Fantascienza, un genere (femminile). Octavia Butler

«Potrei scrivere una storia migliore di quella. Così ho spento la TV e ho iniziato a scrivere quella che era in realtà una prima versione di una delle mie storie Patternist».

Ha soltanto dodici anni Octavia Butler quando assiste alla proiezione televisiva di Devil Girl from Mars di David MacDonald, pellicola fantascientifica del 1954 tanto improbabile da diventare cult, e decide che sarà autrice di science fiction, la prima donna nera in questo ambito. L’aneddoto è narrato da Butler in una delle conversazioni raccolte nel volume a cura di Larry McCaffery e Jim McMenamin, pubblicato postumo nel 2010. Nel film, la protagonista Nyah – la ragazza diabolica, un’algida Patricia Laffan rivestita di vinile – è inviata sulla Terra per prelevare uomini a fini riproduttivi, dopo che una guerra tra i sessi ha annientato tutti i maschi di Marte: un tema che riappare poi, rovesciato e rinnovato, nell’opera della scrittrice.

Fotogramma dal film Devil Girl from Mars di David MacDonald (1954)

Octavia Estelle Butler nasce a Pasadena, California, il 22 giugno 1947; la madre Octavia Margaret Guy è domestica, il padre Laurice James Butler è lustrascarpe e muore quando la piccola ha soltanto sette anni. Povera e di colore, timida e affetta da dislessia: l’infanzia non è semplice per Octavia, che si percepisce come «ugly and stupid, clumsy and socially hopeless [brutta e stupida, sgraziata e socialmente senza speranza]» e che tuttavia, con caparbia consapevolezza, decide che sarà scrittrice, a dispetto del fatto che per le persone nere, e per di più per una donna, la via è impervia. Dopo il diploma presso la high school, nel 1965, Butler inizia a frequentare i corsi serali del Pasadena City College (di giorno svolge lavori occasionali per mantenersi) e si avvicina al Black Power Movement. È la metà degli anni Sessanta: il 28 agosto 1963 Martin Luther King, davanti al Lincoln Memorial di Washington, ha pronunciato il celebre discorso I have a dream e non è lontana la rivoluzione planetaria del Sessantotto, anno nel quale l’autrice si laurea in storia, pur dedicandosi per quanto possibile alla narrativa di genere. La svolta avviene nel 1970 grazie ad Harlan Ellison – irrefrenabile autore, antologista e scopritore di talenti in area science fiction – che le suggerisce di partecipare al seminario per scrittrici e scrittori di fantascienza che si tiene annualmente a Clarion, Pennsylvania: l’anno successivo, un suo racconto, Crossover, è pubblicato nell’antologia dei migliori testi redatti durante i laboratori di scrittura del Clarion.

Fotografia scolastica di Octavia Butler, 1962 circa.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens.
Estate of Octavia E. Butler

Negli anni Settanta, Octavia Butler si dedica alla serie dei Patternists, cinque romanzi che andranno a comporre un ciclo il cui ordine non corrisponde a quello di scrittura, con un trait d’union tracciato talvolta in modo convincente, talaltra labile: Patternmaster (1976, non tradotto in italiano, poi ultimo della serie), Mind of my mind (1977, titolo italiano La nuova stirpe, secondo), Survivor (1978, titolo italiano Sopravvissuta, quarto), Wild Seed (1980, titolo italiano Seme selvaggio, primo), Clay’s Ark (1984, titolo italiano Incidente nel deserto, terzo); nel 1979 dà alle stampe Kindred (Legami di sangue), narrazione a sé stante, destinata a grande fortuna.

Nel 1984 giunge la consacrazione con il primo Hugo Award, sezione short story, per Speech sounds (1983, tradotto in italiano con Il suono delle parole) e ancora nel 1985 Hugo e Nebula, nonché Locus Award, sezione novelette, per Bloodchild (1984, letteralmente Figlio di sangue: il titolo italiano Legami di sangue è destinato a generare inopportuna ambiguità con il romanzo Kindred, che pure sarà tradotto e pubblicato nel 1994 come Legami di sangue).

Nella seconda metà degli anni Ottanta, dopo aver compiuto nel 1985 un viaggio di ricerca e documentazione nei siti archeologici della civiltà inca e nella foresta amazzonica, Butler si dedica ad un ulteriore ciclo che porta a compimento, la trilogia Xenogenesis (poi rinominata Lilith’s Brood), nella quale l’ordine di pubblicazione coincide con quello interno: Down (1987, titolo italiano Ultima genesi), Adulthood Rites (1988, titolo italiano Ritorno alla terra) e Imago (1989, mai apparso in Italia).

Gli anni Novanta vedono l’inizio di una nuova serie, quella delle Parables, che hanno per tema centrale la religione laica di Earthseed: Parable of the Sower (1993, La parabola del seminatore) e Parable of the Talents (1998, La parabola dei talenti, che le vale il Nebula Award); ne erano previste altre quattro, mai realizzate. Pur avendo ricevuto nel 1995 una cospicua borsa di studio dalla John D. and Catherine T. MacArthur Foundation – per la prima volta assegnata a un autore o autrice di fantascienza –, per alcuni anni Octavia Butler, in seguito alla morte della madre e vittima della depressione, non scrive; nel 1999 si trasferisce a Lake Park Forest, Washington, in sintonia con l’impegno ambientalista e l’interesse naturalistico maturato negli anni precedenti; nel 2005 esce Fledgling, il suo dodicesimo e ultimo romanzo (ha dato alle stampe soltanto nove racconti).

Il 24 febbraio 2006, per un ictus o per una caduta accidentale, o probabilmente per una combine tra i due eventi, Octavia Butler muore a cinquantotto anni: un cospicuo corpus di dattiloscritti, documenti, lettere, quaderni, fotografie che le sono appartenuti è ora custodito alla Huntington Library di San Marino, California.

Octavia Butler seduta vicino alla sua libreria, 1986, fotografia di Patti Perret.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens. Estate of Octavia E. Butler

La serie Patternists (vocabolo di ardua traducibilità: letteralmente, al singolare, significa ‘modellatore’, ‘artefice’, ‘plasmatore’) si apre con Wild Seed, il romanzo uscito cronologicamente come quarto nel 1980: un romanzo compiuto e maturo, forse il più bello, certo – a parere di chi scrive – il più interessante della serie. In esso sono contenuti i temi cari a Butler, da lei affrontati con originalità, e ricorrenti nella sua produzione: l’ambiguità identitaria, lo schiavismo storico, la discriminazione razziale, il suprematismo maschile; e, ancora, la famiglia queer (al di fuori degli schemi), la simbiosi che diviene risorsa, la necessità della trasformazione, la grande madre nera come cuore della comunità. Il protagonista, Doro, antico nubiano (dunque nero), è maschio e assetato di vita e dominio, capace di veicolarsi da un corpo all’altro attraverso i secoli (e perciò, in teoria, immortale); aspira alla creazione di una razza di creature superiori, dotate di poteri telepatici, su cui eserciterà il pieno controllo per costruire il proprio impero. La sua compagna e a un tempo antagonista è Anyanwu, una shapeshifter (mutaforma) incontrata negli Stati Uniti del XVII secolo, che rappresenta invece l’archetipo femminile della grande madre (nera), in grado di valicare i confini tra umano e animale, di trasformare la materia per sanare ferite e curare malattie, in perenne trasformazione eppure irriducibilmente fedele al proprio io profondo: «costituendo una famiglia, lei era sé stessa». Non una famiglia basata su relazioni biologiche, ma – come afferma Butler in una conversazione – una famiglia che accolga «altri adulti, amici, persone che sono semplicemente venute in casa e sono rimaste».

Sia Doro sia Anyanwu, nel corso della vicenda, assumono l’aspetto di maschi bianchi: il primo fino a rinnegare la propria identità black per adeguarsi a quella più funzionale all’esercizio del potere, la seconda, invece, lasciando trasparire alla propria sposa di pelle chiara, Denice, la donna di colore che è stata e che tornerà a essere dopo una nuova incarnazione, e in questo modo dando vita a un’unione felice e doppiamente trasgressiva, lesbica e interrazziale. Come dimostra la giovane studiosa Jess S. Bennett (nella sua tesi Queer Families in Octavia Butler’s Science Fiction, discussa presso la Middle Tennessee State University nel dicembre 2019 e leggibile in rete all’indirizzo https://jewlscholar.mtsu.edu/bitstream/handle/mtsu/6137/Bennett_mtsu_0170N_11219.pdf?sequence=1&isAllowed=y) Butler scardina costantemente il modello della famiglia tradizionale statunitense – eterosessuale, razzista e sessista – aprendo a famiglie queer, fondate sulla relazione tra pari, sullo scambio, sulla solidarietà: è una maternità accogliente e altruista (memore forse del proprio modello materno e che tuttavia l’autrice nega a sé stessa) quella che si trova nei romanzi di Butler, capace di guardare al bene per i propri figli e figlie e per la comunità intera, di accettare l’altro (anche alieno) e di ibridarsi, fondando una umanità nuova, un mondo nuovo nel quale si possa essere migliori, lasciandosi alle spalle la contraddizione che porterà la nostra specie all’autodistruzione, il conflitto tra istinto di vita e volontà di potenza. Se Anyanwu, pur non condividendone l’agire violento, accetta di unirsi a Doro, è perché questo minaccia di uccidere i figli di lei: vita contro morte, capacità creatrice contro volontà distruttiva, femminile (madre terra) contro maschile (padre divoratore). Jess S. Bennett evidenzia anche il parallelo tra Doro e lo schiavismo praticato negli Stati Uniti prima della Guerra Civile (1861-1865): nonostante la propria origine, l’immortale si rivela affine ai mercanti di schiavi bianchi, che ritenevano donne e uomini neri inferiori e ne violavano i corpi attraverso stupri e accoppiamenti forzati per controllarne la riproduzione e mantenerne il numero. Non così Anyanwu, pure immortale e donna dal corpo ‘magico’ (oggetto di studio di un recente saggio di Nicoletta Vallorani), dotata di compassione ed empatia, adattabilità e trasformazione ai fini di crescita e sviluppo: sono queste le qualità precipue, generatrici di vita della grande madre nera, così come le declina Octavia Butler a partire da Wild Seed.

Mind of my mind (1977) vede la sconfitta e l’annientamento di Doro ad opera della sua discendente Mary: il romanzo è ambientato negli anni Settanta, la contemporaneità di Butler, e rende ragione dell’arroganza di Doro stesso, che si considera non umano, o meglio oltre umano, in una logica che conduce alla disumanizzazione e alla reificazione dell’altro, donna o uomo selezionato e allevato come animale funzionale a fini di potere. Al contrario, è proprio grazie alla rete di telepati che ne costituisce la famiglia non convenzionale che Mary ha ragione di Doro e della sua concezione familiare normativa e suprematista.

Da sinistra: Octavia E. Butler, bozza di lavoro di Kindred (precedentemente intitolato To Keep in All Thy Ways) con note scritte a mano da Butler, 1977 circa; Octavia E. Butler, note sulla scrittura, «Sarò una scrittrice di successo…», 1988; esterno di una busta che Butler ha utilizzato per elencare gli articoli che ha raccolto su clima e ambiente a partire dagli anni Ottanta.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens. Estate of Octavia E. Butler

Clay’s Ark (1984) è un romanzo che esprime pienamente il clima degli anni Ottanta, quando è scritto e stampato (cronologicamente per ultimo all’interno del ciclo dei Patternists): duro, violento, eccessivo al pari di alcuni film splatter di quegli anni, si apre su uno scenario post apocalittico e desolato, con gli States occidentali percorsi da bande di irregolari che attraversano razziando e massacrando le persone malcapitate che si avventurano nella terra di nessuno tra un’enclave urbana e l’altra; si svolge in prevalenza in una comunità arroccata nel deserto californiano (un «piccolo mondo isolato»), che non è ciò che sembra. La narrazione esibisce una struttura sofisticata, che Butler ha già sperimentato in Survivor (cronologicamente precedente ma successivo nell’ordine a posteriori della serie): si alternano passato e presente, con flash back interni alla dimensione temporale del presente, fino allo scioglimento conclusivo, nel quale i due tempi si ricongiungono, rendendo ragione degli eventi; si susseguono inoltre i diversi punti di vista dei personaggi principali, ciascuna, ciascuno dei quali presenta la propria particolare visione degli accadimenti e compie scelte dettate dalla concezione del mondo in cui crede. Eli, il protagonista, rappresenta il legame tra passato e presente, nei quali agisce, ed è il motore della vicenda: si apprende ben presto che è l’unico sopravvissuto di una spedizione spaziale che dal secondo pianeta di Proxima Centauri ha portato sulla terra una malattia sconosciuta, trasmessa da «un organismo extraterrestre», «un simbiotico, non un parassita», che si insedia in ospiti umani, infettandoli senza rimedio, per crescere e moltiplicarsi. Contrariamente alla specie malvagia protagonista del film Alien di Ridley Scott (1979), alle donne (misteriosamente più inclini alla sopravvivenza) e agli uomini che superano la fase critica del contagio, l’organismo alieno dona sensibilità acuta, vigore, lunga vita: a uomini e donne che concepiscono dopo aver contratto il morbo dà figlie e figli mutanti che «non sono umani» eppure rappresentano il futuro dell’umanità, capaci di convivere con il simbiotico che è in loro, accettando la trasformazione e il passaggio verso il non noto. È questa la capacità che si richiede a Blake Maslin – medico vedovo di una donna di colore, già attivista «di cause ormai morte e sepolte: i diritti umani, gli anziani, l’ecologia, l’infanzia abbandonata, i sindacati, il baratro sempre più ampio fra i poveri e ricchi…» – e alle sue figlie gemelle Keira e Rane, che tuttavia non potrebbero essere più diverse. La sorte delle due adolescenti sarà coerente con la capacità di accettazione e cambiamento che sapranno mettere in campo, anche e soprattutto nell’essere madri: e sarà una giovane donna nata dall’unione di un bianco e di una nera, ancora una volta, a traghettare l’umanità verso un futuro incerto, un futuro quale che sia, ma futuro.

Survivor esce nel 1978 ed è il romanzo rinnegato dall’autrice: nel volume Seed to Harvest(stampato postumo nel 2007, raccoglie quattro testi Patternist) non compare per espressa volontà di Butler, che lo aveva definito «my Star Trek novel». In effetti, l’ambientazione e l’intreccio del quarto episodio appaiono più tradizionali rispetto a quelli di altre opere della serie: l’umanità è stata decimata dall’epidemia aliena, la terra è dominata dai telepati – che tuttavia non possono lasciarla –, mentre un piccolo gruppo di coloni, i Missionari, si reca su un pianeta remoto ribattezzato Canaan per rifondarvi la propria comunità, per avere la possibilità di «un nuovo inizio». La nuova terra non è, non può essere, disabitata: e le donne e gli uomini della missione (che tanto ricordano la comunità battista in cui Octavia è cresciuta) negano dignità umana ai nativi, i Kohn, creature che non rispecchiano la «Sacra Immagine» di Dio, che non sono fatte a sua somiglianza. Se all’interno dei Missionari si evidenziano personalità sfumate e complesse (Jules Verrick e sua moglie Neila, per esempio), la divisione tra i due gruppi rivali all’interno dei Kohn è netta: da una parte i Tehnkohn, i goodies, dall’altra i Garkohn, i villains. Il ruolo di mediatrice è assegnato a una donna, Alanna, di origine afroasiatica, già orfana sulla Terra, adottata adolescente dai coniugi Verrick, che le offrono «cibo, riparo, sicurezza» nell’insediamento di Canaan, così come faranno i Tehnkohn, presso i quali vive per due anni, apprendendone la lingua e sperimentando repulsione e attrazione per una specie tanto diversa: «Ora andremo a dimostrarci a vicenda quanto poco contano le nostre differenze», sono le parole che alla giovane rivolge Diut, l’Hao, ovvero la massima autorità del proprio popolo. «Hai le dita troppo lunghe – disse – E troppo snelle. Le unghie sono troppo sottili, troppo deboli. Fai bene a tenerle corte. La mancanza di peli è brutta, da principio… sbagliata, una distorsione di ciò che dovrebbe essere. Ma la distorsione peggiore è il colore. Marrone. Neanche un’ombra di blu». Anche in questo romanzo si alternano memorie soggettive del passato e cronache del presente, attraverso lo sguardo femminile e terrestre di Alanna e quello maschile e alieno di Diut. Alanna, che tenta di aprire alla comprensione e al dialogo Missionari e Tehnkohn, propensi a negare reciprocamente la comune umanità, appartiene a entrambi i popoli, ma corre il rischio di essere rifiutata dall’uno e dall’altro, di apparire in ogni caso traditrice della propria gente, l’antica e la nuova; supera d’un balzo le difficoltà grazie all’istinto, alla capacità di credere nella bellezza dell’incontro, nella forza della maternità, nel miracolo della nascita. È una donna in grado di parlare e mediare, di creare una famiglia queer fondata sull’amore e sul rispetto, di valorizzare ciò che unisce e non ciò che divide: sono gli elementi di originalità di Butler anche in questo romanzo, sulla stessa lunghezza d’onda di The Word for World is Forest di Ursula Le Guin (1976) e, più in generale, del clima di riscoperta e valorizzazione della cultura nativa americana degli anni Settanta.

Octavia Butler fotografata nel 2004 vicino allo scaffale dedicato ai suoi romanzi in una libreria di Seattle (Joshua Trujillo / Associated Press)

Nel 1979 il grande successo di Kindred, concepito come romanzo a sé stante, che unisce viaggio nel tempo, riflessione sullo schiavismo, proposizione di un nuovo modello familiare aperto e inclusivo. Nella lettura delle opere di Octavia Butler (come pure di altre autrici di fantascienza del periodo) il problema principale è proprio questo: si ha la sensazione di leggere sempre lo stesso testo, quasi che il messaggio – certo personalissimo e ‘alto’ – che l’autrice vuole trasmettere sia replicato, rimodulato, declinato secondo variazioni molteplici, per risultare più persuasivo o, forse, per un’urgenza espressiva interiore. Ancora, per quanto Butler sia universalmente riconosciuta come ‘grande’ (e lo è), la percezione come per Joanna Russ è che sia più menzionata che letta e che i suoi romanzi siano più interessanti che emozionanti.

Soltanto nove i racconti che Octavia scrive nella sua carriera, comunque non breve: Speech Sounds (1983) le vale l’Hugo Award ed è effettivamente un racconto molto bello, ambientato anch’esso in una società frantumata e degradata; presenta una protagonista di colore, Valerie Rye, donna non più giovane in passato scrittrice (evidente proiezione di Butler), passaggi di durezza non gratuita, finale inatteso e splendido: alla brutalità nella quale sono regrediti gli umani – i maschi in particolare, che si comportano con violenza ferina – corrisponde la perdita del linguaggio come effetto secondario di «un nuovo virus, qualche agente inquinante, le radiazioni, o la vendetta divina…». Una perdita che genera solitudine, diffidenza e dolore, perché la lingua è una specificità umana di valore inestimabile, che rende possibile la trasmissione della memoria individuale e collettiva; e gli esseri umani, unici tra i primati, sono in grado di produrre qualche decina di fonemi, migliaia di parole, infiniti discorsi dal dolce, bellissimo suono.

«Quei bambini sono come le uova che certe vespe depongono entro il corpo di bruchi vivi»: è in questa affermazione della madre adottiva alla survivor Alanna l’idea centrale del racconto Bloodchild (1984), pure Hugo e in aggiunta Nebula Award. Il tema è declinato compiendo un salto di qualità rispetto all’accogliere in sé un semplice spermatozoo (o equivalente) alieno per dare vita a bimbe e bimbi mutanti, o comunque ‘altri’ (come nel successivo romanzo Down), ma è già presente, seppure in una variante meno cruenta, in Clay’s Ark. Le femmine della razza extraterrestre Tlic (molteplici arti avvolgenti e coda acuminata in grado di dare oblio e piacere), dominante su quella umana, che è fuggita su un pianeta lontano, depongono le proprie uova all’interno preferibilmente di uomini, in subordine di donne, che le ospitano fino allo stadio di larve. La lettura del testo genera orrore e porta a riflettere su come sia possibile concepire la gestazione come vampirizzazione di chi alimenta e nutre l’organismo che nascerà; ma non è solo questo (e neppure l’ennesima variazione sul tema della dialettica servo-padrone): per quanto i vantaggi della divorante simbiosi siano meno espliciti che in altre opere, non vi è salvezza al di fuori dell’accettazione, che in questo caso comprende il dominio del femminile sul maschile, ridotto a contenitore senziente ma accudito in quanto portatore di una preziosa fragilità.

Octavia Butler a Machu Picchu, fotografia di autore non noto, 1985.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens.
Estate of Octavia E. Butler

Down (1987) e Adulthood Rites (1988) sono i primi due romanzi della trilogia Xenogenesis, i soli tradotti in lingua italiana. Lo schema narrativo, in particolare per il primo, è il consueto: Lilith, la protagonista, porta il nome emblematico di colei che fu la prima compagna di Adamo secondo gli antichi miti biblici, non accolti nel canone; è una terrestre afroamericana proiettata in un futuro prossimo che appare (inizialmente) distopico, successivo a una guerra atomica che ha portato alla morte buona parte dell’umanità, la quale, peraltro, aveva già danneggiato irreversibilmente il pianeta, violandone e forzandone la sostenibilità ambientale. Le pagine più interessanti della narrazione sono le prime, quando la donna è prigioniera di entità sconosciute ed elabora comportamenti e strategie di sopravvivenza alla detenzione e all’isolamento, di salvaguardia della propria integrità mentale, che richiamano il visionario Vagabondo delle stelle di Jack London, del 1915 (o, in tempi più recenti, Il trionfo della metafisica di Eduard Limonov, del 2005). Si scopre ben presto che le entità sono extraterrestri, Oankali, tanto diversi nell’aspetto dagli umani («Figli come meduse. Serpi al posto di capelli. Nidi di rettili immondi al posto di occhi e orecchie») da generare disgusto e terrore: hanno studiato le donne e gli uomini che, in realtà, non hanno fatto prigionieri ma hanno salvato dalla catastrofe, per unirsi a loro, perché la comunione e lo scambio di materiale genetico è per loro indispensabile come l’aria. Anche Lilith è una mediatrice, il che la rende pericolosa e sospetta agli occhi dei suoi simili, preziosa e affidabile a quelli degli alieni: «Tu sei rara… un umano che può vivere in mezzo a noi, imparare a conoscerci, insegnarci. Sono tutti curiosi, di te». Per sua parte, il conflitto interiore che la attraversa non è risolto: se da una parte si rende conto con lucidità fuori dal comune che l’unica possibilità per la specie umana è quella dell’ibridazione con gli Oankali, rinunciando per sempre alla specificità terrestre, dall’altra si rattrista per la fine biologica di donne e uomini come sono e per l’ineluttabilità del cambiamento; nei confronti delle compagne e dei compagni soccorsi e riportati alla vita, prova sia compassione, percependosi come «la capra che guida le altre al macello», sia rabbia, sentendosi «una nuova Cassandra: dava consigli e faceva profezie a gente che diventava improvvisamente sorda ogni volta che consigliava e profetizzava». Quanto agli Oankali, Octavia ne traccia con cura l’identità; la loro razza presenta tre sessi: maschile, femminile e neutro; quest’ultimo, denominato ooloi, ha una funzione fondamentale nella riproduzione, mediando nell’unione tra femmina e maschio e andando a costruire la mappa genetica, la migliore possibile, del nascituro o nascitura. Nikanj è un giovane ooloi, gentile e accudente, in grado di risanare ferite del corpo e prendersi cura dei dolori dell’anima: si lega a Lilith (e al compagno di lei Joseph, nonché agli oankali Ahajas e Dichaan, in un complesso rapporto a cinque che diviene norma) e rappresenta un ponte tra l’umanità e la propria specie, che pratica l’ingegneria genetica sulla base di concezioni deterministiche, che non è chiaro fino a che punto Butler condivida.

Da sinistra: Octavia E. Butler, note di scrittura: «Racconta storie piene di fatti…» 1970-1995 circa; Octavia E. Butler, note sugli Oankali, 1985 circa, Lilith’s Brood; Octavia E. Butler, note di scrittura, 1970–1995.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens. Estate of Octavia E. Butler

Certo è, invece, che nel sequel – ovvero nel secondo titolo della serie – Octavia sottolinea con forza la cosiddetta Contraddizione Umana: «Intelligenza e comportamento gerarchico. Una contraddizione affascinante, seducente, mortale. Quella che aveva portato gli uomini all’olocausto finale»; una contraddizione ancora una volta non risolta, sia da Lilith, tornata sulla Terra con un gruppo di altri umani per un nuovo inizio, «un’altra possibilità», sia da Akin, unico suo figlio maschio concepito alla maniera oankali, che porta in sé i geni dell’una e dell’altra specie. Ancor più di Lilith, Akin vive una appartenenza duplice, in bilico tra lacerazione e ricomposizione: è infatti biologicamente e geneticamente un «composito», il suo sviluppo è ripercorso nel romanzo di cui è protagonista dalla nascita ai diciassette-diciotto mesi, ai tre anni, ai venti. È per istinto un «vagabondo», attratto dai «gruppi di resistenza» umani, di cui tuttavia sperimenta la violenza irrazionale: «Ormai gli umani sono fatti così. Sparano agli uomini, rapiscono le donne: se non hanno niente di meglio da fare, si dedicano alle scorrerie contro i vicini», ma anche il malinconico senso di perdita: «Gli altri hanno bisogno di questi oggetti: – rivela l’umana Tate – fotografie e statuine di un altro tempo, qualcosa che ricordi loro cosa eravamo. E che cosa siamo». Dell’umanità, pur non condividendolo, il giovane accetta il rifiuto dell’ibridazione con gli Oankali: «Persino prima che arrivassimo noi, – gli spiega l’ooloi Nikanj – gli umani avevano dei batteri che vivevano nel loro intestino e li proteggevano da altri batteri che li avrebbero danneggiati o uccisi. Non avrebbero potuto esistere senza relazioni simbiotiche con altre creature. Eppure queste relazioni li atterriscono». Akin sa, però, che anche i miserabili terrestri hanno diritto ad avere figli, a invecchiare, a scegliere il proprio destino, quale che sia: a costo di distruggere un’altra volta sé stessi e la Terra, come hanno già fatto sommergendola di plastica: «Non biodegradabile, – spiega l’umano Gabe – credo sia la parola che usavano prima della guerra».

Noah, personaggio femminile centrale del racconto Amnesty (2003), è come Lilith donna e intermediaria – «traduttrice» in possesso dei codici comunicativi – tra alienità e umanità, che ancora una volta è assoggettata e a rischio di schiavizzazione per opera delle cosiddette «Comunità», in apparenza piante, in realtà organismi multipli di difficile definizione (Butler è abilissima nel costruire entità del tutto aliene) che si sono insediate sulla Terra. «Voglio lottare per la pace fra il vostro popolo e il mio, raccontando la verità», afferma Noah, che prima di assumere l’incarico di formare un piccolo gruppo di sei umani che lavoreranno per gli extraterrestri, è stata da questi prelevata, rinchiusa in una bolla e studiata nei suoi comportamenti come una cavia di laboratorio per dodici anni, infine liberata; per essere nuovamente, però, imprigionata dai terrestri (agenti dell’Fbi o cacciatori di taglie), con la differenza che mentre le Comunità si comportavano «come scienziati umani alle prese con animali da laboratorio… non crudeli, ma molto scrupolosi», i tormentatori umani, osserva con amarezza Noah «erano della mia stessa stirpe. […] Sapevano tutto quello che sapevo io sul dolore e l’umiliazione e la paura e la disperazione. Erano consapevoli di quel che mi facevano eppure non gli venne mai in mente di non farlo». Anche i servi, tuttavia, possono dare e ricevere dai padroni: lavoro, del quale sulla Terra c’è tanto bisogno (profetico il riferimento all’organizzazione del lavoro interinale a richiesta, al sistema di contraenti e subcontraenti), ma anche (di nuovo) il conforto e il piacere reciproco che deriva dall’essere avvolti, gentilmente avviluppati in «quelle che sembravano fibre lunghe e secche, frasche, frutti tondi di varie dimensioni» e che sono invece esseri intelligenti di cui Octavia Butler assume il punto di vista, per quanto alieno.

Particolare di una fotografia di Octavia Butler di autore non noto, 2001. Octavia E. Butler papers.
The Huntington Library, Art Collections, and Botanical Gardens. Estate of Octavia E. Butler

Un’alienità che l’autrice sente anche come propria; in una delle conversazioni con Larry McCaffery e Jim McMenamin, infatti, confida: «A causa del mio aspetto, quando divenni adulta, sono stata chiamata con vari e diversi nomi sgradevoli da persone che pensavano che fossi gay (anche se all’epoca nessuno usava questa parola). Alla fine, mi sono chiesta se per caso non avessero ragione, così ho chiamato il Gay and Lesbian Services Center e ho chiesto se tenessero incontri in cui parlare di queste cose. Ho finito per andare laggiù due volte, e a quel punto ho capito, no, non è questo. Ho anche capito, una volta che ci ho pensato, che sono un’eremita…».

In copertina: Gino Andrea Carosini, Octavia Butler.

***

Articolo di Laura Coci

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Fino a metà della vita è stata filologa e studiosa del romanzo del Seicento veneziano. Negli anni della lunga guerra balcanica, ha promosso azioni di sostegno alla società civile e di accoglienza di rifugiati e minori. Dopo aver insegnato letteratura italiana e storia nei licei, è ora presidente dell’Istituto lodigiano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea.

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