Dante e le donne: riflessioni in ordine sparso

Avvertenza: non si legga il presente contributo con occhiali accademici, spesso intrisi di pregiudizi, perché esso non costituisce un lavoro di ricerca saggistica, bensì un insieme di pensieri maturati dopo anni di lettura, studio e insegnamento dell’opera di Dante. La letteratura è indubbiamente una disciplina a cui ci si accosta con l’aiuto della critica, ma è anche un insieme di emozioni, viaggi interiori, reazioni della propria mente e del proprio cuore, che spesso distano dall’orizzonte in cui la critica ferma come un’istantanea l’energia propulsiva e inarrestabile delle opere letterarie. 

Nel riflettere sul rapporto tra Dante e le donne, è necessario partire da una considerazione di carattere generale: la società medievale era fortemente misogina, lo apprendiamo bene da una serie di fonti letterarie e artistiche che ci confermano l’atteggiamento di disprezzo e sottovalutazione del sesso femminile. Del resto non potrebbe essere diversamente, perché la considerazione dell’inferiorità del genere femminile ha radici ataviche, nella storia antica, e il movimento di emancipazione ci ha messo secoli per affermare che si tratta di un concetto antropologicamente ed eticamente errato, oltre che ingiusto.  

Dunque, il nostro sommo poeta Dante Alighieri non poteva che crescere con la stessa mentalità, essendo un uomo profondamente immerso nel suo tempo. Eppure credo che in fatto di donne il poeta fiorentino si differenziasse molto rispetto ai giovani suoi coetanei, e più negli anni leggo e rileggo la Commedia (e non solo), più me ne convinco. Non ha senso chiedersi anacronisticamente se Dante sia stato più protofemminista o più misogino: è un dualismo categorico che appartiene al nostro mondo contemporaneo. È possibile, però, rintracciare nei suoi scritti un atteggiamento diverso rispetto al genere femminile, diverso rispetto a quello imperante ai suoi tempi. 

Nella Commedia la presenza femminile occupa un posto di privilegio: in un panorama letterario dove a creare e raccontare storie erano prevalentemente gli uomini, Dante dà diritto di parola alle donne. Dopo di lui lo farà Boccaccio, rendendo le protagoniste femminili del Decameron soggetto e non oggetto dell’amore (anche se poi con il Corbaccio sembrerà abiurare e ritornare ad una violenta misoginia). Nel celeberrimo canto V dell’Inferno, è Francesca da Polenta a raccontare di sé e della sua storia adultera con Paolo Malatesta, presentandosi a Dante che ha scorto lei e l’anima che l’accompagna in un disperato intreccio indissolubile, tormentate insieme dalla «bufera infernal che mai non resta»: «Siede la terra dove nata fui / su la marina dove ‘l Po discende / per aver pace co’ seguaci sui» (If V 97-99). Francesca racconta con dolore come sono giunti all’adulterio, tessendo con le sue parole la fenomenologia dell’amor cortese, che alla fine del canto farà cadere il poeta in una perdita di sensi, provocata dall’innescarsi di un procedimento di consapevolezza da parte di Dante, ovverosia che quell’idea di amore – a cui lui stesso aveva aderito negli anni della giovinezza – potrebbe rivelarsi pericolosa se l’eros si disgiunge dalla ratio («Intesi ch’a così fatto tormento / enno dannati i peccator carnali, / che la ragion sommettono al talento», If V 37-39). È solo Francesca a prendere la parola, Paolo fa qualcosa che ancora oggi viene considerato un atto stereotipicamente femminile e assolutamente non adatto al maschio: piange, rivelando una sensibilità che è stata sempre recriminata e additata negli uomini come sinonimo di debolezza, al punto che Dante è toccato profondamente e dal racconto e da quel pianto («Mentre che l’uno spirto questo disse, / l’altro piangea; sì che di pietade / io venni men così com’io morisse», If V, 139-141). 

Jean-Auguste-Dominique Ingres, Paolo e Francesca, Chantilly, Musée Condé 

Bisogna anche considerare che la storia di questi due noti personaggi dell’epoca era sì conosciuta in un ambiente come quello fiorentino, ma rappresentava pure una condizione frequente a quel tempo: vendicare il tradimento della propria moglie uccidendo lei e il fedifrago era cosa assolutamente normale e diffusa. Dante le dedica quasi un intero canto, certamente per riflettere sulle implicazioni della passione amorosa, ma nello stesso tempo presta attenzione – e costringe chi legge a fare altrettanto – ad una vicenda che oggi definiremmo come femminicidio a tutti gli effetti, facendocela raccontare dalla vittima femminile della torbida storia, che si difende con la forza oratoria delle sue parole, come ricorda lo studioso Marco Santagata: «La compitezza e l’educazione del porsi, la perizia affabulatoria di cui dà prova, la tessitura culturale che ne avvolge le parole lasciano intravedere nell’affascinante gentildonna uno spirito forte, un sostrato di vera passionalità, nell’amore come nell’odio. Un odio che perdura implacabile e che prorompe infrangendo gli schermi della sua ben ordinata retorica: “Amor condusse noi ad una morte. / Caina attende chi a vita ci spense”. / Queste parole da lor ci fuor porte» (Le donne di Dante, il Mulino, Bologna 2021, p. 152). Santagata si sofferma altresì sull’aspetto dell’incesto che caratterizza la passione adulterina tra Paolo e Francesca, essendo essi cognati oltre che amanti, sottolineando che Dante intende evidenziare il degrado della nobiltà del tempo, in quanto quella relazione extraconiugale, per di più con un congiunto, ha provocato la reazione violenta del marito Gianciotto, ferito e offeso, innescando l’omicidio e destabilizzando un precostituito ordine sociale. È evidente che oggi non leggeremmo così la vicenda, perché la cornice sociale in cui viviamo è cambiata – fermo restando, a mio avviso, che non è eticamente facile accettare un tradimento che si consuma in famiglia. Dante sicuramente doveva essere interessato a sottolineare l’aspetto turpe e peccaminoso della storia, ma gli va riconosciuto di non aver ceduto alla tentazione di dare parola solo a Paolo e incentrare il perno del racconto sulla testimonianza dell’uomo anziché della donna, che, abilmente, da peccatrice assoluta diventa vittima del suo aggressore e del suo tempo. La prospettiva dalla quale Dante ci fa vedere la relazione ci permette, dunque, di riflettere giocoforza sui rapporti tra i due sessi nel Medioevo e sulla profonda ingiustizia sottesa ad essi: la costrizione subita da entrambi a contrarre matrimoni con persone non desiderate, non conosciute, in contesti in cui a perderci spesso era la donna e non l’uomo. Gianciotto era zoppo e deforme ed era stato imposto a Francesca per appianare i rapporti politici tra le due famiglie, come era consuetudine a quei tempi. Stessa sorte, del resto, era toccata a Gemma, la moglie di Dante (ne parlo qui: https://vitaminevaganti.com/2020/02/29/lui-lei-e-laltra-breve-storia-triste-di-gemma-donati/).  

Eliseo Sala, Pia de’ Tolomei, 1846,
Collezione Musei Civici di Arte e Storia, Brescia

L’altra donna della Divina Commedia a cui Dante dà parola per raccontare la sua condizione terrena è Pia de’ Tolomei. Questa volta, però, le parole pronunciate sono poche e particolarmente criptiche, come effettivamente misteriose sono le circostanze storiche della sua vita e ancor più della sua morte: «”Deh, quando tu sarai tornato al mondo, / e riposato de la lunga via”, / seguitò ‘l terzo spirito al secondo, / “ricorditi di me, che son la Pia: / Siena mi fé, disfecemi Maremma: / salsi colui che ‘nnanellata pria / disposando m’avea con la sua gemma”» (Pg V 130-136). La donna si rivolge a Dante, che ha appena terminato di ascoltare il racconto degli ultimi istanti di vita di Bonconte da Montefeltro. La dolcezza e la cortesia delle sue parole fanno sì che nella mente di noi lettori e lettrici si stagli per sempre la sua immagine sofferente e anelante giustizia. La sua gentilezza e attenzione per Dante sono insite già all’origine del breve intervento, come nota la dantista Anna Maria Chiavacci Leonardi nel suo commento all’opera: come le altre anime purganti, anche Pia chiede a Dante che si ricordi di lei nelle sue preghiere sulla terra, ma prima ha cura di anteporre il riposo e il rinvigorimento dello spirito e del corpo del poeta (con calma, dopo che sarai ritornato sulla terra e ti sarai adeguatamente riposato dal lungo e faticoso viaggio, allora ricordati di me), atteggiamento che non si riscontra in nessun altro spirito. Dichiara, poi, di essere nata a Siena ed aver lasciato la vita terrena in Maremma. Gli ultimi due versi che chiudono il canto sono il suggello alla misteriosa vicenda che avvolge l’esistenza di questa donna: lo sa molto bene chi mi aveva precedentemente reso sua sposa tramite l’anello. A cosa si riferisce Pia, ovvero Dante? Come ci spiega il commento alla Commedia a cura di Umberto Bosco e Giovanni Reggio, le fonti documentali non dicono nulla su di lei e sulla sua umana vicenda. Abbiamo altresì notizia di Nello de’ Pannocchieschi che, secondo i commentatori antichi dell’opera dantesca, ebbe una relazione con Margherita degli Aldobrandeschi, donna dai numerosi mariti e amanti. Nello aveva sposato Margherita dopo essere stato precedentemente unito in matrimonio con Pia, appartenente – sempre secondo i commentatori – alla famiglia de’ Tolomei di Siena. Come Pia fosse morta resta un mistero: la versione più accreditata è che fosse stata uccisa dal marito o per gelosia suscitata nell’uomo da un presunto tradimento della consorte o per avere egli stesso campo libero e convolare a nozze con la storica amante Margherita. Cosa sia realmente successo non lo sapremo mai. Dunque, Dante sceglie scientemente di inserire Pia nella cornice dei morti di morte violenta e pentiti nell’ultimo istante, pertanto costretti ad attendere nell’Antipurgatorio per un tempo imprecisato prima di accedere alle cornici. Il poeta non indugia a lasciarci credere senza dubbio all’infedeltà della donna, atto che avrebbe indotto il marito Nello ad ucciderla – un vero e proprio femminicidio anche questo. Avrebbe potuto inserire l’anima di Pia nella settima cornice dei lussuriosi, invece veicola la compassione di chi legge verso la vicenda dolorosa di una moglie che sarebbe stata vittima delle trame infide e depravate della nobiltà del suo tempo, al punto da spingere il marito Nello a gettarla giù dal balcone del castello della Pietra, in Maremma, perché di intralcio ad un altro matrimonio, fondato su un intreccio di sesso e interessi familiari. Quel «salsi colui che ‘nnanellata pria / disposando m’avea con la sua gemma» è un vero e proprio tarlo che si insinua nella nostra mente: lo sa bene mio marito come sono morta in Maremma… Ancora una volta Dante manifesta sensibilità verso la condizione femminile, una condizione – in questo caso come in quello di Francesca – molto comune alle donne di un tempo. È altamente probabile che il poeta fiorentino avesse voluto colpire la corruzione del momento, alcuni personaggi e famiglie politicamente avverse a lui e alla sua famiglia: non si può sostenere anacronisticamente che Dante abbia voluto sposare un’improbabile causa dei diritti violati delle donne, ma certamente, a mio avviso, è rara nei suoi contemporanei la sensibilità che manifesta nel porre l’accento su queste vicende e nel dare la parola direttamente alle protagoniste femminili, quasi assolvendole dalla loro colpa, presunta o reale, di infedeltà e soffermando l’attenzione sulla reazione violenta dei coniugi. 

Raffaello Sorbi, Piccarda Donati fatta rapire dal convento di Santa Chiara dal fratello Corso,
1866, Firenze, Palazzo Pitti 

Nel Paradiso ritroviamo ancora un episodio di violenza subita da una donna: è il caso di Piccarda Donati, sorella di Corso e Forese, cugina di terzo grado di Gemma, moglie di Dante. Il temibile e sanguinario fratello Corso la rapì dal monastero presso il quale la fanciulla era entrata volontariamente per farsi monaca, e la costrinse a sposare Rossellino della Tosa per ragioni di convenienza politica. Per questo motivo il poeta colloca l’anima della donna, costretta a vivere una vita che non aveva avuto possibilità di scegliere, nel cielo della Luna, contenente i beati e le beate che non tennero fede ai voti pronunciati. Anche nel caso di Piccarda, l’attenzione si concentra sulla sua storia di violenza subita da uomini più avvezzi a fare del male più che del bene: «Uomini poi, a mal più ch’a bene usi, / fuor mi rapiron de la dolce chiostra: / Iddio si sa qual poi mia vita fusi» (Pd III 106-108).   

La presenza stessa di Beatrice merita una menzione particolare nell’alveo di queste riflessioni. La bibliografia critica sulla sua figura è sterminata. Ella è per Dante vera e propria figura Christi, secondo la celebre concezione figurale del critico Erich Auerbach, tramite tra lui e la salvezza, guida per accedere alla visione di Dio. Ma Beatrice è stata anche donna, la ragazza Bice di Folco Portinari, che muore nel 1290 a soli venticinque anni, lasciando sconforto, dolore e devastazione nell’animo di Dante. Lo storico Alessandro Barbero, nel suo recente libro Dante (edito da Laterza, Bari 2020, la cui arricchente lettura consiglio vivamente), ricostruisce con dovizia di notizie documentaristiche i rapporti tra i due giovani e tra le loro famiglie. Beatrice, in qualsiasi modo si voglia interpretare la sua presenza lungo tutto l’arco esistenziale e artistico del poeta, non solo è esistita, ma è stata davvero il primo e unico vero amore di Dante, per tutta la vita, un amore che non avrebbe mai potuto vivere pienamente, perché alla loro epoca non era possibile che soprattutto le donne scegliessero chi amare e chi sposare, a meno di non diventare adultere, come tanta letteratura cortese ci ha mostrato. A tal proposito, è interessante (e personalmente mi affascina) la ricostruzione che Barbero fa sulla vicenda – alquanto misteriosa in termini di date – del matrimonio tra Dante e Gemma: «Nelle opere di Dante, di accenni al suo matrimonio non ce ne sono: nemmeno dove sarebbe legittimo aspettarseli, e cioè nella tenzone con Forese, in cui Dante prende spietatamente di mira le sofferenze della moglie di Forese, ma all’amico non viene affatto in mente di ripagarlo della stessa moneta. Boccaccio, nel Trattatello, racconta come cosa nota che solo dopo la morte di Beatrice nel 1290 i parenti di Dante “ragionarono insieme di volergli dar moglie”: di solito gli studiosi non danno il minimo credito a questa notizia, ma tutto lascia pensare che Boccaccio ne sapesse più di noi» (pp. 99-100). 

Dante Gabriel Rossetti, particolare del Saluto di Beatrice, National Gallery of Canada, Ottawa

Dante affida a Beatrice un ruolo centrale, fondamentale, le concede tutto: autorità, facoltà intellettive superiori alle sue, diritto primario di parola, possibilità di rimproverarlo come e quando vuole («Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice. / Come degnasti d’accedere al monte? / non sapei tu che qui è l’uom felice?», Pg XXX 73-75). Lo chiama «amico mio», vocabolo usato tra gli amanti del Cantico dei cantici («Il mio amico m’è un sacchetto di mirra, che passa la notte sul mio seno. / Il mio amico m’è un grappolo di cipro delle vigne d’En-ghedi. / Come sei bella, amica mia, come sei bella! / I tuoi occhi son come quelli dei colombi», I 13-15), gli riconosce il suo amore disinteressato («l’amico mio, e non de la ventura», If II 61). È l’unica che all’interno della Commedia pronuncia per la prima e unica volta il suo nome: «Dante, perché Virgilio se ne vada, / non pianger anco, non pianger ancora; / ché pianger ti conven per altra spada» (Pg XXX 55-57). A Beatrice e alla storia del suo amore per lei Dante dedica quello che potremmo definire un vero e proprio romanzo, la Vita Nova, in cui leggiamo dei loro incontri e reazioni fino al momento in cui la donna muore, gettando inesorabilmente il giovane Alighieri nello sconforto e nella disperazione, al punto da perdersi e lasciarsi andare ad altri amori (la donna gentile, la donna pietosa, la donna petrosa…). Quando nell’Eden, sulla cima del monte del Purgatorio, Beatrice apparirà per condurre il poeta e amico attraverso l’ultima tappa del suo viaggio, fino alla visione di Dio, Dante ne riconosce la presenza al tremar del suo spirito, ancor prima di riconoscerla, e ce lo comunica con una delle terzine più belle del poema: «[…] Men che dramma / di sangue m’è rimaso che non tremi: / conosco i segni dell’antica fiamma» (Pg XXX 46-48). Da lì in poi sarà tutto un gioco di sguardi e occhi, attraverso i quali Dante ammira la bellezza morale della donna amata e alla fine accede alla contemplazione dell’«alto lume». 

Alla luce delle riflessioni sin qui condotte, credo davvero che nell’animo del poeta fiorentino albergasse una diversa considerazione delle donne, lui che le aveva cantate e celebrate per tutta la vita, in molteplici forme e opere, intravedendo in esse il compimento dei valori della nobiltà e gentilezza d’animo di cui si era nutrito in gioventù con lo Stil novo, ed elevando la più importante fra loro ad un grado di perfezione morale assoluta. La Commedia, del resto, è l’atto finale che chiude un cerchio ed è un tesoro infinito che può essere letto e interpretato in molteplici modi. Ce lo ricordava mirabilmente Jorge Luis Borges: «Voglio solo insistere sul fatto che nessuno ha il diritto di privarsi della gioia della Commedia, della gioia di leggerla in modo genuino. Dopo verranno i commenti, il desiderio di conoscere il significato di ogni singola allusione mitologica, di vedere come Dante abbia ripreso un gran verso di Virgilio e l’abbia forse migliorato traducendolo. Ma all’inizio dobbiamo leggere il poema con la fede di un bambino, abbandonarci ad esso; ed esso ci accompagnerà per tutta la vita. Sono tanti anni che la Commedia mi accompagna, e so che se la leggerò domani vi troverò cose che finora non ho visto. So che questo libro durerà ben oltre la mia veglia e le vostre veglie» (Nove saggi danteschi, Adelphi, Milano 2001, p. 138). 

***

Articolo di Valeria Pilone

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Già collaboratrice della cattedra di Letteratura italiana e lettrice madrelingua per gli e le studenti Erasmus presso l’università di Foggia, è docente di Lettere al liceo Benini di Melegnano. È appassionata lettrice e studiosa di Dante e del Novecento e nella sua scuola si dedica all’approfondimento della parità di genere, dell’antimafia e della Costituzione.

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