un tutt’uno caotico ma sorprendentemente armonico: l’identità arriva a fondersi con la bellezza ridente della città di Londra e le sue costanti e repentine metamorfosi, che ci regaleranno l’androginia e la fluidità di Orlando (1928).

Interpretati secondo questa chiave di lettura, i testi di Woolf appaiono al lettore come un viaggio alla scoperta di una mente brillante che trascina in un universo a sé, in cui gli aspetti geografici della Londra fenomenica si sovrappongono alla Londra tutta personale di Woolf, in un’intricata mappa mentale. Chi ha avuto modo di leggere le annotazioni diaristiche degli anni Venti, infatti, ha conosciuto il lato più intimo dell’autrice: proprio in queste pagine Woolf rivela di costruire trame e personaggi mentre cammina per le strade di Londra e della campagna del Sussex, per poi trascrivere questi suoi “pensieri erranti” nel momento della strutturazione vera e propria della narrazione. Come ho evidenziato nel mio lavoro di tesi, la flânerie dà dunque il via al processo narrativo e ne costituisce una parte essenziale, incastonandosi come pietra preziosa in quel diadema che è il prodotto finale: il testo narrativo.

Il messaggio che potrebbe (anzi dovrebbe) essere riletto in questo periodo di emergenza pandemica si può così riassumere: per Woolf la libertà della donna inizia dalle mura domestiche, le attraversa e le sfonda, trovando nella strada l’accettazione sociale delle varie sfaccettature — tutte ugualmente probabili e lecite — che può assumere l’io femminile nel momento in cui si lascia alle spalle l’angel in the street e si riconosce, piacevolmente, come flâneuse.

Poiché ritengo fondamentale che il contributo di Woolf continui a ispirare donne e uomini del futuro, non soltanto nel panorama anglosassone o all’interno di contesti culturali elitari e/o scolastici, ma anche in spazi pubblici di altre nazioni a cui ha libero accesso tutta la popolazione, ho scelto di candidare il mio progetto di tesi all’XIII edizione del Concorso nazionale Sulle vie della parità, promosso dall’Associazione Toponomastica femminile, per la sezione ViWoP.

Per l’aderenza con temi e obiettivi richiesti, A Street of One’s Own: lo spazio della “flâneuse” in Virginia Woolf si è recentemente guadagnato il primo posto per la classe atenei.

Grazie anche alla collaborazione con Se non ora quando? Snoq Torino e con Virginia Woolf Project (ViWoP), è stata approvata dal Comune di Torino una richiesta formale di intitolazione dei Giardini di Via Bertolotti: presto il nome di Virginia Stephen Woolf sarà inciso nel tessuto urbano torinese, così che ogni passante possa richiamare alla memoria una grande scrittrice e attivista, che ha lasciato un segno inequivocabile nel panorama letterario internazionale.

La tesi integrale al link: https://toponomasticafemminile.com/sito/images/eventi/tesivaganti/pdf/127_Borla.pdf

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Articolo di Valentina Borla

27anni, di Torino, è laureata nel corso di laurea magistrale in Culture Moderne Comparate all’Università degli Studi di Torino con una tesi in letteratura inglese. Attualmente lavora come docente di lettere presso la scuola secondaria e nel mentre frequenta il Master MITAL2 Didattica dell’italiano per stranieri. Appassionata di viaggi, di letteratura, arte e fotografia, nel tempo libero scrive racconti e poesie. Cura il blog personale scrivosoloquandopiove.wordpress.com.

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