MANU CHAO, il cantore dell’allegria. 1

José Manuel Arturo Tomás Chao Ortega nasce a Parigi il 21 giugno 1961 da una famiglia spagnola fuggita dalla dittatura franchista. Il padre, Ramón Chao, giornalista, è l’autore della Guida alla Parigi ribelle; la madre Felisa Ortega, anche lei giornalista, è originaria di Bilbao, capitale dell’Euskadi, zona fortemente repressa durante il franchismo. Dunque in casa Chao-Ortega si parla principalmente spagnolo. Manuel cresce a Parigi, splendida capitale della République, laica e pluralista, baluardo della democrazia europea che riconosce il governo di Franco ma al tempo stesso accoglie i profughi spagnoli (molti anni dopo riconoscerà anche Pinochet, pur accogliendo i rifugiati cileni), che insegna nelle scuole i valori di Liberté Égalité Fraternité ma al tempo stesso schiaccia l’Algeria sotto il pugno di ferro di Charles De Gaulle. Manu è troppo giovane per prendere parte al maggio francese, ma respirerà per sempre i valori di quel Soixant-huit. Ha solo quattordici anni quando arriva in casa una notizia che la Spagna aspettava da decenni: «¡Francisco Franco ha muerto!» esclamano i genitori un giorno del 1975.

I Borbone tornano sul trono rispettando la volontà del defunto tiranno, ma intanto nella penisola iberica tornano anche i diritti civili basilari. Barcellona, capitale della non riconosciuta nazione catalana, la cui lingua è stata duramente repressa durante il regime, diventa un vivissimo polo culturale e una fucina di indipendentismo antiborbonico tuttora non assopito. Barna è uno dei luoghi di cui Manu si innamora. Alla capitale catalana e al suo clima festoso Manu dedica La rumba de Barcelona

È un cosmopolita, la sua patria è il mondo intero e la sua legge la libertà, il suo mestiere è girare Paesi e continenti, scoprire arti culture e bellezze diverse. La musica, la poesia e la Rivoluzione sono per Manu un’unica sacra entità. Parla d’amore e di prostituzione, di lotta e di ambiente, di rivolte e rivoluzioni, di strada e di viaggi. Canta le favelas del Brasile, le okupas di Barcellona, i vicoli di Genova, le prostitute nelle strade, gli indigeni del Messico, i chicanos che migrano illegalmente verso Nord, i suoni dell’Africa, le lotte contro il colonialismo, la Madre Terra calpestata, le donne e gli uomini inghiottiti dal Mediterraneo in nome della sicurezza dei ricchi d’Europa. 

Manu Chao e i Mano Negra

A partire dal 1987 canta con i Mano Negra, a cui deve la celebrità. Con loro conia la frase «¡pase lo que pase, sea lo que sea, siempre Mano Negra!»1, che diventerà una sorta di suo slogan personale durante i concerti. La Mano Negra era un gruppo indipendentista algerino durante la guerra d’indipendenza dalla Francia. 

Nel 1994 in Chiapas, nel Sud-Est messicano, la popolazione indigena insorge. Il Subcomandante Marcos, portavoce del movimento zapatista e del suo esercito, denuncia il neoliberismo agli occhi del mondo intero. Marcos parla «a los pueblos y gobiernos del mundo», il suo è un messaggio universale la cui eco risuonerà fino in Europa facendo nascere gruppi nuovi (come le Tute Bianche in Italia). «Antes del 1994, nosotros no teníamos ni puta idea de todo éso del neoliberalismo»2, spiega Manu.

L’America Latina è uno dei suoi mondi preferiti. Il brano Por el suelo, dedicato alla Pacha Mama non rispettata, la Madre Terra schiacciata, accompagna, nelle sue varie versioni, le marce zapatiste che da San Cristóbal raggiungono Città del Messico per chiedere «democracia, justicia, dignidad, libertad» per i popoli indigeni. In Colombia, compone Expreso del hielo, canzone dedicata al treno di cui parla anche Gabriel García Márquez nel romanzo Cent’anni di solitudine

Clandestino, 1998

Nel 1998 Manu Chao compone il suo brano più famoso. Clandestino ha un successo enorme. È un inno contro il razzismo, una poesia semplicissima che ci porta «entre Ceuta y Gibraltar», ma anche tra la Libia e Lampedusa o nei dintorni dell’isola di Lesbo, dove migliaia di persone perdono la vita costantemente nell’intento di fuggire dalla miseria o dalle guerre causate dalle potenze europee per poi venir respinte nei Paesi di provenienza. Vengono in cerca di lavoro e di una vita dignitosa («a una ciudad del Norte yo me fui a trabajar3), ricevono insulti e minacce («me dicen el clandestino por no llevar papel4»), la loro vita è resa impossibile dalle nostre leggi, non propriamente razziali ma comunque razziste («mi vida va prohibida, dice la autoridad»), e la loro condanna costante è la solitudine, l’isolamento, la ghettizzazione nelle banlieux d’Europa, la persecuzione da parte delle varie polizie («solo voy con mi pena, sola va mi condena, correr es mi destino para burlar la ley»5 ). Presentando questo pezzo nei concerti, Manu ci tiene a ribadire che nessuno è illegale: «Nadie es ilegal». In effetti, non esiste nulla di meno naturale di un confine, nessun essere umano può essere definito illegale sul proprio pianeta di nascita. Clandestino non è solo una canzone ma un intero bellissimo album, le cui tematiche spaziano dalla Francia (La vie à deux) al Congo (Bongo Bong), dal Portogallo (Minha Galera) al Messico (Por el suelo, El viento, Welome to Tijuana). La nazionalità cosmopolita di Manu Chao si può riassumere nella frase con cui, nella canzone Je ne t’aime plus, viene chiesto che ore siano: «Il est minuit à Tokyo, il est cinq heures au Mali, quelle heure est-il au Paradis?»6.

Próxima estación: esperanza, 2001

Próxima estación: esperanza. È questo il titolo dell’album successivo a Clandestino, pubblicato nel 2001. La speranza in Mano Chao non manca mai, neanche nel più triste reietto di Babilonia. Manu è il cantore della gioia e dell’allegria, ma nella canzone intitolata Malegría (contenuta nell’album Clandestino) inventa questo sentimento: la malegría, ovvero la mala alegría, l’allegria cattiva, che non è esattamente la amargura, l’amarezza, è la sensazione (successiva alla disperazione)che accompagna la fine di una relazione, opposta all’allegria che ne accompagna l’inizio (la canzone successiva, La vie à deux, interrotta dal ritornello «Pourquoi, même quand les gens s’aiment, il-y-a toujours des problèmes?»7 dice «J’espère plus jamais faire souffrire qualcun comme je t’ai fait souffrir»8). Lo stesso concetto di “Babilonia” per Manu non è il male, come era invece per la tradizione rastafariana: nonostante la sua simpatia per la musica reggae e la sua grande ammirazione per la figura di Bob Marley, la Babilonia di Manu Chao – o meglio la Casa Babylon dei Mano Negra – è la vita notturna e festosa, la rumba, la città piena di luci e di musica. Ama i vicoli sporchi e bui, i quartieri poveri e malfamati, le case occupate, gli scalini su cui siedono los perroflautas e les punk à chien (i punkabestia), i bar delle prostitute. Proprio alle prostitute dedica la canzone Me llaman calle: non c’è vittimismo, solo la malegría caratteristica del mestiere, la speranza in un futuro migliore («me llaman calle y ése es mi orgullo, yo sé que un día vendrá mi suerte, un día me vendrá a buscar a la salida un hombre bueno, pa’ toda la vida y sin pagar»9 ), fino a un picco di orgoglio («me llaman siempre y a cualquier hora, me llaman guapa siempre a deshora, me llaman puta y también princesa, me llaman calle es mi nobleza10»). 

Composta prevalentemente in spagnolo e francese, l’opera di Manu Chao presenta un’eccezione linguistica motivata da evidenti ragioni politiche: il brano Denia, scritto non in francese ma in arabo, è dedicato all’Algeria, e la frase «meskin Al-Jazair» («povera Algeria»)mostra tutte le colpe e i danni lasciati dal colonialismo europeo. 

Sibérie m’était contée, 2004

Nel 2004 esce Sibérie m’était contée, album interamente in francese. Sembra tornare alle sue origini parigine e spagnole. «J’ai besoin de mon père pour savoir d’où je viens, tant besoin de ma mère pour montrer le chemin11», dice nella canzone J’ai besoin de la lune. Nell’album dell’infanzia parigina compare anche una strana e rapida versione della celebre berceuse (ninnananna) Au claire de la lune

A che genere musicale appartiene Manu Chao? Difficile da dire. Si possono rinchiudere in una definizione autori come Bob Dylan, Víctor Jara, Woody Guthrie, i Clash e lo stesso Fabrizio De André? Folk, reggae, patchanka, cantautorato, nessuna etichetta basterebbe. Come Bob Dylan, Manu Chao ha la stravagante usanza di modificare le canzoni durante i concerti e a volte di mescolarle. Mezcla, mélange, mescolanza, è questo il suo spirito. Manu canta in spagnolo, francese, portoghese, inglese e arabo, ma parla anche gallego, italiano, catalano, quechua, dato che il suo Paese è la Terra. 

Il 18 luglio 2001 Manu sale sul palco. Lo aspetta uno dei concerti più importanti della sua carriera. Lo acclamano le decine di migliaia di ragazze e ragazzi che nei giorni seguenti sfileranno nel capoluogo ligure contro il G8. A che titolo otto persone vorrebbero decidere per il pianeta intero? Le canzoni di Manu Chao costituiscono i contenuti della manifestazione dell’indomani: vogliamo essere un Paese che accoglie e non discrimina. Clandestino potrebbe essere considerato l’inno dei movimenti No Global e No Border e di tutte le sinistre europee (per sinistra non s’intende quella “moderata” ma razzista del ministro Minniti e della legge Turco-Napolitano). Il poeta dorme nello stadio Carlini, affidato dal Comune di Genova alla Tute Bianche, e il 20 luglio partecipa al corteo della disobbedienza civile. Assiste alla brutalità della polizia italiana, a cariche feroci, folli e insensate, a centinaia di migliaia di persone inermi ferite. Nel pomeriggio sente due spari, e capisce la gravissima drammaticità di quelle ore. Durante il G8 stringe una forte amicizia con uno dei più bei personaggi genovesi, don Andrea Gallo, sacerdote salesiano simpatizzante della Teologia della Liberazione, a cui rimarrà per sempre legato. Manu e Andrea hanno un progetto: realizzare il Bar Clandestino, una struttura itinerante che disseterà gratuitamente i manifestanti in quelle caldissime giornate. Andrea vorrebbe che il Bar Clandestino sia disponibile anche per gli addetti alla repressione: un bicchiere d’acqua non si nega nemmeno al più scellerato dei peccatori. 

1.  Succeda quel che succeda, sia quel che sia, Mano Negra per sempre!
2.  Prima del 1994 non avevamo la minima idea del  neoliberismo.
3.  In una città del Nord sono andato a lavorare.
4.  Mi chiamano clandestino perché non ho documenti.
5. Cammino da solo con la mia pena, cammina da sola la mia condanna, correre è il mio destino per aggirare la legge.
6.  È mezzanotte a Tokyo, sono le cinque in Mali, che ore sono in Paradiso?
7.  Perché anche quando le persone si amano ci sono sempre dei problemi?
8. Spero di non far mai più soffrire qualcuno come ho fatto soffrire te.
9. Mi chiamano strada e questo è il mio orgoglio, so che un giorno per me arriverà la fortuna, un giorno verrà a cercarmi alla porta un uomo buono, per tutta la vita e senza pagare.
10.  Mi chiamano sempre e a qualsiasi ora, mi chiamano bella sempre al momento giusto, mi chiamano puttana ma anche principessa, mi chiamano strada e questa è la mia nobiltà.
11. Ho bisogno di mio padre per sapere da dove vengo, tanto bisogno di mi madre per mostrarmi il cammino.

***

Articolo di Andrea Zennaro

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Andrea Zennaro, laureato in Filosofia politica e appassionato di Storia, è attualmente fotografo e artista di strada. Scrive per passione e pubblica con frequenza su testate giornalistiche online legate al mondo femminista e anticapitalista.

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