Il senso dell’identità femminile

Mari si siede sul divano, incerta. Si guarda attorno. La nostra casa non è grande, ma ha uno stile caldo, accogliente. Almeno così ci hanno sempre detto gli amici e le amiche. Ora però l’ospite che ho davanti sembra essere a disagio, l’aria imbarazzata di chi si sente fuori posto. Le offro un bicchiere d’acqua. Pare rilassarsi un po’. In effetti non ci conosciamo che superficialmente, noi due: poche battute tra mamme, al parco giochi del quartiere, mentre le bambine fanno a gara su chi riesce a farsi spingere più in alto. E dire che le nostre figlie frequentano lo stesso asilo da due anni; ma sono stati i mesi degli ingressi scaglionati, dei distanziamenti e delle mascherine: non abbiamo avuto tempo né occasione di conoscerci. Un altro bel regalo della pandemia. Ora però Mari sta cercando una casa in affitto per il fratello, arrivato cinque mesi fa dall’Albania, e io posso aiutarla. Così è venuta qui, per parlarne. «Solo due minuti, non voglio disturbarti» mi ha detto, prima di salire le scale. Prima di aprirmi il suo mondo. Prima di fermarsi per quasi due ore. Non so come, la conversazione scivola quasi immediatamente sulla sua vita, sulla sua famiglia. Si è sposata giovanissima, Mari: a diciannove anni il primo figlio, poco dopo  due gemelli, entrambi maschi. A distanza di qualche anno, nascono anche due bambine. Oggi di anni ne ha trentadue, questa bella donna albanese, e il bilancio della sua vita è tutto qui: un marito, cinque figli e un fratello che divide con loro lo stesso appartamento di ottanta metri quadrati. Le faccio i complimenti: che belle le famiglie numerose! Se solo le mie due, di figlie, fossero arrivate prima… Lei sorride debolmente e mi guarda con un’espressione improvvisamente malinconica, velata di tristezza. «Se i miei genitori potessero venire qui, la mia vita sì che potrebbe cambiare! Ci vuole una casa abbastanza grande per mio fratello e loro». La invito a spiegarmi cosa avrebbe in mente e intuisco immediatamente che un mio incoraggiamento era proprio ciò che stava aspettando per poter frantumare gli argini di quel fiume in piena che ha dentro da tanto, tantissimo tempo. Forse da sempre. Le viene il magone mentre mi confessa che vorrebbe davvero trovare un lavoro, fare qualcosa che non sia solo occuparsi dei figli adolescenti e delle bambine ancora piccole. Ha gli occhi rossi mentre mi dice, in un misto di rabbia e rassegnazione, che è da quando ha diciannove anni che lei non fa altro che accudire, cucinare, consolare, giocare, pulire, fare la spesa. «Da noi funziona così: mettiamo la vita davanti» chiosa. «La vita degli altri ― ribatto ― non la vostra». Non serve che precisi altro: Mari ha capito perfettamente che sto parlando delle donne. Mi sorride. Mi dice che le piacerebbe fare la cuoca in qualche scuola, che è brava a cucinare ed è una cosa che ama fare. La incoraggio, le spiego che senza un titolo di studio, un attestato, è difficile. Le faccio vedere in internet i corsi di formazione che esistono in città, i costi contenuti, gli orari di frequenza. La scintilla di speranza che le aveva appena acceso il viso pare spegnersi di colpo. «Come? ― mi chiede ― Anche per cucinare bisogna studiare?». Le faccio cenno di sì con la testa. Incurva le spalle, sembra presa dal panico. Lei ha solo l’equivalente della terza media, i libri non li tocca da un’eternità. E l’idea di doversi mettere a studiare non le piace affatto. Come fa? Dove lo trova il tempo? A me sembra strano che queste cose le scopra adesso da me, una donna che in Italia c’è ormai da quindici anni. Non ha mai osato informarsi, a quanto pare. Infatti non ne ha nemmeno parlato al marito, mi dice. Mentre stiamo lì a parlare, le squilla il telefono. Sono i suoi figli. Parlano in albanese, ma il contenuto della conversazione è chiarissimo. Mari spiega che è da me, che stiamo parlando. Dall’altra parte i ragazzi sono perplessi, molto. Non l’hanno mai sentita, dalla mamma, una risposta del genere. Se lei è fuori, lo è per fare la spesa, per annaffiare l’orto, o portare le piccole al parco giochi. Cos’è questa novità dell’amica con cui parlare, da cui passare il pomeriggio? Mai successo. I ragazzi sono increduli, tanto da chiamare una seconda volta per farsi spiegare bene cosa faccia esattamente Mari da me, da quasi due ore. Lei si scusa, dice che torna subito, sebbene non ci sia nessuna reale urgenza. Io sono attonita: mi sembra la scena di un film in costume, lontanissima dalla mia vita e da questo secolo. Quando riattacca mi dice: «Quando ho avuto il primo bambino, ero qui da sola. Tutto il giorno io e lui, se uscivo non sapevo la lingua, non conoscevo nessuno. Piangevo sempre e mi sentivo in colpa, mi dicevo che dovevo essere forte, ma stavo male. Speravo che con gli altri sarebbe stato diverso, ma non è andata così. Forse un pochino adesso, con le bambine, con l’italiano che ho imparato. Ma i maschi anche a scuola non hanno amici, non amano stare qui. Dicono che i loro compagni sono diversi, che hanno altre regole, un altro modo di vivere. Appena arriva l’estate torniamo in Albania, che loro sentono come casa, anche se sono nati in Italia». Si alza, Mari, per andare. Le dico che le preparerò io il curriculum, dato che lei non sa usare il computer, che le manderò sul cellulare una lista di domande, per le parti che occorre compilare. Lei mi guarda con riconoscenza, mi ringrazia tre volte e scappa a casa: alla vita che ha scelto lei – questo me lo ha ripetuto più volte: nessuno l’ha costretta, sono state tutte sue decisioni – ma che ora le sta stretta, la ingabbia in una routine soffocante, senza futuro. Trovare oggi un’alleata, qualcuna che non solo ha ascoltato e compreso i suoi desideri di cambiamento, ma che li ha trovati normali e li ha legittimati con forza le ha fatto bene. Me lo fa capire, Mari, prima di scendere le scale e andarsene. Quando chiudo la porta, mille domande mi riempiono la testa. Cosa significa integrazione? Non certo quello che mi ha raccontato oggi questa donna, questa nuova amica. Senza relazioni significative, né un senso di appartenenza reale non c’è inclusione. Quanto bisogno aveva Mari di parlare di un altro futuro possibile? Quanto di trovare un orecchio attento a cui confidare frustrazioni, dolore, solitudine? E come ha fatto a resistere fino ad oggi? Può il ruolo materno annullarti completamente, annichilire ogni tua altra aspirazione per anni? Certo. Per mia nonna è stato così. Ma era così per tutte, allora, quasi un secolo fa. Oggi che ne è dell’identità femminile? Possibile che scegliere di avere tanti figli condanni ad una esistenza di rinunce, nel 2021? E poi, esiste una sola identità femminile o ne esistono tante, a volte lontanissime tra loro, a seconda delle culture? E, se così è, è possibile fare dei raffronti, dei paragoni, magari anche delle classifiche? Penso alle veline di Canale Cinque, alle pubblicità dei profumi, ad alcune scene che ho più volte osservato tra le mie alunne, tutte impegnate a sembrare donne fatte, vissute, mangiauomini sicure di sé… il modello che dilaga ultimamente da noi fa veramente schifo. Però… non mi sembra che altri siano molto migliori. Non se ne esce. Trovare l’equilibrio, tra retaggi del passato, prospettive futuristiche che confondono la libertà con l’edonismo, pregiudizi e mode del momento è davvero difficile.  

Fatima di figli ne ha tre. Un maschio, il primogenito, e due femmine. Lei è una donna simpatica e intelligente, di origini marocchine, ma che ha studiato e vissuto in Europa fin da piccola. Musulmana, non esce mai senza velo. Anzi, meglio sarebbe dire che non esce mai, tranne in rare occasioni. Come quando una sua cara amica, mia vicina, la costringe a portare all’aria aperta le figlie, almeno una volta alla settimana. È sempre lì, al solito parco giochi, che le conosco anche io. Quello che da subito mi colpisce è l’impaccio motorio delle bambine. Giochiamo insieme a palla. Sono scoordinate, lente, si muovono senza alcuna naturalezza. È come se non avessero nessuna conoscenza del proprio corpo in movimento, delle attività che per le mie figlie sono la quotidianità: correre, saltare, tirare una palla, prenderla al volo. La cosa mi spaventa: se non conosci neppure te stessa, le tue potenzialità, come farai a scegliere la via per la tua felicità? Ma dov’è la scuola? Mi chiedo. Nelle ore di motoria, accidenti, che cosa fanno alla primaria? Che poi due ore alla settimana, in questa fascia d’età, sono già ridicole, una barzelletta, una vergogna che cozza contro tutti gli altri sistemi didattici europei. Quante bambine come le figlie di Fatima ci sono nelle nostre classi? Quanto bisogno avrebbero di esplorare orizzonti di movimento nuovi, di mettersi fisicamente alla prova, di imparare l’equilibrio, la coordinazione, la mira, la velocità, la resistenza? Respiro a denti stretti, mentre giochiamo insieme, poi capisco che non si può sempre incolpare la scuola delle mancanze educative delle famiglie. È Fatima che non le fa mai uscire, lei che le tiene in casa tutto il giorno, che permette invece al figlio maschio di andare e venire dove vuole, di aiutare il padre in negozio o di uscire con gli amici. È lei che non ha cambiato stile di vita neppure di fronte alla diagnosi di rachitismo della piccola, che a un anno non aveva abbastanza vitamina D, perché il sole lo aveva visto e preso troppo poco. Eppure è intelligente, Fatima, sa benissimo che così non fa il loro bene. Ha studiato a Londra, dannazione, e in Italia: non può non saperlo.  Ma non ha la forza di cambiare, di andare contro la cultura di suo marito, che è rimasta anche la sua, nonostante tutto. O forse ha paura? I recenti fatti di cronaca mi procurano un brivido. Basta pensare. Mi concentro sul gioco, sul pallone da lanciare.  

Settimane fa la nostra amica comune mi manda un sms. Dice che Fatima sta cercando due biciclette in regalo per le sue figlie. La chiamo, cerco di capire se finalmente si tratta di un segno di apertura alla libera circolazione delle bimbe. Mi spiega che lei e il marito hanno comperato la bicicletta al figlio maschio, per uscire. Ma quando le sorelle l’hanno visto sfrecciare sulla strada, hanno cominciato a lamentarsi, a chiedere di avere anche loro le stesse cose. «Hanno ragione» le dico. «Sì, lo so» mi risponde. «Le farò andare un po’ in cortile, se trovo due biciclette della loro misura, così imparano un po’ anche loro». «Devi portarle fuori, non in quel cortile lì che è un buco e non possono che girare in tondo. Devono imparare bene, se no è inutile» insisto. «Vedremo» risponde. Di più non riesco ad ottenere. Ma oggi è arrivata la seconda bicicletta. Appena ho sparso un po’ la voce, le ho trovate subito. Belle, fiammanti, ancorché di seconda mano. Sono splendide. Perché non devono essere inferiori a quella del fratello. Una azzurra e una rossa, alla faccia del rosa principessa. E chissà che siano l’inizio di nuove strade da percorrere per due bambine la cui battaglia per l’autonomia e la parità di diritti è appena cominciata.  

***

Articolo di Chiara Baldini

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Classe 1978. Laureata in filosofia, specializzata in psicopedagogia, insegnante di sostegno. Consulente filosofica, da venti anni mi occupo di educazione.

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