Sorellanze nel tempo: Giovanna Boccalini Barcellona  

Quando me lo chiedono, dico sempre di aver incontrato Giovanna Boccalini Barcellona mentre svolgevo una ricerca per l’Università di Pavia per un progetto relativo alla partecipazione femminile alle elezioni amministrative lombarde nel periodo 1946-1953: un nome all’interno di un elenco; una storia, la sua, che mi ha subito incuriosito per le sue radici lodigiane, come le mie, e per la molteplicità di ruoli da lei ricoperti in ambito politico, sociale e sindacale. Non è stato un incontro reale perché, quando lei è morta, ero poco più di una bambina, ma credo che nelle nostre esistenze ci siano delle presenze forti in grado di lasciare un segno profondo nonostante l’assenza fisica. Diciamo che è stata una compagna delle tante trasformazioni che ciascuna di noi affronta durante il cammino verso la costruzione della propria identità femminile, un processo complesso, a volte contradditorio, ma anche straordinariamente unico e sorprendente. Scoprire e provare a raccontare la sua storia è il mio modo per ringraziarla e permettere ad altre/i di conoscerla e di apprezzare il segno lasciato con la sua presenza. 

Giovanna Boccalini a 22 anni 

Le origini lodigiane di Giovanna Boccalini, nata sotto il segno della Bilancia il 24 settembre 1901, sono dovute ai suoi genitori, Antonietta Salvarani e Francesco, entrambi lodigiani. La madre è un’operaia del locale lanificio, una donna forte e determinata con un animo ardimentoso tanto da non esimersi dal prendere parte ad un’improvvisata protesta sotto la casa del proprietario della fabbrica per via delle ingiuste retribuzioni. È proprio l’ufficio paghe del lanificio il luogo in cui lavora inizialmente Francesco Boccalini, che poi si impiega presso la Ditta Garbelli situata in Borgo Adda, la lunga arteria orizzontale che costeggia il fiume. Qui l’uomo non si risparmia offrendo, a titolo gratuito, il proprio aiuto ai tanti pescatori che si rivolgono a lui per la presentazione di istanze e per le richieste di concessioni al Comune. La famiglia Salvarani-Boccalini è molto numerosa: Mario (n. 1897), Umberto (n. 1900), Giovanna Cunegonda (n. 1901) detta Nina, Teresa (n. 1903) detta Ginin, Maria Luisa (n. 1906) detta Gina, e, infine, le due sorelle più piccole: Marta (n. 1911) e Rosa (n. 1916), detta Rosetta. Dall’intervista rilasciata nel 1978 da Giovanna, Marta e Rosetta Boccalini allo storico lodigiano, prof. Ercole Ongaro, si accenna al fatto che ci fossero altri/e fratelli e/o sorelle non più in vita.  

Bambine/i della fam. Boccalini ed altre/i in posa su un monumento funerario dello scultore Ettore Archinti, 1908 (Fonte: E. Ongaro, Ettore Archinti. Lettere 1905-1944, Cooperativa Ettore Archinti, Lodi, 1987) 

In piedi a sinistra il secondo potrebbe essere Umberto, il terzo Mario; sedute a sinistra davanti potremmo trovare Teresa, dietro Giovanna e la piccola Luisa. 

La quotidianità domestica è condivisa con quella di un importante scultore e uomo politico locale, Ettore Archinti, che risiede proprio nello stesso stabile, sito in via Cavour 25. Bambine e bambini della famiglia diventano presto modelle/i dell’artista, in particolare Giovanna è raffigurata in una scultura del 1903 dal titolo Nina e in un’altra, Poesia di Natale, insieme alla sorella Teresa, del 1909. 

 

Per approfondire si veda il seguente link https://sorelleboccalini.wordpress.com/extra_modelli-e-modelle-per-archinti/ 

Ettore Archinti è per la ragazza un padre spirituale e una guida verso quel socialismo umanitario diffuso a Lodi grazie anche a due testate locali: Il Proletario di Alessandro Fè e La Plebe di Enrico Bignami. Oltre all’educazione politica, Giovanna Boccalini, i fratelli e le sorelle ricevono un’istruzione adeguata alle singole capacità; è soprattutto la determinazione della madre Antonietta che consente alla prole di studiare e poi lavorare. Giovanna ottiene prima il diploma di avviamento alla pratica contabile e poi prosegue con gli studi presso la Scuola Normale Femminile di Lodi, oggi Liceo delle Scienze Sociali “Maffeo Vegio”, dove consegue il titolo per l’insegnamento che sarà una delle sue grandi passioni. Dopo gli esami magistrali, inizia il suo percorso di maestra presso le scuole comunali di Lodi. 

Insieme all’insegnamento però, la giovane coltiva anche altre passioni, quella sociale e quella politica, mediante l’iscrizione alla Società Generale Operaia di Mutuo Soccorso di Lodi, nel 1915, e alla sezione locale del Partito socialista, nel 1918. All’interno della Società si occupa inizialmente della gestione della biblioteca popolare e successivamente diventa consigliera sedendo a fianco di Amore Timolati, un’altra attiva esponente socialista che, insieme a Celestina Fasoli, compagna di Ettore Archinti, la sensibilizza alle tematiche emancipazioniste tanto che, nell’intervista rilasciata al prof. Ercole Ongaro, Giovanna racconta i dettagli del suo primo “comizio” tenuto davanti ad una platea di donne: 

«Un bel giorno vogliono che io vada a fare un comizio a Milano, un comizio a Milano, e la signora Celestina dice ad Archinti di mandarmi a fare questo comizio a Milano. Io vengo a Milano, ma non so niente… no un comizio: partecipare a una riunione, una riunione di donne: in un casello daziario – che non so questo di Porta Venezia, o quello di Porta Nuova – si riuniva il Partito Socialista, c’era una riunione di donne. […] E allora io sono lì con la signora Celestina, e non so chi propone che io diventi la presidente di quella riunione. A parte che ero giovane, inesperta, non conoscevo niente, non avevo mai fatto atti di questo genere qui… allora… c’era una specie di palcoscenico – perché in questi cosi daziari c’era anche dei teatrini, dove il Partito Socialista faceva qualche cosa, o faceva far qualche cosa… salgo la scaletta per andare sul palco di questo teatrino… […] do una testata nel pezzo sopra della porta – perché era una porticina… e arrivo là davanti che non vedevo niente, non vedevo niente. Poi, non sapevo cosa fare! E loro aspettavano che io parlassi, ma nessuno mi aveva detto niente, che parlassi come presidente per presentare la riunione: io non sapevo niente – venivo da Lodi in quel momento […]… poi dissi qualche parola anch’io». 

Sono i primi anni Venti, Ettore Archinti è il primo sindaco socialista di Lodi e amministra il Comune con un’attenzione continua e costante alle politiche sociali in favore delle persone più povere e bisognose puntando sull’istruzione e la refezione per la prole di lavoratori e lavoratrici. In questo contesto Giovanna Boccalini, insieme alle sorelle Teresa e Luisa e a Celestina Fasoli, partecipa come educatrice alla colonia per l’infanzia lodigiana organizzata dal Comune, un’importante occasione per condividere un progetto di cura e di educazione con altre donne che lascerà il segno in una giovane Nina che già comprende le potenzialità della sorellanza femminile e ne parla alla madre nelle cartoline spedite da Cornigliano. 

Nel 1923 arriva a Lodi un ragioniere siciliano, Giuseppe Barcellona, che lavora in Comune come procuratore alle imposte e nel 1924 tra lui e Giovanna inizia un fidanzamento che porta al matrimonio civile, nell’agosto del 1925, e alla nascita di un figlio, Giacomo, detto Popi, nel 1926, così chiamato in onore del deputato socialista Matteotti, e di una figlia, Grazia, nel 1929. 

Nel 1927 la famiglia Boccalini-Barcellona si trasferisce a Milano in Piazzale Dateo e, nei primi anni Trenta, Giovanna entra di ruolo presso la Scuola Elementare Maschile di Viale Romagna dove insegnerà fino al 1946 quando, per meglio gestire l’attività politica, come vedremo in seguito, chiederà il trasferimento presso la Scuola Sperimentale Trotter. 

Gli anni Trenta sono per la donna ricchi di esperienze, ma anche di difficoltà. Nel 1933, infatti, partecipa a un’impresa pionieristica molto importante: la nascita della prima squadra calcistica femminile italiana, il Gfc (Gruppo Femminile Calcistico). Lei non gioca, ma ricopre il ruolo di commissaria, una mansione che potrebbe coincidere con quella del/la team manager; nella squadra invece sono attive le sue tre sorelle Luisa, Marta e Rosetta. La vicenda del Gfc, scoperta, indagata e ricostruita dallo storico dello sport Marco Giani, è la base del romanzo di Federica Seneghini: Giovinette, di cui Giani è coautore.  

Alla base di quest’avventura sportiva femminile, c’è una grande passione per lo sport che interessa ragazzi e ragazze della famiglia Boccalini, supportata soprattutto da Ettore Archinti che spinge alla pratica sportiva non solo loro, ma anche la figlia di Giovanna, Grazia, da lui stesso accompagnata personalmente al Palazzo del Ghiaccio durante le sue visite milanesi: Grazia Barcellona diventerà una campionessa di pattinaggio sul ghiaccio. Giovanna mostra una predilezione per la montagna e si dedica alle escursioni, nonché alla pratica sciistica. Con il marito Giuseppe poi condivide la passione per il calcio e, in particolare, per l’Ambrosiana – Inter, squadra di cui saranno sempre tifosi. 

Vedretta del Careser, 1937. Le famiglie Boccalini-Barcellona con Giacomo (il secondo da sinistra), Giuseppe (il terzo da sinistra) e Giovanna (la quarta da sinistra) e Colla-Boccalini con Mario (il primo a destra) e sua figlia Francesca (la prima a sinistra). (Fonte: Archivio privato Giovanna Boccalini Barcellona 

L’esperimento del Gfc si esaurisce nel 1934 a causa del boicottaggio del regime fascista che considera il calcio uno sport non adatto alle donne e preferisce promuovere altre specialità sportive femminili come l’atletica e la pallacanestro per quanto concerne gli sport di squadra. Negli stessi anni la famiglia Boccalini-Barcellona deve affrontare un’altra situazione complessa e dolorosa rappresentata dall’arresto, avvenuto il 30 aprile 1933, e dalla condanna al confino alle Tremiti di Giuseppe Barcellona. La complessa vicenda giudiziaria, su cui Marco Giani sta compiendo studi accurati, si conclude nel giro di un anno e mezzo con la commutazione della condanna al confino in ammonizione e termina definitivamente con l’aprile del 1935.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale determina il richiamo alle armi di Giuseppe, che viene destinato in Cirenaica, e costringe allo sfollamento a causa dei bombardamenti su Milano: Giovanna, Giacomo e Grazia trovano rifugio a Lacchiarella. Purtroppo, un terribile lutto colpisce la famiglia: a seguito di un’appendicite non adeguatamente curata, il figlio Giacomo muore improvvisamente all’età di 17 anni nel giugno del 1943. Il dolore devastante si abbatte soprattutto su Giovanna ed è forse anche per superarlo senza esserne travolta che decide di scendere in campo e, dopo la caduta del fascismo, di impegnarsi nella nostra guerra di Liberazione iscrivendosi al Pci e fondando, insieme ad altre donne, i Gruppi di Difesa della Donna già nel novembre 1943 (per approfondire si veda https://vitaminevaganti.com/2019/11/09/noi-donne-noi-compagne-di-combattimento/). 

Tra i documenti e gli oggetti che Marco Giani ed io abbiamo rinvenuto presso la residenza della famiglia Barcellona-Ferrari, c’è una grande scatola rossa, accuratamente ordinata, all’interno della quale abbiamo trovato le carte resistenziali di Giovanna Boccalini Barcellona, tra di esse un foglio dattiloscritto che in poche frasi racchiude quella che avrebbe dovuto essere l’essenza dei Gdd e poi dell’Udi di cui Giovanna è promotrice e fa parte del Comitato Direttivo, fino al 1956. 

L’impegno di Giovanna Boccalini all’interno dei Gdd è molteplice: dall’organizzazione delle attività a sostegno delle/dei partigiane/i in armi e del servizio di staffette; all’ospitalità offerta ai capi del Clnai fra cui Luigi Longo; alla collaborazione con Archinti per portare in salvo soldati alleati e famiglie ebree; alla direzione del giornale Noi Donne, organo ufficiale dei Gdd che, oltre a dare il proprio sostegno alla guerra partigiana, si rivolge alle donne affinché si istruiscano, leggano, si informino, si emancipino perché, quando l’Italia fosse tornata libera, il loro contributo sarebbe stato fondamentale per la nascita di una solida democrazia.  

La fine della guerra e lo sviluppo dei primi organismi democratici vedono Giovanna coinvolta personalmente come rappresentante dell’Udi all’interno del Cln lombardo dove ricopre due importanti incarichi: quello di Commissaria alla Previdenza e all’Assistenza e quello di responsabile del settore scuola. Il primo ruolo la vede impegnata nella liquidazione della Congelata, la Direzione Generale dell’ex Ministero del Lavoro fascista, ed entra anche a far parte di una commissione regionale che si occupa del lavoro femminile e che le consente di concludere, tra le altre cose, un buon contratto per le mondine. Come responsabile della scuola, svolge un’attività di controllo politico dell’operato dei commissari del Cln all’istruzione; oltre alle difficoltà oggettive che a Liberazione avvenuta si devono affrontare per defascistizzare le scuole e riaprirle, ci sono quelle relazionali con i commissari all’istruzione, insomma una palestra politica e democratica veramente importante. Una delle doti che contraddistinguono subito l’operato di Giovanna Boccalini Barcellona è la capacità oratoria, il saper parlare, soprattutto con le donne, e ciò le permette di essere invitata a partecipare e intervenire in molti comizi e riunioni femminili. 

Milano, 1946. Giovanna Boccalini Barcellona parla alle donne durante la celebrazione dell’8 marzo. (Fonte Archivio privato di Giovanna Boccalini Barcellona) 

Tra le tante attività assistenziali che la vedono protagonista ve n’è una, a mio giudizio, che merita di essere valorizzata soprattutto per le condizioni di assoluta difficoltà in cui si svolge. Si tratta del trasferimento di bambine/i di famiglie in difficoltà residenti principalmente a Milano e Torino e nelle province limitrofe in Emilia-Romagna, a Reggio Emilia e a Modena ad esempio, ma molti altri comuni danno la propria disponibilità durante il rigido inverno 1945/46. L’accoglienza offerta dalle famiglie emiliane e romagnole permette alle/ai piccole/i di non dover sopportare il freddo della città e di disporre di un’alimentazione migliore. A quest’esperimento, seguirà la nascita di Comitati che negli anni successivi si preoccuperanno di gestire il trasferimento anche di bambine e bambini delle regioni più colpite dalla guerra e provenienti dal sud del Paese, dando vita a quella grande catena di solidarietà che è passata alla storia con il nome di “Treni della felicità”. Giovanna Boccalini Barcellona entra a far parte del Comitato Pro Cassino e contribuirà, con l’allora presidente dell’Udi Maria Maddalena Rossi di cui sarà grande amica, alla raccolta e alla distribuzione degli aiuti per l’infanzia abbandonata nella zona di Cassino, teatro di una delle battaglie più cruente della Seconda guerra mondiale in territorio italiano oltre che zona ad alto rischio per via della malaria. 

Cassino, 1946. Giovanna Boccalini Barcellona (in piedi a sinistra sul vagone del treno) osserva le/i bambine/i di Cassino mentre ricevono gli aiuti (Fonte: Archivio privato di Giovanna Boccalini Barcello

Alle elezioni amministrative comunali del 1946, Giovanna Boccalini Barcellona si presenta come candidata per il Pci e, dopo aver ottenuto un cospicuo numero di preferenze, viene eletta consigliera ricevendo poi l’incarico di assessora all’assistenza e all’infanzia che svolge con dedizione contribuendo, con tutta la Giunta Greppi, alla ricostruzione di Milano. Particolare attenzione dedica all’organizzazione delle colonie per le/i bambine/i milanesi e alla collaborazione con l’Onmi per l’assistenza alla maternità e all’infanzia. 

Nel 1949 affianca all’attività politica quella sindacale diventando vicepresidente dell’Inca nazionale e i suoi viaggi a Roma si fanno sempre più frequenti tanto da portarla al trasferimento nella Capitale quando ottiene l’incarico di vicepresidente dell’Inps. Qui si impegna in varie battaglie fra le quali quella per l’approvazione della Legge Noce per la tutela della maternità; il riconoscimento dei contributi alle lavoratrici domestiche; la riforma pensionistica e la parità di salario. Quello che ho definito come “periodo romano” è ancora oggetto di ricerca da parte mia e sono convinta che porterà a nuove ed interessanti scoperte così come mi riservo di indagare meglio sulla conclusione della carriera politica e sindacale di Giovanna Boccalini Barcellona che si colloca nel 1956. 

Durante il suo intervento al Congresso della Donna Italiana dell’aprile 1953 dice: «Vogliamo vivere serenamente. Vogliamo pensare alla vecchiaia senza troppe preoccupazioni, vogliamo una vita familiare più tranquilla, vogliamo prospettive di lavoro, di pace, di sicurezza per i nostri giovani. Per questo con la nostra vigilanza, la nostra lotta, la nostra propaganda […] potremo liberarci di tante ingiustizie». 

Il suo amore per la montagna e l’idea che l’emancipazione femminile sia un cammino da fare con le donne e per le donne, mi permettono di concludere con una foto, che amo molto, con una Giovanna Boccalini Barcellona anziana, un po’ in ombra tanto che non è facile distiguerne i lineamenti, circondata da un nevoso paesaggio invernale. Ha ai piedi gli scarponi, consumati, ma ancora buoni, come dice la gente di montagna, e una borsa, forse pesante, come tutte quelle che noi donne ci portiamo appresso, colme delle nostre esperienze, alcune importanti altre superflue, ma senza mai buttare nulla. Forse sta guardando l’obiettivo per suggerirci di non fermarci, di non tornare indietro, ma di procedere nell’indispensabile e insostituibile percorso a cui ciascuna di noi è chiamata per raggiungere un giorno il traguardo della parità.  

Giovanna Boccalini Barcellona è morta a Osnago il 24 giugno 1991. Al momento non è presente nessuna intitolazione, ma la sezione lodigiana di Toponomastica femminile presenterà richiesta al Comune di Lodi affinché venga dato il suo nome al Centro Donna in via delle Orfane. 

Si ringraziano i nipoti di Giovanna Boccalini Barcellona, Francesco e Luigi Ferrari, e Paolo Gilardi, nipote di Marta Boccalini, per i documenti e le fotografie appartenenti ai loro archivi familiari privati. 

In copertina: Giovanna Boccalini Barcellona nella neve. 

***

Articolo di Alice Vergnaghi

Docente di Lettere presso il Liceo Artistico Callisto Piazza di Lodi. Si occupata di storia di genere fin dagli studi universitari presso l’Università degli Studi di Pavia. Ha pubblicato il volume La condizione femminile e minorile nel Lodigiano durante il XX secolo e vari articoli su riviste specializzate.

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