Il Regno disunito. L’agosto di Limes. Parte seconda

L’eterogenesi dei fini avviata dalla Brexit: i dossier irlandese e inglese.

Ancora una volta ci facciamo guidare dall’analisi di Dario Fabbri, nel bell’articolo Quanto rischia Londra nell’Irlanda americana. Dopo la Brexit Londra ha dovuto accettare un protocollo Ue per cui l’Irlanda del Nord, rimasta nel mercato comune, ha una nuova frontiera marittima. La popolazione cattolica ulsteriana, il cui numero è in continuo aumento, potrebbe richiedere un referendum per ricongiungersi a Dublino, come prevede l’Accordo del Venerdì santo. E probabilmente potrebbe contare sull’astensione degli unionisti moderati, che si erano espressi contro la Brexit. Inoltre la Repubblica d’Irlanda è recentemente intervenuta per scongiurare una nuova frontiera con l’Ulster. 

«L’Irlanda del Nord è tra le questioni più intricate del pianeta, per storia, valenza strategica, antropologia», come ci ricorda Fabbri, con un excursus storico interessantissimo e fondamentale per capire gli attuali rapporti geopolitici. Partendo dalla colonizzazione inglese dell’isola, tra mille difficoltà dovute alla resistenza degli indigeni, con un accenno all’eccentricità dell’intervento in Irlanda a sostegno dell’Inghilterra nel XVI secolo di una parte di scozzesi, i cui discendenti, poi emigrati in America, presero il nome, utilizzato solo Oltreoceano, di Scot(ch)-Irish. Conquistata l’isola nel 1801, al culmine della grandezza dell’Impero inglese, dopo la rivolta del 1916 la Gran Bretagna fu costretta nel 1921 ad accettare la divisione dell’Irlanda, con le sei contee che compongono l’Ulster rimaste sotto il Regno Unito. Nel 1937 Dublino si rese poi definitivamente indipendente con il nome di Eire e divenne Repubblica nel 1949.

Chi scrive non può dimenticare quello che accadde a partire dagli anni Settanta, i cosiddetti Troubles, «trent’anni (1968-98) di violenze tra cattolici e protestanti, con l’azione dei gruppi paramilitari repubblicani e il massiccio intervento dell’esercito di Sua Maestà, la più grande campagna militare inglese della storia. Alla fine la «lunga guerra» causò la morte di oltre 3.500 persone, tra queste 1.800 civili e 750 soldati britannici». I Troubles si conclusero con l’Accordo del Venerdì Santo, stipulato sotto la guida degli Usa.

In base a tale accordo gli inviati statunitensi —  su tutti il senatore George Mitchell, di origini irlandesi —  riconobbero a Dublino la possibilità di unificare il territorio soltanto pacificamente. L’articolo 2 sancì il diritto per ogni persona nata sull’isola d’essere parte della nazione irlandese. E l’articolo 3 stabilì che l’unità dell’Irlanda sarebbe dipesa dalla volontà della maggioranza della popolazione isolana. Londra fu costretta ad accettare che, nel caso in cui nell’Ulster si fosse affermata una maggioranza cattolica, la popolazione potesse esprimersi tramite referendum sulla possibilità di unirsi all’Eire. Garanti di questo accordo furono gli Stati Uniti d’America. Paradossalmente è stata ancora una volta la Brexitinsieme ai provvedimenti dell’Unione Europea nei confronti dell’Irlanda del Nord a rinfocolare i disordini in Irlanda intorno a Pasqua. La riunificazione dell’Irlanda potrebbe trovare due garanti nell’Ue e negli Usa, ma se il 67% delle/gli irlandesi è favorevole all’unificazione, il 54% non intende pagare ulteriori tasse per raggiungere il proposito e non vuole fare sacrifici.

Anche l’articolo di Federico Petroni, L’eterno dilemma irlandese dell’Inghilterra, ripercorre le tappe storiche dei rapporti tra Irlanda e Inghilterra e mette in luce le ragioni del bisogno che questa nazione ha sempre avuto dell’Irlanda, approfondendo la posizione della popolazione protestante dell’Ulster. Interessante anche il punto di vista di Marianne Elliot, professoressa di Studi irlandesi a Liverpool, secondo cui L’Unione irlandese sarà di tutti o non sarà, con il mutuo riconoscimento di cattolici e protestanti. Diverso il parere di altri autori della rivista, come Feargal Cochrane. Gli Stati Uniti, secondo Shapiro, darebbero l’appoggio alla unificazione delle due Irlande se questa avvenisse nello spirito dell’Accordo del Venerdì Santo, in modo pacifico e con il consenso dei popoli inglese, nordirlandese ed irlandese, perché agli Usa serve un alleato affidabile come la Gran Bretagna, libero da questioni e conflitti interni, nell’operazione di contenimento dei Cina e Russia.

Ma il dossier più interessante per chi scrive è sicuramente quello inglese. Nell’articolo Est!Est!Est! La Royal Navy ritorna oltre Suez Alberto De Sanctis ci racconta che il 22 maggio scorso il Carrier Strike Group 21 (Csg21), il gruppo da battaglia incentrato sulla nuova portaerei Queen Elizabeth, è salpato dall’Inghilterra per intraprendere un’impegnativa campagna navale che si concluderà a dicembre denominata Operazione Fortis

Le portaerei Queen Elizabeth 

Dopo essersi trattenuta per circa un mese nel Mar Mediterraneo, attraccando ad Augusta a inizio luglio, la portaerei e le unità di scorta hanno superato il Canale di Suez per attraversare il Mar Rosso e raggiungere l’Indo-Pacifico, in vista della tappa finale a settembre: il Giappone. Durante questo viaggio, ben descritto come al solito dalle carte di Laura Canali, la Queen Elizabeth, che trasporta gli F-35 (8 dei quali inglesi e 10 statunitensi), ha incontrato la gemella più giovane Prince of Wales, in un’operazione di marketing tesa a far riacquistare fama e potere in mare alla Global Britain, dopo che la Royal Navy fino alla Prima guerra mondiale «è stata la più potente armata degli oceani, capace di schiantare ogni avversario incontrato lungo la sua rotta e di proiettare ovunque nel mondo il potere del regno. All’alba del Novecento, la flotta poteva contare su basi e stazioni di rifornimento che cingevano l’intero planisfero, comprovandone il primato assoluto: da Halifax, in Canada, ad Auckland, in Nuova Zelanda, passando per Santa Lucia, nei Caraibi occidentali, e Città del Capo, in Sud Africa, prima di proseguire per Aden, sul Mar Rosso, Bombay e Colombo, nel subcontinente indiano, e raggiungere Singapore e Hong Kong, in Estremo Oriente. Il controllo di Gibilterra, Malta e Alessandria completava il giro del mondo, facendo del Mar Mediterraneo un lago sostanzialmente inglese». L’ultima impresa spettacolare è stata la vittoria thatcheriana per le Isole Falkland-Malvinas sull’Argentina nel 1982. 

La Marina di sua Maestà ha approfittato nel suo viaggio per lanciare attacchi militari con gli F-35 contro lo Stato islamico in Siria e Iraq, per compiere molte esercitazioni con le Marine alleate, per inviare un cacciatorpediniere della flotta in acque territoriali russe, suscitando tensioni, e per condurre esercitazioni antipirateria insieme alla talassocrazia giapponese nel Mar Rosso, arrivando anche all’Indopacifico e al Mar Cinese meridionale, in uno sfoggio scenografico che è stato in parte criticato dagli stessi Stati Uniti, preoccupati che con questa flotta l’Inghilterra dimentichi di presidiare teatri marittimi a lei più vicini e più caldi come l’Artico, il Baltico, il Mar Nero e il Mediterraneo orientale. Nell’Indopacifico ci sono state molte esercitazioni insieme a potenze della regione e l’accoglienza da non sottovalutare da parte della Corea del Sud, che sta costruendo una potenza marittima di prim’ordine, modellata sull’esempio inglese. In questa zona però la Marina inglese lascerà solo due piccoli pattugliatori e avrà bisogno di basi sicure ove fare attraccare gli elementi della flotta. Una di queste potrebbe essere la Diego Garcìa, oggi base statunitense, da cui partirono gli attacchi americani contro l’Afghanistan.

Questa operazione baldanzosa e scenografica della ex più grande talassocrazia planetaria vuole in parte ricordare, anche a noi italiane/i, il suo ruolo sul palcoscenico mondiale e la capacità di intestarsi la difesa di alcune zone del Mediterraneo, che Limes da tempo chiama Medioceano, nel momento in cui gli Stati Uniti sono distratti dal presidio marittimo di altre zone del mondo. Riuscirà la Royal Navy a dare poi concretezza all’idea di Global Britain?

Su quest’idea, caldeggiata da Johnson, un articolo illuminante e divertente, Inglese, troppo inglese: Boris Johnson disunisce il Regno, ci ricorda che l’attuale Primo ministro ha frequentato la scuola più famosa d’Inghilterra, e forse del mondo: come il suo predecessore David Cameron e molti dei suoi amici e associati, come Jacob Rees-Mogg: l’Eton College, una «scuola pubblica», cioè privata e con retta. Sarà bene ricordare che quelle che dappertutto si chiamano scuole pubbliche, in Inghilterra sono «State schools». Con una storia ben diversa alle spalle, che l’autore dell’articolo racconta, Eton è stata rilevata da facoltose famiglie aristocratiche e alto borghesi per educare i propri figli e si vanta di coltivare nei propri allievi un atteggiamento di «naturale superiorità», raccontata anche da Le Carré, che vi ha insegnato per anni e ne ha messo in evidenza il fondamentale razzismo. Il mito di Johnson è Winston Churchill, che voleva gli Stati Uniti d’Europa, ma con la Gran Bretagna all’esterno. E l’etoniano che ha studiato al Balliol College di Oxford si fa forte del cosiddetto «rimpiazzo povero dell’impero» di cui Churchill andava fiero: il Commonwealth, ignorando però che da quando la Gran Bretagna aderì al Mercato comune europeo prima e all’Unione Europea poi il commercio con questi Paesi, dapprima molto fiorente, è diminuito e questi Paesi si sono trovati a costruire reti commerciali con altre potenze, tra cui Stati Uniti, Giappone, Cina. Gli sconvolgimenti interni al Regno oggi disunito raccontati e analizzati nel numero attuale ne stanno minando la solidità interna, che forse non c’è mai stata davvero o forse è stata tenuta insieme soltanto da una Corona, sulle cui origini germaniche si sofferma Caracciolo. «Pochi amano ricordare che Lady Diana Spencer (1961-97) fu la prima persona di discendenza inglese ammessa alla familiare intimità del trono nei tre secoli di Regno Unito». Anche su questo aspetto, come sul discorso dei tre cerchi di Churchill, vivamente consigliato, l’editoriale del direttore di Limes ci illuminerà. Boris Johnson dal canto suo sta incitando al nazionalismo che più che britannico è inglese, senza rendersi conto che in questo modo non fa che rinfocolare quello scozzese e l’irredentismo irlandese, anche con qualche gaffe ricordata nell’editoriale, come aver voluto celebrare ogni 25 giugno lo One Britain, One Nation (Obon) Day, mobilitando soprattutto le scuole primarie, dove cori di bambini e bambine hanno intonato l’inno «We are Britain and we have one dream/To unite all people in one great team». Il paradosso sta nel fatto che il più inglese dei governi di Sua Maestà britannica, guidato da Johnson, ritenga di promuovere in questo modo l’unità della nazione britannica. Peccato che il 25 giugno la maggior parte delle scuole in Scozia fosse stata chiusa per le vacanze. Come scrive Krishan Kumar, dell’Università della Virginia, il motto di Eton, Floreat Etona, potrebbe presto essere sostituito da Pereat Etona.

Come sempre l’editoriale di Lucio Caracciolo, più interessante che mai, ci illumina sull’attuale crisi della Gran Bretagna: «Se mai il Regno Unito si sfalderà, sarà nella Brexit che gli archeologi dei millenni a venire scopriranno il destruction layer, lo strato di distruzione di quella gloriosa architettura. L’assassino non fu celta. Fu inglese». Ai nostri lettori e alle nostre lettrici scoprire le ragioni di questa affermazione, insieme a quella che dà il titolo all’editoriale: «La chiave inglese ha aperto il Regno Unito. La chiave inglese lo chiuderà… Si scrive Global Britain, si legge American Britain. Il Regno Unito è parte integrata del sistema a stelle e strisce, dei Greater United States che da oltre un secolo disegnano l’espansione degli Stati Uniti nel mondo».

*** 

Articolo di Sara Marsico

Ama definirsi un’escursionista con la e minuscola e una Camminatrice con la c maiuscola. Docente per passione da poco in pensione, è stata presidente dell’Osservatorio contro le mafie nel sud Milano e referente di Toponomastica femminile nella sua scuola. Scrive di donne, Costituzione e cammini.

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