La donna greca. Le filosofe 

Poete a parte, le donne colte, nella Grecia antica, sono per lo più cortigiane, e come tali sono viste con sospetto dai contemporanei. Tra i benpensanti dell’Atene del V e IV secolo i filosofi sono ritenuti quasi degli imbroglioni: figuriamoci le donne-filosofe! La filosofia accademica è una roccaforte maschile. 

Le prime filosofe della storia compaiono nell’ambito della scuola che Pitagora fonda a Crotone intorno al 530 a.C.. Una leggenda narra che Temistoclea, sacerdotessa del dio Apollo a Delfi, baciò Pitagora trasmettendogli, per volere della stessa divinità, dei poteri eccezionali, come il dono della guarigione dalle malattie.

La scuola pitagorica, nata a Crotone e poi approdata anche a Reggio, è affollata di ragazze, una trentina. Una così massiccia presenza femminile è dovuta al fatto che nella Magna Grecia del VI secolo a.C. le donne, sposate o cortigiane, godono di una condizione privilegiata rispetto a tutte le altre del mondo antico, poiché non è precluso loro il sapere mentre sono anche ottime madri di famiglia. Alla base del pensiero pitagorico vi è poi il principio meritocratico per cui la cultura e la filosofia, la scienza e la matematica, sono patrimonio di tutti, indipendentemente dal sesso.

Il filosofo Giamblico (251-325 d.C.), nella sua Vita pitagorica, menziona ben diciassette discepole che fanno di Crotone un fiorentissimo vivaio di sapienza al femminile. Ma le pitagoriche (tra maritate, vergini e cortigiane) sono decine e decine, se non centinaia, se Filocoro di Atene riempie di esse un intero volume.

La prima è la moglie stessa del filosofo, Theano di Crotone, eruditissima, cosmologa, matematica, astronoma, studiosa di fisiologia ed eccellente guaritrice, emblema di donna sapiente e intelligente, e nello stesso tempo fedele e ligia ai suoi doveri di moglie e di madre. In una delle lettere autentiche Theano spiega che il numero è il mezzo e non il fine per comprendere il cosmo. «Ho sentito dire che un gran numero di Greci credeva che Pitagora avesse detto che tutto nasceva dal numero. Ma questa affermazione ci lascia dubbiosi, in che modo è possibile che cose che non sono, generino. Egli ha detto non che tutto nasceva dal Numero, ma tutto era stato formato conformemente al Numero, poiché nel Numero risiede l’ordine essenziale, attraverso la comunicazione di questo ordine anche quelle cose che non possono essere numerate sono collocate come prime, seconde, così via». 

Theano

Nelle sue tre lettere ritenute autentiche (mentre altre sei potrebbero essere state scritte da altre pitagoriche) indirizzate ad alcune amiche spicca l’ideale pitagorico della giusta misura tra eccessi e difetti in un corredo di osservazioni, consigli e precetti sui rapporti all’interno della coppia, sull’educazione dei figli e sul comportamento da tenere con la servitù.

Sono memorabili alcune sue riflessioni di carattere morale. Nella lettera ad Eubula, a proposito dell’educazione della prole, la rimprovera di essere stata troppo indulgente con i figli facendo loro un danno; al contrario, è necessario abituarli ai dolori e alle difficoltà: «Studiamoci, amica, a far sì che l’educazione dei nostri più cari non degeneri in corruzione; ed è vera corruzione della loro natura il lasciare che in essi l’animo e il corpo si pieghino a seconda dei sensuali diletti, sicché l’uno riesca da ogni fatica aborrente, e l’altro molle e morbosamente irritabile. Siano piuttosto i tuoi figli fin dai primi anni rigidamente allevati, sebbene ne venga loro qualche sensazione di dolore; non diventino servi delle loro passioni, ma ammirino quelle cose su tutte, in cui siano veramente riunite bellezza e bontà, ed apprendano ad acquistarsele, anche col sacrificio dei loro piaceri. Considera che da snervati giovanetti non uomini usciranno, ma schiavi; e perciò abituali ad austera disciplina, a sopportare fame e sete, gelo e ardore, e a contenersi modesti e gentili, non meno verso i compagni che verso i superiori, perché solo dall’essere stata in tali abiti esercitata si fa l’anima forte e virile».

Nella lettera a Nicostrata, che si lamenta perché il marito ha un’amante, Theano le consiglia di sopportarlo pazientemente, congetturando che egli si reca dall’amante solo per soddisfare i desideri carnali, mentre lei, la moglie, resta la donna della sua vita. In definitiva, un saggio consiglio: «Se egli soffre nella sua reputazione, gli altri faranno soffrire anche te; se agisce contro il suo interesse, il tuo, essendo unito al suo, non potrà uscirne illeso: da tutto questo dovresti imparare questa lezione, che punendo lui punisci anche te stessa». 

A Callisto, poi, Theano consiglia di trattare con maggiore umanità i servi perché sono esseri umani: «Agisci in modo tale che tu imiti quegli strumenti che si deteriorano quando non sono usati e che si spezzano quando sono usati troppo spesso».
Diogene Laerzio riferisce: «Una volta le domandarono quanto a lungo una donna deve stare lontana dal marito per essere pura, e lei disse che nel momento in cui (la donna) ha appena lasciato lo sposo, è pura; ma non è mai pura se lascia qualcun altro. E raccomandava a una donna che si stava recando dallo sposo, di mettere da parte la sua modestia insieme ai suoi abiti, e che quando l’avesse lasciato, la indossasse nuovamente insieme ai vestiti; e quando le chiese: quali abiti? Theano rispose: quelli che fanno sì che tu sia chiamata donna».

Raffaello Sanzio. Theano, Vaticano, Stanza della Segnatura

Giamblico aggiunge: «È legittimo per una donna sacrificare nel giorno stesso in cui si è alzata dall’abbraccio del suo sposo». Come afferma lei stessa, l’unico dovere di una donna sposata è compiacere il proprio sposo.

Un altro episodio è raccontato da Plutarco: «Theano, avvolgendosi nel suo mantello, lasciò scoperto un braccio. Qualcuno esclamò “è un braccio amabile”. “Non per il pubblico – rispose lei – non solo un braccio di una donna virtuosa, ma anche il suo parlare, non devono essere per il pubblico, e dev’essere modesta e curarsi di non dire nulla che possa essere ascoltato dagli estranei, poiché nei suoi discorsi possono essere intesi i suoi sentimenti, il carattere e la disposizione». E ancora: «Se l’anima non fosse immortale, la vita sarebbe davvero una festa per i malvagi che muoiono dopo aver vissuto una vita corrotta».

Da Theano Pitagora ha tre figlie, tutte filosofe, Myia, Damo e Arignote, e due figli, Telauges e Mnesarchus.

A Damo, vissuta a Crotone tra il 535 e il 475 a.C., il padre affida i suoi scritti in punto di morte ed è lei a guidare la scuola dopo la sua scomparsa. Secondo il racconto di Giamblico, «l’incaricò di non divulgarli a nessuno che fosse al di fuori della sua casa. E lei, sebbene avrebbe potuto vendere i suoi discorsi per molto denaro, non li abbandonò, poiché giudicò la povertà e l’obbedienza ai comandi di suo padre più preziosi dell’oro. Si dice che anche Damo, quando morì diede lo stesso incarico alla figlia Bistala».

Di Myia, moglie del famoso atleta Milone di Crotone, rimane una lettera, indirizzata a una certa Phyllis, ricca di consigli sulla scelta di una buona nutrice, ispirati ai principi di armonia e di moderazione tipici del pitagorismo.

«Myia a Phyllis: salve. Poiché sei appena diventata madre, ti offro questo consiglio. Scegli una nutrice che sia ben disposta e pulita, che sia modesta e che non dorma né beva troppo. Una tale donna sarà la migliore nel giudicare come allevare il tuo bambino in una maniera appropriata alla sua posizione di uomo libero, a patto, ovviamente, che abbia abbastanza latte per nutrire un bambino, e che non sia facilmente sopraffatta dalle richieste del marito di dividere il suo letto. Una nutrice ha un grande ruolo in ciò che viene per primo ed è una “prefazione” all’intera vita del bambino, l’essere nutrito per crescere bene. Che gli offra il seno e il nutrimento, non in ogni momento, ma secondo giusta misura. Così guiderà il bambino alla salute. Non deve riposarsi quando desidera dormire, ma quando il bambino desidera riposare; non sarà un piccolo conforto per il neonato. Che non sia irascibile o loquace o indiscriminata nel mangiare, ma ordinata e temperata e, se è possibile, non straniera ma greca. È meglio mettere a dormire il bambino quando è stato adeguatamente nutrito con il latte, perché allora il dormire è dolce per lui, e tale nutrimento è facile da digerire. Se gli dai altri cibi, che siano il più leggeri possibile. Evita il vino, a causa del suo forte effetto, oppure aggiungilo qualche volta mescolato con il latte. Non lavare continuamente il bambino. Lavarlo non troppo spesso, a media temperatura, è la cosa migliore. Inoltre, l’aria deve avere una giusta misura di caldo e freddo, e la casa non dev’essere né piena di correnti d’aria né troppo chiusa. L’acqua non dev’essere né calda né fredda, e le lenzuola non devono essere ruvide ma piacevoli per la pelle. In tutte le cose, la natura desidera ciò che è appropriato, non ciò che è stravagante. Queste sono le cose che mi sembrava utile scriverti al momento: le mie speranze sull’allevamento secondo la norma. Con l’aiuto del dio, ti daremo utili e appropriati consigli sull’allevamento del bambino, ancora in seguito».

Myia è apprezzata per la sua eleganza e la raffinatezza della sua casa, chiamata “il Museo”. Prima di sposarsi fa da guida alle ragazze vergini, dopo il matrimonio guida le donne sposate come lei.

L’altra figlia di Pitagora e Theano, Arignote, vissuta nel V secolo a.C., insegna la dottrina paterna ad altre donne. Non ci resta quasi nulla delle importanti opere filosofiche che le vengono attribuite.

Secondo Phintys di Crotone, la discepola più devota alla figura di Pitagora, la virtù propria di una donna è la moderazione. Alcuni compiti come comandare gli eserciti e convocare le assemblee spettano agli uomini, altri come la cura dei figli e della casa alle donne, ma la filosofia non conosce distinzione di sesso. Comuni a uomini e donne sono valori come coraggio, giustizia, moderazione, salute, forza, bellezza e delicatezza. È opportuno che le donne adottino in tutto, incluso l’aspetto esteriore, il criterio della giusta misura: vestire di bianco, evitando abiti trasparenti o dai colori vivaci e appariscenti, fare un uso moderato di belletti, ornamenti e gioielli. Così non susciteranno la gelosia delle altre donne né offenderanno quelle più povere, e ci sarà concordia nella città.

Timica di Sparta, che Giamblico colloca al primo posto «tra le più importanti donne pitagoriche», moglie del filosofo Millia di Crotone, attiva nel IV secolo a.C., è una donna così coraggiosa che per non divulgare i segreti della propria setta (nel suo caso perché i pitagorici che erano con lei si fossero fermati davanti a un campo di fave senza attraversarlo), pur essendo incinta e separata dal marito, affronta con tempra eroica ogni genere di tortura, si morde con forza la lingua e la sputa ai piedi del tiranno Dionisio di Siracusa. 

Melissa di Samo scrive un trattato filosofico in forma di lettera, indirizzata a Cleareta, per darle consigli molto simili a quelli dati da Pitagora alle donne di Crotone: le suggerisce di vestirsi sempre con modestia e di cercare di far felice lo sposo e nessun altro. «La donna deve confidare nella bellezza e ricchezza della sua anima piuttosto che nella sua apparenza poiché invidia e malattia rimuovono queste ultime, ma le prime perdurano fino alla morte».

Di Esara, nata a Grumentum e vissuta a Crotone tra il VI e il V secolo a.C., ci resta un frammento della sua opera Sull’anima dell’uomo: «Non solo l’anima è composta da molte parti dissimili fra loro, queste essendo state create in conformità al tutto e complete, ma in aggiunta queste non sono disposte a casaccio e in ordine sparso, ma in accordo con l’attenzione razionale. Poiché se avessero un’uguale parte di potere e onore, sebbene fra loro diseguali – alcune inferiori, alcune migliori, altre nel mezzo – l’associazione delle parti nell’anima non avrebbe funzionato bene. Oppure, anche se non avessero avuto una parte uguale, ma la peggiore piuttosto che la migliore avesse avuto la parte più grande, ci sarebbe stata grande follia e disordine nell’anima. E anche se la migliore avesse avuto la parte maggiore e la peggiore la minore, ma ciascuna di esse non nella proporzione adeguata, non ci sarebbero state unanimità e amicizia e giustizia nell’anima, poiché quando ciascuna è sistemata in accordo con la giusta proporzione, questo tipo di disposizione io chiamo giustizia. Quindi, una certa unanimità e accordo nel sentire accompagnano una tale disposizione. Tale potrebbe essere giustamente chiamato buon ordine che, grazie al governo della parte migliore e all’essere governato della parte inferiore, aggiunge la forza della virtù a sé stesso. Amicizia, amore e gentilezza, affini e gentili, sorgeranno da queste parti. Perché la mente che ispeziona tutto da vicino persuade, il desiderio ama, e lo spirito è colmato di forza; un tempo ribolliva d’odio, poi diventa amico del desiderio. La mente, avendo mescolato il piacevole con il doloroso, mescolando anche il teso e il robusto con il leggero e il rilassato delle porzioni dell’anima, ogni parte è distribuita in accordo con il compito affine e appropriato verso ogni cosa: la mente da vicino ispeziona e indaga le cose, lo spirito aggiunge impetuosità e forza a ciò che è indagato, e il desiderio, essendo simile all’affetto, si adatta alla mente, preservando il piacere come suo proprio e lasciando ciò che è da pensare alla parte pensante dell’anima. Grazie a ciò, la vita migliore per l’uomo mi sembra essere quando il piacevole viene mescolato con la serietà, e il piacere con la virtù. La mente è capace di fare queste cose, divenendo amorevole attraverso l’educazione sistematica e la virtù».

Le altre filosofe di cui Giamblico riporta i nomi sono Filtide, figlia di Teofrio di Crotone e sorella di Bindaco; Occelo ed Eccelo; Chilonide, figlia di Chilone spartano; Cratesiclea, della Laconia, moglie dello spartano Cleanore; Lastenia, arcade; Abrotelea, figlia di Abrotele di Taranto; Echecratia di Fliunte; Tirsenide di Sibari; Pisirrode di Taranto; Teadusa, della Laconia; Boio e Babelica, entrambe di Argo; Cleecma, sorella dello spartano Autocarida. Infine c’è una Theano, che va sposa a Brontino di Metaponto, da non confondersi con l’omonima moglie di Pitagora.

Scarne sono le notizie relative a Tolemaide di Cirene, vissuta nel III secolo a.C., tardiva allieva della scuola pitagorica. Porfirio nei suoi Commenti sugli armonici di Tolomeo cita alcune sue opere sulla musica.

All’ombra del Partenone, anche nell’età più florida, la condizione femminile è tutt’altro che rosea. In genere, la donna vive in casa all’ombra del marito, reclusa nel gineceo e del tutto esclusa dalla vita pubblica. Le poche che si intendono di filosofia sono per lo più mogli dei seguaci di una scuola e le cortigiane. Donne libere e indipendenti e raffinate dame di compagnia, le etére sono abbastanza istruite, cantano, suonano e hanno notevoli capacità intellettuali, quindi sono abili anche nel trattare temi filosofici.

Erma marmorea nei Musei Vaticani con l’iscrizione del nome di Aspasia sulla base.
Scoperta nel 1777, questa erma marmorea è una copia romana di un originale del V secolo a.C.

La più famosa, apprezzata per la sua abilità oratoria, è una “straniera”, Aspasia (470-400 circa), che a vent’anni dalla natia Mileto si trasferisce ad Atene, diventa amante di Pericle ed è menzionata, tra l’altro, da Platone, Aristofane e Senofonte. Secondo Plutarco, la sua casa diventa il centro della vita letteraria e filosofica nell’Atene del V secolo, frequentata dai più noti scrittori e pensatori, tra i quali Socrate che, affascinato dalla sua intelligenza, raccomanda ai propri discepoli di studiare con lei, maestra di cultura e di saggezza. Aspasia, che nei discorsi rivendica la dignità delle donne, resta un faro e un’icona intellettuale nel panorama ateniese, mentre indica una nuova strada da percorrere alle donne del suo tempo, preparandole a un ruolo attivo nella vita pubblica della città. 

Aspasia conversa con Alcibiade e Socrate, dipinto di Nicolas André Monsiau

Tra coloro che scelgono la filosofia come compagna di vita una delle più ragguardevoli è Diotima la socratica, sacerdotessa di Mantinea, così famosa da ispirare Platone. In un dialogo del grande filosofo, il Simposio (201-212 a.C.), Diotima discute con il Maestro e lo contesta su temi fondamentali come l’amore e l’eros. Secondo lei «Amore non è bello né buono», ma essere non-bello non significa necessariamente essere brutto. “Bello” e “brutto” sono contrari tra loro, ma non contraddittori. Mentre non si può essere contemporaneamente belli e non belli senza violare il principio di non contraddizione, è invece possibile essere allo stesso tempo non-belli e non-brutti. Fra il bello e il brutto, considerati due estremi, c’è una gradazione: chi è brutto non è bello e chi è bello non è brutto, ma il non-bello non implica necessariamente il brutto: potrebbe infatti situarsi in un grado intermedio, diverso da quello, estremo, della bruttezza. Allo stesso modo, secondo la logica di Diotima «chi non è sapiente non è ignorante. C’è una via di mezzo tra sapienza e ignoranza: l’opinione corretta, che non è scienza, perché chi la professa non è in grado di darne ragione, ma neppure ignoranza perché s’imbatte in ciò che è. Similmente, Eros non è né bello né brutto, né buono né cattivo, ma sta in mezzo ai due estremi. “Eppure” – obietta Socrate – “tutti dicono che sia un gran dio”. “Tutti chi?” – risponde Diotima –”quelli che non sanno o quelli che sanno?” “Proprio tutti” – risponde Socrate. “Ma – gli spiega Diotima – se riteniamo che gli dei sono felici e belli, e che la felicità consiste nel possedere cose belle e buone, allora Eros non può essere un dio, perché, desiderandole, manca di bellezza e di bontà e, a differenza degli dei, non è né bello né felice».

Socrate e uno dei suoi studenti stanno parlando con Diotima, di Franz Caucig (1810 ca.) 

Proseguendo nella sua stringata confutazione, Diotima ritiene Eros né un dio né un mortale, ma un grande demone, inteso alla maniera classica come un’entità divina inferiore, e ne spiega l’origine. Alla festa per la nascita di Afrodite, Penìa (Povertà), che chiede l’elemosina al banchetto degli dei, approfitta di Pòros (Espediente) ubriaco, per concepire un figlio con lui, Eros, appunto, un essere intermedio tra il divino e l’umano, né mortale né immortale, né sapiente né ignorante, metà mago e metà filosofo, dotato per questo di qualità positive e negative. «Chi sono dunque” – chiede Socrate – “quelli che amano la sapienza se non sono né sapienti né ignoranti?”. “Sono” – risponde Diotima – “quelli che si trovano a metà strada fa le due: e fra di loro c’è Eros”». Con il suo incalzante ragionamento, Diotima fa notare a Socrate di cadere nello stesso equivoco nel quale cadono tutti o quasi tutti gli uomini che attribuiscono ad Eros qualità che non ha e vedono in Amore solo l’aspetto più bello, identificandolo con l’amato (il lato passivo dell’amore, che è perfetto e compiuto) e non con l’amante (il lato attivo dell’amore). 

Ma qual è la molla che spinge l’amante verso l’amato? L’attrazione della bellezza fisica, certamente, purché sia considerata solo uno stadio di passaggio, non fine a sé stessa. Chi è attratto dalla donna cerca la felicità nella discendenza della prole e nella continuità, ma chi è fertile nell’anima cerca un’anima bella a cui unire la propria, e può creare con questa una comunione più profonda di quella che si può avere con i figli. Su questo piano chi ama riesce «a capire che tutto il bello che riguarda il corpo è cosa ben da poco».

L’amore, nella prospettiva di Diotima, è il desiderio di procreare nel bello secondo il corpo e secondo l’anima. Il concepimento è generazione e procreazione nel bello, volta a soddisfare il desiderio d’immortalità che si persegue nella continuità della specie. Da dove nasce la disposizione naturale verso l’eros? Dalla considerazione, spiega Diotima, che gli esseri umani possono partecipare dell’immortalità solo se lasciano in eredità qualcosa che li sostituisca, i figli, la discendenza. Mentre gli dei sono eterni e immutabili, i mortali sono continuamente in fieri, cioè in divenire, per lasciare una traccia di sé e non morire del tutto.

La poetessa Jadwiga Łuszczewska, che utilizzava il nome d’arte Diotima,
in posa come l’antica veggente in un dipinto del 1855 di Józef Simmler

Diotima illustra poi a Socrate che il passaggio dal lato femminile dell’eros all’eros filosofico si compie attraverso un processo dal particolare verso l’universale, articolato in diversi gradi: amare un bel corpo, che diventi fonte di ispirazione per bei ragionamenti; capire che la bellezza di un singolo corpo è sorella di quella di qualsiasi altro e che la bellezza è unica e identica in tutti i corpi, amare quindi ogni bel corpo e non un corpo solo; elevarsi dalla bellezza del corpo alla contemplazione della bellezza dell’anima, poiché l’esteriorità è inferiore all’interiorità; scoprire la bellezza delle istituzioni e delle norme politiche e sociali; infine, partorire belle idee e nozioni, trasmutando il gran mare del bello in un copioso amore di sapienza (philosophia) e comprendere quell’unica scienza che ha per oggetto tale bello.

Il percorso corretto, cominciando dalle cose belle, spinge a salire sempre più in alto, quasi usandole come gradini, fino a giungere alla conoscenza di ciò che è il bello in sé, il Bello supremo. È, dunque, un processo ascensivo dal sensibile all’intelligibile, dall’esperienza al concetto, dal contingente al necessario, dal divenire all’essere, dal tempo all’eterno, dalla caducità all’immortalità. Chi riesce a contemplare ordinatamente e correttamente ciò che è bello, giunto alla mèta (telos), si troverà davanti agli occhi non qualcosa di opinabile e mutevole, bello rispetto a una cosa e brutto rispetto a un’altra, ora bello ora brutto, cioè bello per alcuni e brutto per altri, bensì il “bello” assoluto, la bellezza in sé e per sé.

Particolare di un dipinto murale raffigurante la filosofa cinica Hipparchia di Maroneia.
Dal giardino di Villa Farnesina, Museo delle Terme, Roma

Lo storico Diogene Laerzio nelle sue Vite dei filosofi ricorda Ipparchia la cinica, attiva verso il 325 a.C., paragonata addirittura a Platone per la grande cultura filosofica e la finezza del ragionamento. 
Nata da una famiglia di buona condizione a Maronia, località molto vicina all’attuale Tracia orientale, la giovane, sorella del cinico Metrocle, si trasferisce con la famiglia ad Atene.
A Teodoro, che la rimprovera per aver abbandonato i lavori al telaio, risponde: «Io, Ipparchia, non scelsi opere di donne dalle ampie vesti, ma la dura vita dei cinici, non ebbi scialli ornati di fibbie, né alte calzature orientali, né retìne splendenti nei capelli, ma una bisaccia col bastone, compagna di viaggio e adatta alla mia vita, e una coperta per giaciglio». 

Sappiamo che è autrice di trattati filosofici e di alcune lettere indirizzate a Teodoro l’ateo, ma nulla ci è pervenuto.

Nell’Atene del V secolo vive Perictione, o Perittionemadre del filosofo Platone e discendente del legislatore Solone. Ci sono giunti alcuni frammenti di due opere intitolate Sull’armonia delle donne e Sulla saggezza delle quali però non è con certezza l’autrice. I due lavori, appartenenti alla cosiddetta letteratura della scuola pitagorica, poiché non sono stati scritti nello stesso periodo, sono attribuiti a due persone diverse, entrambe di nome Perictione. 

Sull’armonia delle donne, scritta in greco ionico e datata fra il IV e il III sec. a.C., tratta del matrimonio e dei doveri femminili nei confronti del marito. Le donne sono esortate a essere pie, devote e obbedienti ai genitori: bisogna sempre parlarne in modo rispettoso e non abbandonarli mai nella buona come nella cattiva sorte. Se una donna non adempie ai sacrosanti doveri verso il padre e la madre, per la sua empietà sarà punita in questa vita e in quella futura. «Colui che disprezza i suoi genitori sarà, sia fra i vivi che fra i morti, condannato per i suoi crimini dagli Dei, sarà odiato dagli uomini e, sotto la terra, sarà, insieme con gli empi, eternamente punito in quello stesso luogo dalla Giustizia e dagli Dei sotterranei. I genitori sono una cosa divina e bella, e aver cura di loro procura una tale gioia che nemmeno la vista del sole né di tutte le stelle che danzano nei cieli luminosi ne può procurare una simile, e nemmeno qualsiasi altro spettacolo più grande di questo».

Si legge inoltre: «È necessario che una donna possegga a sufficienza armonia piena di prudenza e temperanza. La sua anima sia incline all’acquisizione della virtù, così che ella sia giusta, coraggiosa e prudente, e possa essere adornata dalla frugalità, e odi la vanagloria. Grazie al possesso di queste virtù, agirà in modo degno quando sarà sposata, verso sé stessa, lo sposo, i figli e la sua famiglia. Spesso accadrà anche che una simile donna agisca in modo bellissimo nei confronti delle città, se accade che governi su tali città o nazioni, come vediamo a volte nel caso dei regni».
Agli stessi princìpi deve conformarsi il rapporto con il proprio partner:

«in compagnia del suo sposo, ella vivrà in conformità alle opinioni di una vita in comune con lui; si adatterà ai parenti e agli amici che stimano il suo sposo e considererà come dolci e amare le stesse cose che tali giudica suo marito».

Il trattato Sulla saggezza, scritto in greco dorico probabilmente fra il III e il II secolo a.C., consacra il modello di donna perfetta: giusta, coraggiosa, prudente, virtuosa, ha una condotta di vita dignitosa e irreprensibile improntata al rispetto di sé stessa, del marito, dei figli, della casa, della città e della patria. La donna esemplare, annullando passioni e desideri, mettendo a tacere istinti, pulsioni e tensioni, è moderata in tutto, nell’alimentazione come nella cura del corpo: evita abiti succinti e lascivi, le vesti troppo lussuose, l’oro e le pietre preziose, gli oli, i profumi e gli unguenti costosi e raffinati, gli ornamenti per capelli e i cosmetici per il viso. È la temperanza, unita alla modestia, che fa veramente bella una donna.
Nel IV secolo a.C. si ricorda Arete di Cirene, figlia di Aristippo, amico e discepolo di Socrate, e madre di Aristippo il Giovane. Studia come allieva di Platone alla scuola filosofica di Cirene fondata dal padre; dopo aver insegnato per trentacinque anni, alla morte del genitore gli succede nella direzione della scuola, come già avvenuto con Theano e la figlia Damo dopo la scomparsa di Pitagora. Specializzata in filosofia morale, scrive quaranta libri (andati perduti) e ispira con la sua dottrina centodieci filosofi uomini. Sul suo epitaffio leggiamo: «Fu lo splendore della Grecia, ebbe la bellezza di Elena, la virtù di Penelope, la penna di Aristippo, l’anima di Socrate e la lingua di Omero».

Anche con il passare dei secoli, secondo gli schemi di pensiero greci, la donna che si occupa di filosofia continua ad essere associata immediatamente all’immagine di una prostituta, o comunque è ritenuta una persona immorale, impura e libertina, un po’ come il pregiudizio che pesa oggi su chi esercita il mestiere di spogliarellista o di soubrette. Non v’è dubbio che le donne che parlano e scrivono di temi filosofici sono libere, autonome, indipendenti e sufficientemente emancipate. Ma, poiché nel mondo antico, secondo un metro di valutazione moraleggiante e misogino, la donna è vista essenzialmente come una creatura erotica nella quale la sessualità e la procreazione hanno un valore prevalente, è facile capire perché la filosofia, come tutto ciò che esce da bocca femminile, è considerata materia audace e provocatoria. 

Nel giardino di Epicuro, aperto a uomini e donne, alcune allieve diventano molto famose, come Temista di Lampsaco (III secolo a.C.), moglie di Leonteo, e l’etéra Leonzia (o Leontina), compagna del celebre Metrodoro di Lampsaco. Donna di grandissima cultura, Leonzia osa scrivere un testo polemico contro Teofrasto, il successore di Aristotele alla guida del Liceo. 

Nel III secolo a.C. allieva di Epicuro e sorella di Metrodoro è Batis di Lampsaco. Quando le muore il figlio, Metrodoro la consola affermando che «tutto il bene dei mortali è mortale» e che «c’è un certo piacere affine alla tristezza, e una persona dovrebbe dare ad esso la caccia in momenti come questi». Lo stesso Epicuro, alla morte di Metrodoro avvenuta nel 277 a.C., scrive una lettera a Batis. Nei papiri di Ercolano sono stati rinvenuti alcuni frammenti di lettere che potrebbero essere stati composti proprio da Batis.

Dopo qualche tempo, troviamo Timossena, moglie del grande storico Plutarco, che vive a cavallo tra I e II secolo d.C. È lui a dirci che la moglie è autrice di un trattato filosofico: il Peri philokosmias.

All’incirca nello stesso periodo, Pamphila di Epidauro è una storica e filosofa di origine egiziana, autrice di una monumentale ricerca storiografica, oltre a un trattato dal titolo Peri aphrodision (Sulle cose d’amore); si tratta di manuali erotici che si diffondono nel mondo greco, specialmente in epoca ellenistica, e tra la fine del I secolo a.C. e il II secolo d.C. arrivano fino a Roma. Di questa produzione letteraria non ci è pervenuto nulla, tranne i nomi di alcune coraggiose autrici. Filenide di Samo è l’unica di cui ci siano giunti brevi frammenti papiracei del suo manuale del sesso, in cui descrive minuziosamente le varie posizioni: «Ora, il seduttore deve trovare la donna disordinata e spettinata, in modo che non sembri che la donna sia un uomo che si prende molti problemi…». Del suo trattato fanno menzione parecchi autori di indiscussa autorità, il che autorizza a pensare che passasse di mano in mano a quell’epoca.

All’egiziana Elefantide, che si rifà ad Astyanassa (prima al mondo a scrivere un libro sulle posizioni del coito), la tradizione attribuisce vari libri erotici, una sorta di kamasutra d’Occidente in cui lei, una donna, insegnerebbe esplicitamente l’arte del sesso (il condizionale è d’obbligo poiché non abbiamo niente fra le mani). 

Ma d’altra parte le donne, filosofe o no, non finiranno mai di stupirci …

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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