Il Regno disunito. L’agosto di Limes. Parte prima

Il burrascoso declino dell’ex impero. Celti contro inglesi, tutti contro tutti. Scozia indipendente, Irlanda unita? Questo il sottotitolo dell’interessantissimo numero di agosto, curato da Dario Fabbri, della rivista di geopolitica che ogni mese ci offre spunti di riflessione e di approfondimento sui conflitti di potere nel mondo. Mentre su Mappa Mundi la redazione di Limes aveva previsto da tempo l’evento che pare abbia trovato impreparati i media generalisti, l’espugnazione di Kabul da parte dei talebani, in questo numero ci si sofferma sulla lenta disgregazione del Regno Unito, proprio nel momento in cui, dopo o forse a causa della Brexit, avrebbe bisogno di essere sempre più fedele al suo nome.

Perché il Regno disunito? 

Assistiamo alla dissoluzione finale di un grandioso impero che un secolo fa coinvolgeva più o meno un quarto dell’umanità in tutti i continenti e che oggi è ridotto a una parte dell’arcipelago britannico, come ci ricorda Lucio Caracciolo. C’è il rischio concreto che la parte settentrionale della Gran Bretagna, la Scozia, presidio dei confini a Nord, diventi indipendente, anche se non in tempi tanto ravvicinati. Tre sono le dimensioni decisive: il nazionalismo scozzese, la possibilità di una riunificazione nazionale delle due Irlande e il rinascente nazionalismo inglese, «travestito da britannico». La chiave inglese è il titolo, mai più felice, dell’editoriale, denso e ricco di richiami storici, del direttore di Limes. Ne riprenderemo i punti qualificanti nella seconda parte di questo articolo.  

I due dossier più importanti, quello scozzese e quello irlandese, sono approfonditi da Fabbri. Nell’articolo Come la Scozia può distruggere il regno il consulente di Limes spiega molto bene come alla Scozia, agitata da venti indipendentisti e nazionalisti, manchi un patron per poter raggiungere l’indipendenza da Londra. Nella sua storia di lotta contro il popolo inglese la Scozia ha avuto al suo fianco per un periodo la Francia, che ora appare lontana, mentre gli Stati Uniti stentano a capire le ragioni del secessionismo, con un atteggiamento completamente diverso da quello che loro stessi hanno nei confronti della volontà di unificazione delle due Irlande. Non dimentichiamoci che il secondo ceppo, dopo quello germanico, all’interno degli abitanti statunitensi è proprio quello irlandese e che se la volontà di unirsi dell’Irlanda emergesse in modo forte probabilmente troverebbe un alleato proprio negli Usa. Tra i più accesi nazionalisti e indipendentisti ci sono i/le giovani, mentre la popolazione scozzese più avanti negli anni è piuttosto tiepida ed esiterebbe a separarsi dal Regno Unito, che è ancora una potenza molto forte. Spinto da istanze economicistiche, il segmento più anziano è chiuso nel dilemma se «essere Stato di caratura inferiore oppure provincia di un soggetto maggiormente sviluppato». 

 «Scozzesi e inglesi non appartengono al medesimo ceppo razziale… I dominanti Anglo sono una popolazione germanica, parlante una lingua sassone intrisa di latinismi di importazione franco-normanna. I sofferenti Scot sono invece celti, indoeuropei insulari, estranei alle pianure teutoniche da cui migrarono i vicini meridionali – aderenza rintracciabile soltanto in una minoranza della popolazione (il 5%) che si esprime nel germanico locale, lo scots… Popoli distinti, coagulati intorno a due Chiese autocefale, aliene a Roma e intrinseche ai ceppi cui afferiscono». Fabbri ripercorre la storia dei rapporti tra scozzesi ed inglesi, ricordando che una maggiore autonomia ad Edimburgo fu concessa da Blair («Disastro assoluto, frutto della miopia di Blair» secondo Boris Johnson) negli anni Novanta per scongiurarne la secessione e che nel 1997 la devolution portò alla creazione del Parlamento nel quartiere di Holyrood. Con la Brexit le/gli Scozzesi, che avevano votato per restare nell’Unione Europea, si sono sentiti beffati e impediti a rimanerci. 

La Scozia è ancora troppo dipendente economicamente dal Regno Unito. Il 61% delle sue esportazioni è diretto verso Inghilterra, Galles e Irlanda del Nord, molto più di quello verso l’Unione Europea, e la causa indipendentista scozzese non sta a cuore a nessun Paese dell’Unione, che difficilmente ne accoglierebbe l’istanza di adesione. Nemmeno la Russia può essere un patron di peso, nonostante le dichiarazioni propagandistiche a favore dell’ indipendentismo. E l’Italia, dove tutto viene letto con lenti ideologiche, è divisa tra una sinistra che, pur condividendo l’europeismo di Edimburgo, non vede di buon occhio il suo nazionalismo e una destra favorevole ai nazionalismi, ma che mal sopporta l’europeismo scozzese, sentendosi vicina a Johnson per appartenenza partitica. Secondo Fabbri quello che l’Italia dovrebbe chiedersi, invece, è se la secessione della Scozia o uno stallo nel Regno Unito ci convengano o meno. 

Tom Devine, professore emerito di Storia scozzese all’Università di Edimburgo, in Storia di un indipendentismo obbligato, ci porta la lettura della realtà dal punto di vista dell’Accademia, ricordandoci che la nazione scozzese è una delle più vecchie d’Europa. Solo dopo novecento anni dalla sua nascita, nel 1706, entrò in un’unione politica con l’Inghilterra, «sua vicina di casa e sua pregressa nemica storica, ma fu un matrimonio di convenienza», allettata dall’opportunità di intrattenere liberi scambi con il più grande e ricco mercato a sud del confine e guadagnare accesso legale al ricco impero inglese al di là dell’Atlantico. Con cerimoniose parole, il primo articolo del trattato proclamava «CHE i Regni di Inghilterra e Scozia saranno (…) Uniti per sempre in un solo Regno chiamato GRAN BRETAGNA» (maiuscole nell’originale, n.d.t.). L’excursus storico dei rapporti tra i due Regni giunge fino ai giorni nostri e spiega le ragioni della rinascita del nazionalismo, influenzato dai processi novecenteschi di decolonizzazione in Africa, Asia e America Latina, dalla globalizzazione, che ha favorito il riemergere delle etnie regionali e locali europee, e dal processo di deindustrializzazione che ha colpito in modo massiccio la Scozia per la chiusura dei cantieri navali, dell’industria carbonifera e siderurgica, dell’ingegneria pesante. Nessun aiuto è arrivato dallo Stato britannico e i governi conservatori susseguitisi tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Novanta hanno aggravato la situazione imponendo dure misure neoliberiste. Proprio le regioni più deindustrializzate della Scozia sono state le più favorevoli a separarsi dal Regno Unito nel referendum del 2014. L’istituzione del Parlamento di Holyrood e la perdita di potere del Partito Laburista, soprattutto durante la svolta a destra di Blair, insieme alla partecipazione alla guerra in Iraq e la posizione unionista del Labour party durante il referendum del 2014 hanno favorito l’affermazione dell’Snp (Partito nazionalista Scozzese). Il carico da undici ce lo ha messo la Brexit, in cui le istanze europeiste del popolo scozzese sono state completamente ignorate durante le lunghe negoziazioni che hanno portato all’uscita del Regno Unito dall’Ue. Boris Johnson, «il premier più odiato dagli scozzesi a memoria d’uomo, inclusi quelli di simpatia unionista, ha poi sfacciatamente respinto la possibilità di un altro referendum sull’indipendenza». A fronte di tutto ciò, non c’è da stupirsi della rinascita dell’indipendentismo scozzese. Uno sguardo critico viene da Michel Keating nell’articolo La Scozia indipendente non ha un progetto, in cui il docente universitario evidenzia come i punti fissi nelle richieste delle/gli indipendentisti siano la richiesta di un secondo referendum e l’ingresso nella Nato in caso di secessione, ma che sulla moneta non ci siano idee chiare, volendo le/gli scozzesi mantenere almeno per un po’ la sterlina prima di adottare una nuova valuta, diversa comunque dall’euroLe simpatie europeiste sono più per un’organizzazione intergovernativa che per una sovranazionale. Insomma il processo verso l’indipendentismo è in corso, ma le idee sono ancora confuse, come ricorda anche Fabrizio Maronta, in Sognando l’Europa a Edimburgo, che si apre con la dichiarazione della premier scozzese Nicola Sturgeon dopo il referendum del 2014 e ne mette in luce, da un lato, un certo velleitarismo, dall’altro la ricerca di un patron per il proprio indipendentismo, che pare ignorare i problemi e le condizioni a cui sarebbe sottoposto in questo rapporto d’amore non corrisposto appieno, in cui la partner (l’Unione Europea) si mostra parecchio esitante, soprattutto dopo l’esperienza catalana. 

Brexit divide il Regno Unito 

Quanto all’ingresso della Scozia nella Nato, Antonia Colibasanu, redattrice di Geopolitical Futures, la rivista fondata da George Friedman, ci ricorda che il Regno Unito resta uno dei membri principali dell’Alleanza Atlantica, essendo il Paese che vi contribuisce di più in termini di capacità militari dopo gli Stati Uniti, dei quali è un importante partner. Il ritiro trumpiano dal trattato Inf (Intermediate-Range Nuclear Forces Treaty) nel 2019 ha rimesso al centro la questione del controllo degli armamenti nucleari. Il deterrente nucleare britannico Trident è basato interamente in Scozia ma il Pnp alla vigilia del referendum del 2014 aveva dichiarato che in caso di vittoria del Sì la Scozia indipendente sarebbe stata libera dalle armi nucleari. Pertanto che cosa ha da offrire Edimburgo alla Nato? Qualcosa sicuramente se il suo modello sarà la Nuova Zelanda, che ha scelto di rimanere denuclearizzata, pur contro la volontà statunitense, facendo comunque parte del Five eyes. 

Jacob L. Shapiro nel suo articolo Per gli Usa la Scozia resterà britannica. O forse no? delinea quattro possibili scenari della eventuale secessione della Scozia dal Regno Unito, di cui l’ultimo è il più improbabile, ma certamente il più intrigante. Se l’Unione Europea, come pare, non vorrà essere patron della Scozia nel suo tentativo di secessione mentre gli Stati Uniti stentano a capirne le ragioni, resta sempre la Cina. «Nel 2019 la Repubblica Popolare ha superato gli Stati Uniti come principale destinazione extra-Ue delle esportazioni scozzesi, la prima voce delle quali è il petrolio (13,4 miliardi di sterline nel 2019) di cui il gigante asiatico è vorace importatore. Bruxelles vuole accelerare il passaggio alle energie rinnovabili e ciò, in prospettiva, riduce la potenziale domanda europea di greggio del Mare del Nord. La Cina resta invece il maggior importatore mondiale di gas e petrolio; prima di essere soppiantata dall’India, era anche il Paese le cui importazioni di idrocarburi crescevano più rapidamente». 

Un articolo molto interessante è quello di Judith Ridner, docente di Storia alla Mississippi State University, La contraddittoria eredità degli Scots-Irish in America, in cui descrive le contraddizioni di questo popolo, dandoci uno spaccato di una realtà di cui sappiamo pochissimo. 

Nicola Sturgeon, la prima ministra scozzese, dopo l’esito elettorale ha detto che chiederà un nuovo referendum sul futuro della Scozia, ma Boris Johnson ha respinto questa richiesta e la questione probabilmente è destinata a finire alla Corte Suprema, chiamata da sempre a difendere le prerogative del Regno. Le/gli scozzesi potrebbero indire ugualmente il referendum, Londra potrebbe tentare di annullarlo. «Il respingimento della volontà scozzese potrebbe precipitare la Gran Bretagna in uno scenario dalle forti tinte catalane, con l’aggravante di un paese storicamente abituato alla guerriglia». A breve forse no, ma in prospettiva la secessione della Scozia dal Regno Unito potrebbe verificarsi. Al momento la regione posta a difesa dei confini del Regno, che custodisce il nucleare britannico, deve fronteggiare sfide economiche complesse: il forte indebitamento verso il governo britannico, dove trovare i miliardi di sussidi forniti ogni anno da Londra che non arriverebbero più, un deficit di bilancio notevole, quale moneta scegliere, il declino della voce principale della sua economia: il petrolio.  

(continua

***

Articolo di Sara Marsico

Sara Marsico.400x400.jpg

Abilitata all’esercizio della professione forense dal 1990, è docente di discipline giuridiche ed economiche. Si è perfezionata per l’insegnamento delle relazioni e del diritto internazionale in modalità CLIL. È stata Presidente del Comitato Pertini per la difesa della Costituzione e dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano. I suoi interessi sono la Costituzione , la storia delle mafie, il linguaggio sessuato, i diritti delle donne. È appassionata di corsa e montagna. 

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