Editoriale. Quegli aerei che ci segnarono la vita

Carissime lettrici e carissimi lettori, 

la Storia di oggi comincia dalla Storia di ieri. L’Afghanistan di questi giorni inizia da quei 2.977 civili (oltre i 19 terroristi) morti durante i quattro attentati della mattina dell’11 settembre del 2001, esattamente venti anni fa. 

Gli afgani e le afgane stanno soffrendo e morendo ancora per l’onda lunga, come un tremendo continuo tsunami, causata dalle fiamme e dal crollo dei 110 piani di ciascuna delle due Torri, che saranno conosciute in tutto il mondo come Torri gemelle, del complesso del Word Trade Center.  

Da quel martedì di fine estate a Manhattan continua la scia di paura, di diffidenza, di sospetto e di violenza che quell’atto, allora circoscritto soprattutto al quartiere più in voga di New York, ha trasmesso nel mondo intero: «L’11 settembre di vent’anni fa il mondo intero assisteva inerme all’evento che, forse più di altri, avrebbe irrimediabilmente fissato un prima e un dopo – leggiamo sul quotidiano La Stampa a cappello di un questionario preparato per lettori e lettrici che quel giorno c’erano e sicuramente hanno conservato nella memoria ciò che stavano facendo quando sono venuti/e a sapere degli attentati -. Il terrore di un attacco terroristico si propagò con una diffusione senza precedenti – continua l’articolo -, e ancora, a due decadi di distanza, continua a perseguitare migliaia di cittadini statunitensi. L’evento ebbe effetti a lungo termine sugli stili di vita e sulle economie mondiali, persino sui viaggi in aereo. All’evidenza che uomini armati potessero salire a bordo senza essere fermati, fece infatti seguito una rivoluzione delle misure di sicurezza adottate in aeroporto, fino a quelle che ancora oggi conosciamo. Le esperienze dell’evento furono diverse, più o meno lontane. Ad accomunare milioni di persone da tutto il mondo furono i televisori di casa, occupati dalle immagini delle nubi di fumo e dei corpi, che si lasciavano cadere dagli ultimi piani dei grattacieli. L’impatto di quei momenti ha avuto influenze differenti e generato ricordi più o meno vividi, condizionati anche dall’età di chi li viveva».  

Uno stravolgimento dettato sicuramente dal fatto in sé, ma, confermiamo, che ha avuto il potere di trasformare il nostro modo di vivere e approcciarci al mondo. Ironicamente sembra lo stesso scenario di metaforico solco che ha coinvolto l’umanità intera in questa attuale pandemia. 

Quei morti certo non hanno avuto giustizia, se mai possono averne, perché nessun morto di guerra e di terrorismo può ottenerla, neppure dopo una ventennale guerra voluta dagli Stati  Uniti in Afghanistan con il fine di distruggere l’organizzazione terroristica di Al Qa-ida e per catturare Osama Bin Laden, cosa avvenuta dieci anni dopo gli attentati che coinvolsero New York e Washington (Bin Laden fu ucciso, anche se su questa morte girano molte leggende, il 1 maggio del 2011, colto dai militari americani nel suo rifugio pakistano). 

Oggi l’esercito statunitense, dopo venti anni da quel giorno, si è ritirato dall’Afghanistan: è Storia, ma anche cronaca amara di questi giorni. Ci stiamo rendendo conto che l’intero Paese asiatico si trova abbandonato maldestramente a rancori, violenza. Stanno soffrendo e hanno ancora paura per la loro vita tante persone che patiscono oggi per quei morti di ieri. 

Le donne, le ragazze e le bambine dell’Afghanistan, ormai lo sappiamo, sono le vittime più esposte e fragili di questa nuova situazione che sa purtroppo di tanto tempo fa. I Talebani, nuovi vincitori del Paese, continuano ad affermare che permetteranno (!) alle donne la partecipazione al nuovo governo «ma non nelle alte cariche perché contrarie alla legge della Sharia». Addirittura si uccide, lo hanno fatto a una ragazza di ventitre anni, finendola con un colpo di pistola alla testa perché aveva reputato normale uscire indossando un paio di jeans!  

I talebani di oggi, come quelli di ieri, declamano il loro all’istruzione femminile, ma avvisano che le ragazze devono frequentare corsi separati dai ragazzi. C’è in rete una fotografia che appare davvero in tutta l’assurdità della situazione che rappresenta. Potrebbe ispirare il sorriso se non fosse orribilmente vera: rappresenta una lezione universitaria, non si capisce se tenuta da un insegnante maschio o femmina, ma davanti a lui/lei due gruppi di studenti, maschi e femmine (queste ultime rigorosamente coperte secondo le leggi decise) divisi da una lunga tenda. Chiaramente la fotografia è diventata, come si dice, virale.  

Certo nel cosiddetto mondo civile occidentale le donne non hanno una condizione privilegiata e continuano a morire per mano dei loro compagni, di chi aveva vissuto o vive con loro e chi ha deciso arbitrariamente e unilateralmente di mettere in atto un desiderio carnale. Come è successo per Chiara Ugolini, uccisa da un vicino di casa arrabbiato perché ricambiava il saluto solo con un semplice “ciao” (!) e non intendeva andare oltre e cedere alle sue avance, doppiamente inopportune perché Chiara amava un altro uomo.  

Spesso le uccisioni delle donne sono fatti annunciati. Emanuele Impellizzeri, l’omicida di Chiara Ugolini, sui social si vantava di appartenere a certe posizioni politiche «non proprio favorevoli alle donne». Valeria Valente, presidente al Senato della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, in un’intervista a un quotidiano si chiede – e noi ce lo chiediamo da sempre – se sia possibile evitare e prevenire questi delitti: «In questa storia è purtroppo evidente fino all’estremo la cultura patriarcale, predatoria, in cui siamo immersi ha detto Valente -. Non è stato un raptus: lui l’ha vista, la voleva per sé, lei si è ribellata e allora la ha uccisa. É questa cultura che va cancellata, bisogna lavorare a un cambio di prospettiva: va chiesta agli uomini, a tutti gli uomini, un’assunzione di responsabilità e bisogna lavorare su nuovi paradigmi culturali. Solo così sarà sconfitta una cultura tribale che fa dei corpi delle donne uno dei principali strumenti per affermare e conservare il potere e la supremazia maschile».  

Purtroppo, e anche questa volta, la triste fine della giovane ragazza, appena ventisettenne, sentimentalmente felice, non è stata l’unica a segnare le cronache di questa tragica e terribile consuetudine, che aumenta di giorno in giorno. 

Almeno per l’assassino di Chiara i vicini e le vicine non hanno seguito la solita “prassi” dicendo che era una persona tranquilla, che non se lo aspettavano, che viveva serenamente, come purtroppo si dice troppo spesso. Forse in questo caso la reazione è stata data da un altro pregiudizio, visto che il femminicida non era un marito tradito (!) o, peggio, abbandonato (!), ma un pregiudicato, non legato sentimentalmente alla vittima, né nel passato né oggi.  

Sicuramente non stiamo dimenticando la Scuola. La prossima settimana, dopo un primissimo e timido inizio nella provincia di Bolzano, ci sarà una apertura delle aule praticamente completa e, secondo quanto ha promesso il ministro Bianchi, sarà e continuerà ad essere in presenza.  

Per questo, per l’inizio ufficiale della ripresa della Scuola, ci teniamo a dare gli auguri più sentiti ai ragazzi e alle ragazze come alle docenti e ai docenti e a tutti coloro che sono impegnati nell’istruzione, a tutti i livelli. 

Lo facciamo con un regalo bello, perché bello è questo scritto. É un articolo che pubblichiamo, proprio per questo avvio, nel numero di oggi di Vitaminevaganti. Con il suo titolo Anno III dell’era Covid -Cara Prof 

Lettera a me stessa per vedere il bello, avere fiducia nel buono e credere che è ancora possibile il meglio.  Un’insegnante siciliana ci manda un messaggio, un incoraggiamento a trattare i problemi della scuola senza superficiali allarmismi, ma guardando i punti critici veri al di là della dad, la chiacchierata didattica a distanza, delle crisi dovute alla pandemia, ma ad essere capaci di rinnovarsi e stare al passo con il pensiero, le esigenze dei e delle nostre giovani allieve: «bisogna saperli/e ascoltare», è un messaggio fondamentale per chi ha il compito di educare. Di Scuola parleremo certamente ancora. Per ora ancora i nostri auguri più sinceri e sentiti! 

Scelgo per voi una poesia di Anna Achmatova (1889-1966) raffinata poeta russa, per ricordare la mia amica cara, che ho sempre nel cuore. Qui per l’Achmatova l’amica si chiama Marina Cvetaeva (vi aggiungo un link di una sua poesia splendidamente recitata proprio da Piera degli Esposti), un’altra grande poeta russa dalla vita tormentata, morta suicida.  

Anna in realtà si chiamava Gorenko, ma le fu proibito dal padre di usare questo cognome per pubblicare poesie. Così Anna scelse il cognome della bisnonna materna, di origini tartare, che probabilmente, ma non era provato, vantava fantastici legami parentali addirittura con Gengis Khan.  

Siamo tutti per poco ospiti della vita 
Vivere è solo un’abitudine 
Lungo le vie del cielo mi sembra di ascoltare  
Il richiamo di due voci 
Due? Ma verso il muro di levante 
Fra le macchie tenaci del lampone  
C’è un ramo fresco e scuro di sambuco  
É una lettera di Marina. 

Il numero odierno della rivista parla molto di sport, ancora sotto l’effetto delle vittorie delle Paralimpiadi. Per Calendaria incontriamo Hélène Dutrieu, ciclista formidabile e pioniera dell’aviazione belga, giornalista e benefattrice. Un’altra donna dalle grandi prestazioni atletiche e dalle tante medaglie è Fanny Blankers-Koen, campionessa senza tempo. La storia dell’«olandese volante» sarà l’occasione per riflettere sugli stereotipi e le tante difficoltà che si presentavano alle prime donne che osavano partecipare a gare da sempre riservate agli uomini. 

Ne Il volo spezzato del passero affrontiamo le vittorie delle atlete e degli atleti paralimpici, riflettendo sulle molte criticità e ingiustizie legate al mondo della disabilità, attraverso l’esperienza dell’autrice che vanta un ventennio di esperienza con le persone diversamente abili nella scuola. 

Quante volte entrando in una chiesa ci viene voglia di conoscere chi ha realizzato le opere che ci colpiscono? Itinerari museali. Le artiste a Roma tra XVI e XVIII secolo è una guida preziosa per conoscere le artiste a cui dobbiamo tanti capolavori che si trovano nella capitale. Si può camminare anche in mondi extraterrestri: per la Serie Fantascienza, un genere femminile troviamo Octavia Butler, scrittrice nera vicina al Black Power Movement di Martin Luther King per cui la science fiction ha rappresentato un’occasione di riscatto. La sua interessantissima produzione vi affascinerà. 

A proposito di cammini nei pensieri e nella speculazione femminili, Le filosofe è la terza parte dell’accurato approfondimento sulla donna greca, ricco di figure femminili che spesso sono state associate a cortigiane e prostitute, mentre La regina Mirabai e il Vaishnava Padavali è una figura di donna da noi occidentali poco conosciuta che sceglie di diventare un’asceta spirituale e che sarà l’occasione per conoscere il movimento Vaishnava Padavali. 

Nella sezione Musica incontriamo MANU CHAO, il cantore dell’allegria, nella seconda parte di un articolo che segue l’autore di Clandestino, amico di Don Gallo, fino ai nostri giorni. Il numero di agosto di Limes è approfondito dalla seconda parte dell’articolo pubblicato nel numero scorso e tratta ancora de Il regno disunito, soffermandosi sulla questione irlandese e il tentativo inglese di costruire la Global Britain

Uno sguardo internazionale si ha anche in Povertà mestruale, in cui l’autrice descrive sia lo stigma che ancora accompagna le mestruazioni in alcune parti del mondo, sia i virtuosi esempi di Stati come la Nuova Zelanda di Jacinda Ardern che hanno finalmente deciso la distribuzione gratuita di assorbenti e prodotti per l’igiene mestruale a tutte le studenti e la condanna dell’Unione Europea sulla Tampon tax. 

Sono due le recensioni di questo numero: Io, Felicia, di Mari Albanese ed Angelo Sicilia, che raccoglie numerose interviste con la coraggiosa e caparbia madre di Peppino Impastato, di cui ricorderemo sempre una frase bellissima: «La mafia non si combatte con la pistola. La mafia si combatte con la cultura» e Leda. Che solo amore e luce ha per confine: un raffinato graphic novel in bianco e nero di Colaone, Satta e de Santisa dedicato a Leda Rafanelli, editrice e romanziera anarchica dalla vita avventurosa. 

Dante e le donne: riflessioni in ordine sparso è un approfondimento originale ed eccentrico sul rapporto di Dante con le donne, che ci fa intravvedere alcuni aspetti della sua considerazione del femminile (e del maschile) attraverso un’accurata analisi dei suoi versi. 

Sono ripresi gli incontri toponomastici de Les salonnieres virtuelles, dedicati a Donne Cinema Teatro e tv, di cui potrete leggere, come ogni mese, l’articolata relazione.  

Per la sezione Juvenilia Le vie delle scienziate è la seconda parte di un lodevole progetto triennale, premiato all’VIII Concorso Sulle vie della parità, che ha intitolato le vie di un’Azienda Agraria Didattica di Ostellato a donne che si sono distinte nelle STEM. 

Settembre è tempo di vendemmia e chiudiamo la nostra rassegna con Il Piemonte di Giulia Negri, la prima “Barologirl”, una donna che ha dedicato insieme ad altre la sua vita a questa eccellenza italiana e ad altri vini tipici della sua regione: un lavoro di ricerca continua, destinato a non finire mai. 

Buona lettura a tutte e tutti e ancora buon inizio di anno scolastico  

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

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