La regina Mirabai e il Vaishnava Padavali

Mirabai (1498-1546 circa) fu una principessa, poeta e mistica vaishnava, del periodo Moghul. Nobile e aristocratica, dopo aver perso la madre in giovane età fu allevata dal nonno vishnuita, che le permise di continuare a istruirsi, facendole studiare lettere classiche e musica. Sposò un giovane principe che morì prematuramente, ma lei si rifiutò di seguirlo nel tradizionale rito Sati che forzava le vedove a immolarsi sulla pira funebre. Gli succedette poi al trono il cognato Rana Sanga, che morì anch’egli; preso allora il potere dal figlio, acerrimo nemico di Mirabai, lei fu costretta ad abbandonare il palazzo e divenne così un’asceta itinerante. 
Fin da piccolissima aveva praticato lo yoga della devozione bhakti e quando nel suo viaggio a Vrndavana incontrò Shri Jiva Gosvami (1513-1598), seguace del santo bengalese Caitanya Mahaprabhu (1486-1533) sentì forte il desiderio di parlargli e d’incontrarlo; questa una sua poesia, ovviamente tradotta dal bengalese: 

Non riceviamo una vita umana 
solo chiedendola. 
La nascita umana 
è il riconoscimento per i buoni 
nella precedente nascita. 
La vita cresce e svanisce impercettibilmente, 
e non resta più nulla. 
Le foglie che sono cadute 
non ritornano ai rami. 
Ecco il Mare della Trasmigrazione. 
Con la sua rapida, irresistibile marea. 
O Lal Giridhari, O pilota della mia anima, 
Rapidamente conduci la mia nave nell’altra costa. 
Mira, la servitrice di Lal Giridhari. 
Dichiara: «La vita dura solo pochi giorni». 

Raffigurazione dello Jauhar (donne in alto a destra), mentre gli uomini (in basso al centro) combattono con armi, cocchi e cavalli

Infine Mira giunse a Dvaraka e prese rifugio nel tempio di Ranachor. La sua vita non era ancora libera però dalle influenze della corte di Rajput, dove si svolgevano intense lotte intestine per governare. Le battaglie contro gli invasori costrinsero molte donne allo Jauhar (da jau vita e har sconfitta), suicidio di massa che si pratica bruciandosi con le fiamme dell’altare comune. Con una missiva degli ambasciatori, i dignitari di corte cercarono di convincere Mirabai a tornare a casa, ma lei si rifiutò e si immerse in una profonda meditazione finché, come dice la leggenda, sparì nell’idolo del tempio e di lei rimase solo il sari che la avvolgeva. 

La pratica dello Jauhar in Rajput (India) era originariamente legata solo ai membri della famiglia reale, poi passò a indicare il suicidio di massa per sfuggire al disonore della cattura da parte dei nemici. Quando la presa del loro villaggio o città era ormai certa, le donne indossavano i loro abiti da sposa, abbracciavano i figli, e si immolavano su pire infuocate, mentre gli uomini si lanciavano nel combattimento a cavallo, lottando fino alla morte, e i bramini cantavano gli inni sacri. Similmente era quanto avveniva anche nell’antica Roma con la pratica rituale della Devotio, in cui un comandante o dei soldati si immolavano alla divinità per ottenere la salvezza dello spirito. 

Mirabai fu una delle più famose poete vaishnava, devota di Krishna e scrisse più di mille trecento poemi o bhajan, canzoni sacre espresse con grande intensità e fervore spirituale: 

Quando il mondo intero 
resta nel sonno, caro amore, 
Io rimango vigile, ricettiva. 
In un glorioso palazzo di piacere, 
estraniata, siedo consapevolmente 
e vedo una ragazza abbandonata, 
con una ghirlanda di lacrime attorno al collo, 
che attraversa la notte 
contando le stelle, 
contando le ore 
per la felicità. 

Statua della divinità chiamata Charbuja, che si trova nel villaggio di Merta nel Rajstan

La sua fama crebbe in tutto il Nord dell’India e le persone semplici videro in lei un’incarnazione di Radharani, l’eterna consorte di Krishna, ma lei si considerava solo una piccola gopi o pastorella Lalita. Risulta da testimonianze che si considerasse discepola di Guru Ravidas, un maestro il quale pare disputasse con Shri Rupa Gosvami sull’uso della fonetica e sull’uso grammaticale delle consonanti a uso dei/delle praticanti di yoga. 
Le canzoni che Mirabai ha scritto, hanno la forma chiamata pada (verso), termine usato per le brevi poesie spirituali, composte in un semplice ritmo con un ritornello ripetuto, collezionato nel suo Padavali. Le versioni esistenti sono in Rahjastani e Braj, dialetto parlato vicino Vrndavana, o miste, tradotte in inglese e hindi. Qui una canzone sua in bengalese (Mangi-Tangi canta Antara Mandire dal testo di Mirabai): 

(1)
antara mandire jāgo jāgo 
mādhava kṛṣṇa gopāl 
nava aruṇa sama jāgo hṛdoy mama 
sundara giridhāri lāl 

(2) 
nayane ghanāye betāri bādol 
jāgo jāgo tumi kiśora śyāmol 
śri rādhā priyatama jāgo hṛdoye mama 
jāgo he goṣṭer rākhāl 

(3) 
yaśodā dulāl eso eso nāni chor 
prāṇer devatā eśo he kiśora 
lo’ye rādhā vāme hṛdi vraja dhāme
eso he brajer rākhāl 

Traduzione: 

1) Per favore cresci, per favore cresci nel tempio del mio cuore, O Madhava! O Krsna! O Gopal! Per favore sali, radioso incandescente nelmio cuore come la nuova alba, O bellissimo! O Tesoro Giridhari-Lal! 

2) Lacrime stanno scendendo dai mie occhi come un nubifragio monsonico! Per favore cresci, O giovane Kisora! O scuro Syamal! O amato di Srimati Radharani! Per favore cresci nel mio cuore! Per favore cresci, O manutentrice dei bovari! 

3) O tesoro di Yasoda! Vieni, per favore vieni, O ladro di burro! O Signore della mia vita! Per favore vieni, O giovane ragazzo! Portando Radha con te alla Tua sinistra, nel regno di Vraja nel mio cuore, per favore vieni O protettore di Vraja! 

Il movimento Vaishnava Padavali si riferisce al periodo medievale della letteratura bengalese che va dal quindicesimo al diciassettesimo secolo, contraddistinto da un fiorire della poesia vaishnava che racconta in versi la storia di Radha-Krishna. Il termine padavali (collezione di versi) viene dal sanscrito e simboleggia la pratica del bhakti yoga come forma personale intensa di devozione senza distinzione di casta. Il movimento si contraddistingue per l’uso di lingue locali (apabhramsha) o derivati invece che l’uso del sanscrito classico, e influenzò coi suoi temi numerosi poeti come il premio nobel Rabindranath Tagore (1861-1941). 

Le rovine del tempio di Merta nel Rajstan

Mirabai viene ricordata come la regina di Chittorgah e la principessa di Merta, piccolo regno tra Jaipur e Jodhpur. Da piccola guardava suo nonno offrire il latte alla divinità di Charbuja. Questa divinità, alta 85 centimetri, ha quattro braccia ed è considerata miracolosa. Si trova nel tempio del villaggio di Badri risalente al 1444 a.C. fatto di specchi e marmo. Una volta le finestre interne erano dorate e quelle esterne argentate. All’ingresso si trovano ancora oggi pietre a forma d’elefante e ogni anno ci sono speciali celebrazioni, per onorare la sua memoria è stato costituito uno speciale Istituto di ricerca dedicato a lei e alla sua arte. 

***

Articolo di Nuria Kanzian

Docente di filosofia, amante dello yoga, giornalista freelancer, musicista e scrittrice, ha pubblicato opere di poesie, sceneggiature e saggi filosofici quali Autobiografia e conoscenza del sé e Cosmologia vedica. In qualità di Presidente dell’Associazione Noumeno culture, club di pratiche filosofiche, organizza progetti di formazione nel sociale.

6 commenti

  1. E’ bella Mirabai con le sue parole commoventi sulla fragilita’ della vita e sulla sua volatilita’. Oggi fa riflettere ancora di piu’ visto cio’ che questa giornata dell’11 settembre ricorda…
    Un augurio a tutti di buona vita e buoni pensieri!
    Roberta

    "Mi piace"

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