Un diritto negato

Proprio nei giorni in cui il film L’événement della regista Audrey Diwan, tratto dal libro di Annie Ernaux, vince il Leone d’oro a Venezia, esce per i tipi del Villaggio Maori La scelta negata. Il diritto all’aborto nel paese dell’obiezione, opera della giornalista catanese Patrizia Maltese. Un’inchiesta necessaria, rigorosa e amara, che ci aiuta a ripercorrere una strada lunga, tortuosa, zeppa di ostacoli.
Era il 1978 quando il diritto a interrompere una gravidanza entro i primi 90 giorni venne riconosciuto in Italia dalla legge, dopo una lunga battaglia femminista tesa a mettere fine alla secolare tragedia degli aborti clandestini, l’ombra nera che aveva incessantemente seguito le donne: qualche volta per ucciderle, sempre per angosciarle. Le benestanti si affidavano alle cliniche o andavano all’estero, le altre si consegnavano alle mammane o al fai da te.
Nel 1981 un referendum indetto dal “Movimento per la vita” chiamò il popolo a pronunciarsi sull’abrogazione della legge: il 68% votò per mantenerla.
Fu una nostra vittoria, una vittoria delle donne; avevamo però sottovalutato il fatto che si può vincere una battaglia ma nel tempo rischiare di perdere la guerra. Il cavallo di Troia ― che si rivelò subito efficace ― fu trovato nell’articolo in cui la legge prevede che un/a medico/a possa rifiutare, per ragioni di coscienza, di praticare aborti.
L’obiezione di coscienza nacque per salvaguardare il diritto del cittadino e della cittadina a non prestare obbedienza a una legge pur di non veder lesi i propri princìpi morali e religiosi: pensiamo al caso della guerra, ovvero a quello del servizio militare. Fu osteggiata e punita fino alla fine del secolo scorso: basta ricordare i casi eclatanti di Gozzini, padre Balducci, don Milani, mandati a processo e ostracizzati; pensiamo agli anonimi giovani incarcerati per aver rifiutato la leva. Non poi tanti, poiché la scelta richiedeva coraggio, coerenza, determinazione, spirito di sacrificio. Basta guardare i dati dell’ultima Relazione del ministro della Salute sull’attuazione della legge 194/1978, per rendersi conto qui di un fenomeno del tutto diverso, di maggioranza e non di nicchia: il 69% dei ginecologi e delle ginecologhe italiane è obiettore. In cinque regioni e nella provincia autonoma di Bolzano la percentuale supera l’80%, fino ad arrivare al 92,3% nel Molise. Sono inoltre obiettori il 46,3% di anestesisti/e e il 42,2% del personale sanitario non medico. In queste percentuali c’è la ragione per cui sono molti i reparti di ginecologia o ostetricia che non rendono praticamente possibile accedere al diritto nei tempi previsti, benché la legge esplicitamente vieti l’obiezione di struttura. I dati dicono che su 558 strutture pubbliche solo in 362 vengono effettuate interruzioni volontarie di gravidanza. Per l’enormità di questi numeri il Consiglio d’Europa nel 2016 ha sanzionato l’Italia.
Tutto concorre a complicare una scelta di per sé già difficile. Il sito del Ministero non riporta un elenco degli indirizzi a cui rivolgersi, per cui il percorso delle donne si trasforma in una rincorsa affannosa da un ospedale all’altro, da una provincia all’altra, col rischio di arrivare fuori tempo. Molte finiscono per dover scegliere la strada antica, pericolosa e onerosa, della clandestinità.

Attraverso interviste e testimonianze privilegiate il libro di Patrizia Maltese ricostruisce dettagliatamente la realtà che sta dietro alle cifre e che non sempre è caratterizzata da ragioni ideali. Alcuni medici e mediche diventano obiettori per fare carriera, per quieto vivere, per evitare di essere discriminati dai colleghi e da primari obiettori, per non essere relegati per anni nel ghetto di un lavoro di routine. Altri lo fanno perché gli interventi di interruzione di gravidanza sono operazioni poco complesse e quindi sono considerate pratiche scarsamente gratificanti. In generale non è facile la vita di chi non è obiettore.
I consultori ― il cui ruolo di indirizzo e sostegno sarebbe essenziale ― sono sempre di meno, mal finanziati e dequalificati. Poche donne vi ricorrono. Molti sono privati e confessionali.
Si potrebbe pensare che di contro nel nostro Paese si dedichi parecchia attenzione alla prevenzione delle nascite indesiderate, ma non è così. Le tecnologie della contraccezione anziché strumenti per evitare il trauma di un aborto diventano occasione per introdurre nuove proibizioni e riaffermare il controllo dei corpi delle donne. I maschi in gran parte pensano che non sia un problema loro.
La famiglia e la scuola tacciono, per incompetenza o per paura. Risale al 1910 la prima proposta di legge che tentò di introdurre nelle scuole italiane l’educazione sessuale: non passò, e da allora le cose non sono cambiate. Oggi fa paura perfino la parola ‘genere’, trasformata in spauracchio (il gender!) dalla cultura oscurantista.
Risultato? La ricerca Barometer of women’s access to modern contraceptive choice, che ha coinvolto una decina di Paesi europei, mostra come meno del 16% delle italiane scelga la contraccezione moderna: un dato che ci pone agli ultimi posti in Europa. Il 50% degli adolescenti, se e quando fa sesso, non usa precauzioni. Tra le ragazze che hanno esperienze sessuali (oltre 4 su 10 entro i 17 anni), poche ricorrono a metodi anticoncezionali (profilattico 18%, pillola 4%, diaframma e spirale 4%), quasi la metà a nessun metodo o al poco sicuro coito interrotto.
Dopo due capitoli ricchi di notizie su questa situazione controversa, assurda e contraddittoria, il libro di Maltese nel terzo dà la parola alle donne e alle loro testimonianze. La penna della ricercatrice trascrive racconti raccolti da un orecchio vigile e attento. Ascoltiamo insieme a lei, rabbrividendo, le voci dolenti o indignate che raccontano una tappa della vita che non dimenticheranno mai. Dalla trafila burocratica ai tentativi di colpevolizzazione e ai rimproveri, dalle attese estenuanti ai viaggi convulsi, dalla cecità della famiglia all’indifferenza dell’uomo che “ha fatto il guaio”, dolore su dolore.
Tutta la strada è disseminata di ostacoli: anziché incontrare aiuto, ascolto, accoglienza, soluzione, ci si scontra con complicazioni burocratiche, rifiuti, pressioni indebite, nessun rispetto, pellegrinaggi da un luogo all’altro. Alla fine si può perfino morire, come è capitato a Valentina Milluzzo, arrivata all’ospedale con una grave infezione, che a distanza di cinque anni ancora non ha trovato giustizia.
C’è Monica a Roma, che riesce a uscire dall’incubo solo grazie al caso (dopo alcune peripezie incontra una ginecologa non obiettrice).
C’è una studente catanese che deve affrontare tutto da sola perché vuole preservare la sua famiglia da un dramma che non potrebbe capire.
C’è una signora ultraquarantenne che si sente dire: «Se paghi è tutto più semplice».
C’è chi si sente apostrofare così: «Ti sei divertita, puttanella? Adesso paghi».
C’è una donna che incontra solo assistenti sociali, medici, dottoresse, infermiere/i che ritengono incomprensibile la sua scelta e senza ascoltarne le ragioni, pronte/i solo a giudicare, non le prestano alcuna attenzione. Come se fosse un capriccio o una passeggiata.
C’è chi ricorda solo la fragilità, il freddo, la solitudine e la paura.
C’è chi si ribella: «Non ce la farete a farmi sentire in colpa».
C’è infine un uomo che ricorda l’esperienza vissuta a Milano con la sua compagna e ne scrive su una pagina Facebook perché si sappia, perché si reagisca. In rete si trovano centinaia di esperienze analoghe.
Il Paese ufficiale chiude gli occhi: poche persone hanno il coraggio di prendere parola pubblica su ciò che nel 2021 resta quasi innominabile e rientra tra i temi che paiono di dubbia dimensione politica, ai confini tra norma e morale e, nei fatti, tra un timido Stato e una Chiesa assertiva, a testimoniare della fatica del diritto laico a prevedere soggetti non neutri, non disincarnati.

Patrizia Maltese
La scelta negata
Villaggio Maori, 2021
pp. 155

***

Articolo di Graziella Priulla

Già docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi nella Facoltà di Scienze Politiche di Catania, lavora alla formazione docenti, nello sforzo di introdurre l’identità di genere nelle istituzioni formative. Ha pubblicato numerosi volumi tra cui: C’è differenza. Identità di genere e linguaggi, Parole tossiche, cronache di ordinario sessismo, Viaggio nel paese degli stereotipi.

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