Un tempo gentile di Milena Agus

Qui in Sardegna ho spesso l’opportunità di frequentare la biblioteca comunale “Grazia Deledda” di Santa Teresa di Gallura che offre una ampia scelta di libri di autori e autrici dell’isola. Ho potuto così conoscere dei veri e propri classici, divenuti ormai patrimonio comune, come Diario di una maestrina di Maria Giacobbe, Passavamo sulla terra leggeri di Sergio Atzeni e Paese d’ombre di Giuseppe Dessì, e intanto continuare le mie abituali letture di Fois, Niffoi, Todde, Satta, Lussu, Murgia, Pitzorno e molti altri e altre, visto che la “scuola sarda” è assai prolifica e generosa di talenti.  

Trovare il più recente romanzo di Milena Agus ha fatto subito accendere la curiosità. Chi non ha amato infatti i suoi precedenti Mal di pietre, Ali di babbo, La contessa di ricotta, Terre promesse, compreso l’interessante lavoro a quattro mani con Luciana Castellina, fra finzione e rievocazione storica, Guardati dalla mia fame (2014)? Tutti pubblicati dalla casa editrice Nottetempo, tradotti in oltre venti lingue e vincitori di numerosi premi. Agus è nata nel 1959 a Genova da genitori sardi e vive a Cagliari, dove ha insegnato Italiano e Storia in vari istituti superiori; come autrice si distingue nel panorama della narrativa contemporanea per la finezza della sua mano, una mano “gentile”, parafrasando il titolo del libro di cui stiamo per parlare, opera di una donna che scrive con il cuore, senza retorica né sentimentalismi, e con una sensibilità tutta femminile. 

Copertine di libri. Da sinistra: Mal di pietre (2006), Ali di babbo (2008), La contessa di ricotta (2009) e
Terre promesse (2017)

Il romanzo in questione adotta un punto di vista originale e poco frequente, personalmente mi ha ricordato solo un esempio: Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka (2012) in cui si narra la dolente vicenda delle giapponesi portate negli Usa e fatte sposare “per fotografia” a degli sconosciuti conterranei, ai primi del Novecento. Una storia corale, raccontata usando la I persona plurale, un “noi” comprendente allo stesso modo tutte le sventurate protagoniste. Anche Agus usa il “noi”, naturalmente in tutt’altro contesto. Siamo in un passato assai recente e ci troviamo in un anonimo paesino sardo, non lontano dal capoluogo regionale, nella campagna dell’entroterra. Le scriventi sono «vecchieggianti», non vecchie come le mamme e le suocere, per lo più vedove, ma neppure giovani: ragazzi e ragazze se ne sono andate, vivono altrove e non tornano mai a rivedere i genitori, non gradiscono neanche le loro visite. Tuttavia uno solo ha fatto fortuna nel Continente ed è diventato un sarto famoso, che compare spesso sui rotocalchi nazionali con il suo compagno. Il luogo si è spopolato, non è più comune autonomo, non ha più il parroco né la fermata del treno; il campo sportivo è in disuso; la fiorente agricoltura è stata abbandonata, come pure la pastorizia, a favore della coltivazione esclusiva dei carciofi e la produzione di biomasse. Tutto va in malora o è stato ristrutturato senza gusto e senza amore, non perché gli abitanti (uomini) non siano laboriosi, ma per disinteresse, per incuria, per rassegnazione, per una diffusa tristezza: non una risata, non un canto, non una nascita da gran tempo, mentre le donne sono perfette casalinghe, impegnate nella battaglia quotidiana contro la polvere e la sporcizia e nella periodica sistemazione degli armadi. E pensare che quasi tutte hanno frequentato le scuole superiori, hanno magari indossato la minigonna e posseduto da piccole delle vere bambole, non quelle di stracci delle precedenti generazioni. Capiscono di essere delle «sarde un po’ rammollite» e «l’impressione era che la nostra vita fosse immersa nel color grigio topo dell’ignoranza». Pur avendo vicino un bel lago e non lontano dei reperti archeologici, il paese non ha attrattive turistiche, non si trova fra foreste e rocce maestose, non è sul mare, ma si adagia placido su modeste colline ondulate; non ricorda i fascinosi luoghi descritti da Grazia Deledda, semmai fa pensare al set abbandonato di un film western di serie b. Eppure il vento della novità, implacabile, porta un cambiamento inatteso e, in un primo tempo, sgradito, anzi decisamente osteggiato: arrivano gli «invasori». Non sono più gli antichi popoli fenicio o romano, neppure le bionde badanti dell’Est, si tratta di un gruppo di migranti con un eterogeneo accompagnamento di volontarie e volontari, mandati in quel posto povero e sperduto a occupare un edificio fatiscente. Non è avvenuto uno sbaglio, come si pensa, ma è una decisione “dall’alto”, presa da chi non conosce la situazione reale. Anche gli «invasori» sono eterogenei: una giovane incinta, la bellissima Naima «dalla pelle di velluto nero», un cane adottato per strada, un plurilaureato, un bambino antipatico, e altri ancora, donne e uomini, insomma una umanità variegata e sventurata che si porta dietro un incredibile carico di sofferenze, paure, traumi. Come si può immaginare all’inizio la diffidenza reciproca prevale sull’accoglienza, ma giorno dopo giorno un gruppetto di donne curiose, le narranti, timidamente e con pudore, si fa via via più audace, va a vedere dove e come vivono, portando modesti aiuti: un secchio, degli stracci, delle coperte, poche sedie sfondate. E poi si comincerà con qualche alimento e grazie a questo avverrà per la prima volta la collaborazione con le Dame, le più ricche (o presunte tali) del luogo, dispensatrici di gallette e acqua di mele, e con l’altra superba, non per nulla chiamata Pidocchio. 

Il romanzo procede attraverso agili capitoli e una narrazione avvincente in cui si inseriscono talvolta vivaci espressioni in lingua locale: porceddu, angioneddu, malloreddus, cibi dunque, ma anche: de sognus prena, bascittedda, nannai, leggixedda, vocaboli dal suono antico e melodioso. Pagina dopo pagina si conoscono meglio le curiose persone italiane che, da esperienze di vita tanto diverse, hanno deciso di dedicarsi a chi non ha nulla e ha perso tutto; ecco allora l’Evangelica, l’Ingegnere, il Professore, la sua studente innamorata, Robin dalla bocca storta, Ziuccia che fa i compiti per telefono con il nipote lontano, il gestore di un porno-shop. Le narranti si inseriscono sempre più e le due comunità cominciano a condividere piccoli e grandi eventi: riparazioni del Rudere, festicciole, preparazione dei cibi, scambi di conoscenze e di usanze, fino alla nascita del bambino più amato e coccolato, il piccolo Atom, a cui non mancheranno latte, abitini ricamati, ninnoli e affetto. L’atmosfera del paese cambia grazie proprio all’arrivo inatteso di gente in fuga, sventurata e misera, che ha portato nuove prospettive e persino dei progetti concreti, come il «poderetto del vicinato»; la solidarietà coinvolge anche gli uomini, assai rustici e di poche parole; il tempo gentile rende gli animi più sensibili e aperti verso il prossimo. Solo alcuni paesani e paesane rifiutano qualsiasi contatto con gli «invasori», ma d’altra parte questo fa parte della vita reale, in un mondo sempre più indifferente, incattivito, egoista. 

Il romanzo arriva alla sua naturale e logica conclusione: i migranti, con le loro poche masserizie, un giorno se ne vanno, come è giusto che sia, e non se ne saprà più niente. Siccome questa non è una fiaba, qualcosa è cambiato, qualcosa non cambierà mai. Ci sarà chi, riconoscente, si renderà conto di aver imparato un po’ d’inglese e qualche parola di arabo, chi avrà riscoperto il fascino dell’Iliade o capito qualcosa del Corano, chi avrà acquistato la compagnia di un cane devoto, chi proverà gratitudine per i momenti allegri e festosi, per i canti, per le animate discussioni, per la consapevolezza di aver abitato, magari per poco, in una specie di arca di Noè. Non è una fiaba, dicevamo, e dunque nessuna delle donne è più entrata nel palazzo delle Dame, le tubature delle case sono sempre marce, mentre il cambio stagionale degli armadi è rimasto un appuntamento fisso per le massaie operose.  

«Ci chiediamo a cosa sia servita la nostra avventura, non certo ad avere le idee più chiare. […] Ma ci è rimasta la consapevolezza che la nostra vita non è stata sempre e soltanto da conigli. In fondo, ci diciamo, per una volta siamo usciti dalla tana e abbiamo dato una mano d’aiuto». 

Allora il tempo gentile ha lasciato il segno, e di questo ringraziamo Milena Agus che ci ha accompagnato nel cammino con la sua felice capacità narrativa e con le sue delicate descrizioni. 

E, come dice una voce sconosciuta nell’ultima pagina, «Peccato che la storia sia finita». 

Milena Agus,  
Un tempo gentile,  
Nottetempo, Milano, 2020 
pp. 204

***

Articolo di Laura Candiani

Ex insegnante di Materie letterarie, dal 2012 collabora con Toponomastica femminile di cui è referente per la provincia di Pistoia. Scrive articoli e biografie, cura mostre e pubblicazioni, interviene in convegni. È fra le autrici del volume Le Mille. I primati delle donne. Ha scritto due guide al femminile dedicate al suo territorio: una sul capoluogo, l’altra intitolata La Valdinievole. Tracce, storie e percorsi di donne.

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