Non “diva” ma grande attrice. Un ricordo di Mariangela Melato 

In grado di passare dalla commedia musicale al dramma classico, di imprestare la sua inimitabile voce ai personaggi dei film comico-grotteschi di Lina Wertmüller come alla Medea di Euripide, di trovarsi a suo agio sul palcoscenico di un teatro come davanti alla cinepresa o alla telecamera, Mariangela Melato è stata sicuramente una delle attrici più grandi e poliedriche che l’Italia abbia avuto nel Novecento. 

Era nata a Milano in piena guerra, il 19 settembre del 1941. La sua famiglia, alloggiata inizialmente in una casa di ringhiera del quartiere San Marco, poco lontano da Brera, aveva migliorato col tempo la propria condizione sociale. Il padre Adolf si era trasferito nel capoluogo lombardo nei primi anni ’30 da Trieste, dove era nato, italianizzando in Melato il cognome tedesco Honig, ed era riuscito a entrare nel corpo dei Vigili urbani della città, quelli che i milanesi chiamano ghisa. La madre aveva creato un laboratorio casalingo di sartoria e con la sua abilità si era assicurata negli anni una numerosa clientela, giungendo a impiegare nella piccola impresa una decina di lavoranti. Ma insieme all’etica meneghina del lavoro questa donna così vitale passò ai tre figli (oltre a Mariangela, secondogenita, c’erano Ermanno, con due anni di più, e Anna, arrivata undici anni dopo) il gusto della danza e del canto, cui la famiglia si dedicava nei giorni festivi, mentre il padre, cui Mariangela era legatissima, trasmise loro la passione per l’arte e il piacere della lettura. Un gruppo famigliare vivace, quindi, e non a caso la vena artistica che lo percorreva si manifestò sia in Ermanno, che prima di lavorare come dirigente di azienda fu musicista, sia in Mariangela e in Anna, che seguì le orme della sorella maggiore diventando cantante e attrice. 

Terminati gli studi, Mariangela si iscrive alla scuola di recitazione di Esperia Sperani, presso il “Teatro dei filodrammatici” di Milano, e inizia la sua carriera nella compagnia di Fantasio Piccoli. Il talento della giovane attrice viene presto notato: per due anni, dal ‘63 al ’65, Mariangela lavora con Dario Fo e Franca Rame in La colpa è sempre del diavolo e Settimo ruba un po’ meno, in seguito viene scritturata da Luchino Visconti per La monaca di Monza di Testori.  

Una giovanissima Mariangela

Non ha ancora trent’anni quando Ronconi la sceglie per la parte di Olimpia nell’Orlando furioso, uno spettacolo coraggiosamente innovativo che porta al pubblico i versi dell’Ariosto nella riduzione fatta da Edoardo Sanguineti e debutta nel 1969 al Festival dei Due Mondi di Spoleto. Una messinscena grandiosa, con tantissimi attori e attrici, sconcertante per il pubblico abituato alla tradizionale suddivisione dello spazio teatrale tra quello riservato agli attori, il palcoscenico, e quello occupato dagli spettatori, la sala con i posti a sedere. Nel rutilante spettacolo di Ronconi queste regole erano saltate e Melato vi utilizzava la sua impareggiabile voce, un po’ roca e potentemente espressiva, come uno strumento musicale: al pubblico sembrava che gli si rivolgesse direttamente. Erano le cose entusiasmanti che avvenivano in teatro in quegli anni.  

Mariangela Melato in un ritratto degli anni ’70

L’incontro tra l’attrice e Ronconi darà altri frutti pregevoli nel corso del tempo. Ne usciranno spettacoli strepitosi, come L’affare Nekropoulos di Capek (lo vidi nel ’93, al Teatro Carignano nell’allestimento del Teatro Stabile di Torino: Mariangela Melato, che interpretava Emilia Marty, sembrava avere gambe e braccia di gomma) o Quel che sapeva Maise di Henry James, per il quale non a caso Melato ebbe il Premio Ubu 2002 per la migliore attrice protagonista. In tutto furono sei gli spettacoli diretti da Ronconi in cui Mariangela recitò; l’ultimo, nel 2010, fu Nora alla prova, adattamento da Casa di bambola

Ma lavorò anche con altri registi famosi, come Strehler, nello spettacolo in dialetto milanese tratto dal testo di Carlo Bertolazzi El nost Milan, allestito nel 1979, o con Elio De Capitani in Un tram che si chiama desiderio di Tennesse Williams. La sua versatilità le permetteva di interpretare parti diversissime, di accostare il teatro dialettale ma anche Euripide, Shakespeare, Racine e Pirandello.  

La popolarità presso il grande pubblico però a Mariangela Melato arrivò dal cinema, in cui esordì nel 1969 (con un horror di Pupi Avati, Thomas e gli indemoniati, che non ebbe una gran fortuna) e vi si dedicò soprattutto negli anni ’70, diradando successivamente le sue apparizioni sul set per tornare al teatro. Forse perché era la sua vera passione, ma forse anche perché il cinema italiano, contrariamente a quanto avviene altrove, non offre facilmente parti da protagonista alle attrici, anche di grande talento, che abbiano superato i quarant’anni. Comparve comunque in più di 50 film, diretta da registi come Pupi Avati, Vittorio De Sica, Luciano Salce, Nino Manfredi, Elio Petri, Mario Monicelli, Lina Wertmuller, Stefano Vanzina, Luigi e Cristina Comencini, Giuseppe Bertolucci, Sergio Citti, lavorando a fianco di attori e attrici famose.  

Molti i successi. Film come Mimì metallurgico ferito nell’onore, Film d’amore e d’anarchia, Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto, tutti e tre firmati da Lina Wertmuller, fecero incassi importanti, e i forti personaggi creati da Mariangela Melato rimangono scolpiti nell’immaginario di un vasto pubblico.   

Chi può dimenticare la ‘ndustriala milanese in esilarante polemica con uno splendido Giancarlo Giannini nella parte del proletario siciliano? Film come Per grazia ricevuta e La classe operaia va in paradiso, dove Melato lavora al fianco di uno straordinario Volonté, entrambi usciti nel 1971, La poliziotta (1974), Caro Michele e Todo modo, tratto dal romanzo di Sciascia, ancora con Volonté e Mastroianni (tutti e due del 1976), Il gatto con Tognazzi e Casotto,  (1977) ancora con Tognazzi, Proietti e una giovanissima Jodie Foster appena uscita dall’esperienza di Taxi Driver, rimangono tutti nella storia del cinema italiano. 

Numerosissimi i riconoscimenti: quattro David di Donatello, quattro Nastri d’argento come migliore attrice protagonista, due Globi d’oro per le sue interpretazioni cinematografiche, due Premi Ubu e un Premio Eleonora Duse per il teatro. 

Mariangela Melato non si è mai sposata e non ha avuto figli; forse non ne ha avuto il tempo, vista l’enorme mole di lavoro (anche per la Tv, oltre che per il 

cinema e il teatro) svolto in quasi cinquant’anni di carriera. Molto riservata, non ha mai amato parlare delle sue relazioni sentimentali ed è nota solo quella con Renzo Arbore. Arbore ha dichiarato che erano stati lì lì per sposarsi, ma poi lei era partita per l’America e anche lui era impegnato nel lavoro, perché in quel periodo il suo successo era al massimo, così il rapporto si era allentato trasformandosi in una solida, profonda amicizia. Infatti lui le è rimasto vicino negli ultimi anni e nella malattia che l’ha portata alla morte, avvenuta a Roma, l’11 gennaio del 2013. Al suo funerale, nella Chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo gremita di folla commossa, Emma Bonino ha voluto ricordarla non solo come l’artista talentuosa che era, ma anche come «una donna di grande sensibilità civica, sempre attenta quando si trattava di spendersi per una giusta causa, ma mai in modo plateale». 

È stata una grande attrice, lontana da atteggiamenti divistici, cosa che ce l’ha fatta apprezzare non solo come artista ma anche come donna. 

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Articolo di Loretta Junck

qvFhs-fC

Già docente di lettere nei licei, fa parte del “Comitato dei lettori” del Premio letterario Italo Calvino ed è referente di Toponomastica femminile per il Piemonte. Nel 2014 ha organizzato il III Convegno di Toponomastica femminile, curandone gli atti. Ha collaborato alla stesura di Le Mille. I primati delle donne e scritto per diverse testate (L’Indice dei libri del mese, Noi Donne, Dol’s ecc.).

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