Aspettando le Paralimpiadi di Tokyo 2020

Ho cercato su internet per diverso tempo una definizione di “disabilità” che mi convincesse completamente, ma, alla fine della ricerca, la spiegazione più ricorrente dell’aggettivo “disabile” risulta essere ridotta alla seguente espressione: «disabilità come incapacità di svolgere le normali attività della vita quotidiana a seguito della menomazione».  

Risuonano nella mente le parole «normali attività», producendo una profonda e lunghissima eco. «Normalità», risuona più forte.  
Che cos’è la “normalità” nel 2021? Mai come in questa settimana me lo sono chiesta. Mai come in questi mesi, in cui contiamo i morti come se fossero pagine di una rivista, la parola “normalità” risulta essere in disarmonia con il mondo che ci circonda.  
E, ancora di più, stride nella testa il concetto «incapacità di svolgere le normali attività» quando parliamo di disabilità e sport, proprio ora con le Paralimpiadi, in partenza il prossimo 24 agosto.  
Perché, quello che dimostrano gli atleti e le atlete che partecipano a questi Giochi, è che si può vivere e vincere “normalmente” anche con delle limitazioni fisiche e/o psichiche.  
Definire il concetto di “normalità” in un universo meraviglioso e variegato come quello umano non è possibile, sarebbe come cercare di delimitare il mare. Se c’è una cosa che affascina e appassiona del mondo è proprio la sua straordinaria multiformità con le sue storie uniche.  
Basti pensare all’agilità e leggerezza con cui Bebe Vio tira di scherma; o alla velocità di Martina Caironi nell’atletica: correteli, 100 metri in meno di 15 secondi e poi ne riparliamo. 
Tutto questo per chiedere nuovamente: che cos’è davvero la “normalità” se non un concetto-limite di cui facciamo uso per semplificare ciò che non è semplificabile?  
 
Le Paralimpiadi nascono anche per questo, per far comprendere che nello sport non esistono limiti né definizioni. Dai Giochi di Roma ‘60 assistiamo ogni quattro anni alla dimostrazione palese che nonostante le difficilissime sfide della vita alcuni/e sportivi/e riescono a rompere gli schemi e a rendere “normali” delle storie extra-ordinarie e straordinarie delle competizioni “normali”.  

Bebe Vio (a sinistra) e Martina Caironi (a destra), due ori a Rio 2016

Un evento, quello paralimpico, che include e unisce senza definizioni. Uomini e donne che gareggiano insieme e si sfidano per due settimane di sport, cambiando inevitabilmente la percezione di quello che si recepisce come “normale”.  
E Tokyo 2020, come già raccontato, promette di essere un evento moderno dove la “parità” e “l’inclusione” non sono solo parole, ma una nuova e visibile realtà.  
Basta osservare i numeri e le statistiche di questa edizione delle Paralimpiadi: il gender gap si è ristretto nel numero dei/delle partecipanti notevolmente e in molti Paesi (Italia, Inghilterra e Cina per prime) il numero delle atlete supera quello degli atleti.  
Tuttavia, mentre il mondo, e in particolare quello dello sport, sembra andare sempre di più avanti verso la parità di genere e l’inclusività, le notizie degli ultimi giorni dall’Afghanistan ci sconvolgono e ci portano inevitabilmente indietro di secoli.  

Zakya Khudadadi

E la storia di Zakya Khudadadi, 23 anni, che doveva essere l’espressione massima di una nuova generazione afghana fatta di talento femminile ed inclusione (sarebbe stata infatti la prima donna del Paese a partecipare ai Giochi paralimpici, segnando per sempre la storia dell’Afghanistan), oggi si ritrova ad essere la storia-simbolo di una situazione storico politica che preoccupa e inquieta il mondo intero.  
Con l’avvento dei talebani degli ultimi giorni infatti, Zakya ha dovuto rinunciare ai suoi Giochi e non rappresenterà le donne afghane a Tokyo.  Zakya, donna, sportiva-simbolo e portavoce delle giovani che vogliono emanciparsi, farsi vedere e conoscere per quello che sono e per quello che fanno nello sport e nella vita, oggi si nasconde, temendo per la sua vita e per le ritorsioni nei suoi confronti.  
E con lei, migliaia di donne, sportive, studentesse, lavoratrici, disabili e non, sposate e nubili, giovani e anziane oggi in Afghanistan tremano al solo pensiero che venti anni di storia vengano cancellati e che il “burqa” le nasconda di nuovo agli occhi del mondo, tornando ad essere una “normalità” agghiacciante. 
Nella speranza di poter vedere Zakya il prima possibile sul tappeto del taekwondo paralimpico e tante altre donne con lei, aspettiamo gli eventi sportivi della prossima settimana confidando che lo sport e l’inclusività ci possano trasmettere emozioni positive e ci facciano conoscere tante storie di vita, talento e resilienza. 

***

Articolo di Marta Vischi

Laureata in Lettere e filologia italiana, super sportiva, amante degli animali e appassionata di arte rinascimentale. L’equitazione come stile di vita, amo passato, presente e futuro, e spesso mi trovo a spaziare tra un antico manoscritto, una novella di Boccaccio e una Instagram story!

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