Editoriale. L’inclusione e la libertà… di vivere

Carissime lettrici e carissimi lettori,  

parole come libertà, dittatura, cura, salute sono ormai presenze quotidiane che ci guidano e ci inducono a scelte. Libertà è un termine complesso, non spiegabile con poche parole, a tal punto, si è osservato, che vien spesso seguito da una specificazione che esigerebbe, ricordando il latino o il greco, il genitivo (rimasto anche oggi in molte lingue, come, ad esempio, il russo) e il verbo all’infinito. Dunque: libertà di pensiero, di amare, di cantare, di credere in un dio, di vestire in un certo modo, libertà di scegliere. Oppure è il termine libertà a fungere da complemento di specificazione, e così possiamo avere: diritto di libertà, sete di libertà, paura della libertà, amore della libertà, come anche libertà di parola, libertà di stampa.  

La Democrazia è dunque la forma di governo in cui il popolo esercita la sua sovranità attraverso istituti politici diversi. Il contrario è appunto autoritarismo, dispotismo, dittatura, tirannia, tirannide.  

Oggi per i vaccini, di cui alcuni/e hanno più paura che della malattia, si usano eccessivamente questi termini ponendo l’accento, come da più parti si è giustamente osservato, più sull’aspetto dell’acceso (e aggiungerei concitato) dibattito politico (e anche qui assocerei: elettorale) che su quello del civile confronto scientifico. Il concetto di dittatura sanitaria esprime un’idea forte che non può sottintendere una protezione generale della salute. Ma ormai se ne fa largo uso.  

Invece, cambiando leggermente argomento, un problema di reale impedimento della libertà, di vera e propria prigionia è quello che sta continuando a subire il giovane egiziano Patrick Zaki imprigionato ormai da troppo tempo (dal 7 febbraio del 2020) nel suo Paese di origine in cui, al momento dell’arresto, stava tornando dall’Italia per una vacanza a casa. Oggi a Zaki il tribunale ha cambiato verso di lui le accuse, tramutandole in terrorismo e propaganda sovversiva, ma la sua scarcerazione sembra ancora lontana. Intanto da Bologna, la città in cui Patrick viveva e dove frequentava l’università, i colleghi e le colleghe, insieme ai e alle docenti dell’Alma Mater, hanno scritto e fatto arrivare al giovane, che ormai tutta la città ha adottato (su piazza san Petronio troneggia un cartellone gigante con la sua foto), una miriade di messaggi, alcuni letti da voci di attori e attrici importanti, in modo da far partire una forte sensibilizzazione totale.  

La volta scorsa si parlava qui di Teatro. Dacia Maraini ha detto in un’intervista televisiva: «Il teatro ha un posto importante nella società. Come la scuola ha un’anima e un respiro ed è qualcosa che riguarda direttamente la crescita di un Paese. La scuola e il teatro sono gli unici luoghi dove bisogna, è indispensabile essere in presenza. Non si può fare il teatro senza pubblico o la scuola senza gli e le studentesse. Non è come la televisione, non c’è il virtuale in teatro, non lo puoi fare il virtuale, mentre il cinema sì, si può anche vedere sul tablet, sul computer. Il teatro no, ha bisogno della presenza. Per questo – conferma Maraini – il teatro e la scuola devono svolgersi in presenza. Perché hanno un imperativo bisogno di partecipazione, di incrocio fisico diretto». L’autrice di La rivoluzione gentile. Storia di un paese che cambia e del bel libro La scuola ci salverà risponde anche alla domanda sulla perdita in umanità e cultura per chi non frequenta il teatro: «Chi non è mai andato a teatro si è perso tantissimo perché il teatro è il luogo dove ci si scontra veramente, dove si stabilisce un rapporto. Per questo – ribadisce Maraini – è importante che ci siano le persone, perché in teatro, il palcoscenico non è separato, ma è parte della platea e i due luoghi si intrecciano. Se la platea e attenta sul palcoscenico gli attori lo sentono e danno il meglio di sé, ma se percepiscono che il pubblico è distratto immediatamente si scoraggiano, vanno come in depressione». 

Questa contiguità, questa missione comune della scuola e del teatro sottolineata da Dacia Maraini ci porta a parlare di inclusione, un altro termine che esige la presenza di chi agisce (verbo identico in greco e latino) nel suo corpo e che a scuola (e non solo), seppure le difficoltà sono tante e ci ritorneremo, si dovrebbe sempre sostituire alla parola integrazione.  

«La parola Inclusione è molto bella – osserva un’insegnante di un importante liceo romano -, è una parola importante che esprime la conquista di una condizione, il frutto di un atteggiamento, di una postura mentale, di una intenzione che possiamo chiamare, appunto, inclusività. La tendenza e la convinzione che si possa garantire a quante più persone possibili – in questo caso le studentesse e gli studenti – la partecipazione al sistema dell’istruzione e della formazione e alle attività educative e culturali. Diventa fondamentale, perché l’inclusività scolastica è il mezzo migliore per promuovere nei giovani non solo le competenze critiche necessarie per muoversi in una realtà che cambia continuamente, ma anche il senso di auto-efficacia, l’autostima, che si è appurato, sono uno dei principali fattori di prevenzione dei comportamenti a rischio e che garantiscono l’integrazione culturale e la partecipazione consapevole e attiva alla vita democratica del Paese».  

Siamo abituati/e a pensare che è solo il/la ragazza con carenze psico-fisiche ad avere bisogno di ottenere un rapporto con il resto della classe. «Ne hanno bisogno tutte le studentesse e gli studenti in condizione di bisogno e fragilità fisiche o psichiche, ma anche chi ha difficoltà, permanenti e temporanee, dovute a fattori familiari, economici, socio-culturali, fisici – aggiunge la docente, che è responsabile per il suo liceo proprio dell’inclusione -. Non solo, cioè, i ragazzi con abilità diverse e neuro-atipici, ma anche in condizioni di svantaggio, come gli/le studenti stranieri o di origine Rom».  

L’inclusione è un termine arrivato nella scuola dagli anni ‘90: «Prima veniva usato il termine inserimento, che rivela l’idea di un processo che aggiunge, con l’intenzione di farlo adattare al funzionamento del gruppo di ragazzi cosiddetti normali, il soggetto in condizioni di svantaggio. L’inserimento si risolveva, di fatto, nella compresenza in uno stesso luogo fisico e non mirava tanto alla qualità degli scambi relazionali e al conseguimento di obiettivi specifici e generali, quanto a una generica socializzazione dei diversi che erano nella classe. Nel tempo, si è arrivati a individuare la necessità di ottenere invece l’integrazione dei ragazzi diversamente abili nel gruppo dei pari, che si distingue per essere uno scambio interattivo conseguente ad una relazione biunivoca tra il soggetto integrato ed il gruppo integrante. La studentessa o lo studente che si vuole integrare riceve e dà qualcosa. Nel processo di integrazione guadagnano tutti, anche i ragazzi normo-tipici, i quali, grazie al contatto quotidiano con un coetaneo con diverso funzionamento, vengono coinvolti in uno sforzo cognitivo ed empatico stimolante e arricchente. L’inclusione mira al superamento reale degli ostacoli alla partecipazione e all’apprendimento, attraverso un lavoro quotidiano in cui tutti gli insegnanti (non solo quello di sostegno!) e i percorsi di apprendimento devono poter rispondere alle differenze fra i diversi studenti. Essa è possibile se si lavora con ciò che abbiamo, si fa partendo dalla valorizzazione delle risorse presenti, dalla collaborazione tra persone con ruoli diversi, ma con obiettivi condivisi. Inizia individuando nei vari insegnanti le singole, peculiari competenze mettendole in campo con finalità comuni con l’obiettivo di fare spazio alla ricchezza delle differenze e adeguando di volta in volta ambienti di apprendimento e prassi didattiche ed educative alle specifiche singolarità. Un compito immane, perché richiede di rivedere punti di vista e di operare nella relazione con gli alunni tutti insieme, in un dialogo con le famiglie e con il territorio, oltre che fra colleghi. Questo è difficile soprattutto alle superiori, dove non c’è ancora l’abitudine alla collaborazione e alla co-programmazione, in particolare nei licei, dove persiste una visione delle neuro-atipicità come freni dell’attività scolastica e si tende a delegare tutto il lavoro al docente di sostegno». 

Abbiamo parlato di libertà, di democrazia, di dittatura. Mi piace farvi leggere questa poesia del grande surrealista francese Paul Éluard (1895-1952). Si intitola Libertà (Liberté) e fu pubblicata in clandestinità mentre i tedeschi invadevano Parigi e il poeta era entrato nella resistenza. Una curiosità: questa poesia venne lanciata a migliaia di copie sulla città dagli aerei alleati. 

Libertà 

Su quaderni di scolaro 
Su i miei banchi e gli alberi 
Su la sabbia su la neve 
Scrivo il tuo nome 
Su ogni pagina che ho letto 
Su ogni pagina che è bianca 
Sasso sangue carta o cenere 
Scrivo il tuo nome 
Su le immagini dorate 
Su le armi dei guerrieri 
Su la corona dei re 
Scrivo il tuo nome 
Su la giungla ed il deserto 
Su i nidi su le ginestre 
Su la eco dell’infanzia 
Scrivo il tuo nome 
Su i miracoli notturni 

Sul pan bianco dei miei giorni 
Le stagioni fidanzate 
Scrivo il tuo nome 
Su tutti i miei lembi d’azzurro 
Su lo stagno sole sfatto 
E sul lago luna viva 
Scrivo il tuo nome 
Su le piane e l’orizzonte 
Su le ali degli uccelli 
E il mulino delle ombre 
Scrivo il tuo nome 
Su ogni alito di aurora 
Su le onde su le barche 
Su la montagna demente 
Scrivo il tuo nome 
Su la schiuma delle nuvole 
Su i sudori d’uragano 
Su la pioggia spessa e smorta 
Scrivo il tuo nome 
Su le forme scintillanti 
Le campane dei colori 
Su la verità fisica 
Scrivo il tuo nome 

Su i sentieri risvegliati 
Su le strade dispiegate 
Su le piazze che dilagano 
Scrivo il tuo nome 
Sopra il lume che s’accende 
Sopra il lume che si spegne 
Su le mie case raccolte 
Scrivo il tuo nome 
Sopra il frutto schiuso in due 
Dello specchio e della stanza 
Sul mio letto guscio vuoto 
Scrivo il tuo nome 

Sul mio cane ghiotto e tenero 
Su le sue orecchie dritte 
Su la sua zampa maldestra 
Scrivo il tuo nome 
Sul decollo della soglia 
Su gli oggetti familiari 
Su la santa onda del fuoco 
Scrivo il tuo nome 
Su ogni carne consentita 
Su la fronte dei miei amici 
Su ogni mano che si tende 
Scrivo il tuo nome 
Sopra i vetri di stupore 
Su le labbra attente 
Tanto più su del silenzio 
Scrivo il tuo nome 
Sopra i miei rifugi infranti 
Sopra i miei fari crollati 
Su le mura del mio tedio 
Scrivo il tuo nome 
Su l’assenza che non chiede 
Su la nuda solitudine 
Su i gradini della morte 
Scrivo il tuo nome 
Sul vigore ritornato 
Sul pericolo svanito 
Su l’immemore speranza 
Scrivo il tuo nome 
E in virtù d’una Parola 
Ricomincio la mia vita 
Sono nato per conoscerti 
Per chiamarti 
Libertà. 
(dalla raccolta Poesia e verità, 1942)  
Traduzione di Franco Fortini 

Leggiamo con Sara Marsico il numero di oggi di Vitaminevaganti. Cominciamo, come sempre, dalle donne di Calendaria: Marija Gimbutas. Il segno trasformativo descrive con un approccio originale l’archeologa e linguista lituana, che ha introdotto nuovi punti di vista nell’interpretazione della mitologia, mentre Margaret Ann Bulkley alias dottor James Barry, ci parla di una chirurga e generale dell’esercito britannico, nell’epoca in cui le donne appartenevano al padre, al fratello, al marito. Di donne che hanno svolto azioni militari durante la Resistenza si parla nella seconda parte di Ricordando le donne insignite di Medaglie d’argento al valore militare.  

Un discorso sensato e imparziale sulle migrazioni si può leggere in Le migrazioni nel 2021.

Gli anniversari di questa settimana sono: La conquista della Libia, con un approfondimento accurato di questa guerra che impegnò l’Italia per quasi trent’anni e che smonta il mito degli “italiani brava gente” e la nascita di Enrico Fermi, l’uomo che sapeva tutto, con un approfondimento delle sue scoperte scientifiche e di alcuni aspetti del carattere. 

Toponomastica femminile e gli enti locali. Sulle vie della parità di genere riferisce dell’incontro che la Vicepresidente di Toponomastica femminile, Danila Baldo, ha tenuto alla Festa dell’Unità di Bologna, raccontando le ragioni delle intitolazioni al femminile e il contrasto che in questo modo, con il sostegno degli enti locali, si può fare all’invisibilità delle donne, compiendo un atto politico. 

Dalla Sardegna una mostra interessante: “Vittorio Accornero Edina Altara. Gruppo di famiglia con immagini”, uno sguardo particolare alle creazioni di un’artista originale e visionaria, nell’articolo Al Man di Nuoro, fantasia e creatività nelle opere di Edina Altara. A Viterbo ci inoltriamo in un breve cammino, La faggeta di Monte Venere. Riserva naturale regionale Lago di Vico, dove è impossibile non rimanere incantate/i dalla maestà dei “patriarchi”, faggi immensi e pluricentenari, benedicendo chi nel tempo ha voluto proteggere tanta bellezza. Tra una camminata e l’altra La pratica del digiuno di Ekadashi è l’appuntamento, ricco di storia e consigli, con lo yoga e le medicine naturale ed ayurvedica. 

Il libro è con Le donne di Dante, di Marco Santagata, che l’autrice dell’articolo, appassionata del Sommo poeta, recensisce, dopo averci suggerito (nei numeri precedenti) alcune interpretazioni eccentriche del rapporto tra l’autore della Commedia e il genere femminile. Da Dante passiamo a Boccaccio con la seconda parte del Decameron. 

Passeggiando con Flush è il titolo del progetto collettivo dell’I.C. Cazzulani di Lodi a cui è stato assegnato dalla giuria del Concorso Sulle vie della parità il primo premio nella sezione Percorsi-ViWoP, che porterà all’intitolazione della Passeggiata Virginia Stephen Woolf a Lodi. Un lavoro corale estremamente interessante che ha consentito ad alunne ed alunni, anche in tempi di dad e pandemia, di esercitare numerose competenze. 

«Il pensare che l’esser sazi sia un merito e l’aver fame una colpa imputabile solo a chi ha lo stomaco vuoto» è solo una delle tante riflessioni cui ci invita Il pane australiano, il racconto di una storia struggente al femminile che vi commuoverà. Con la fragranza del pane. 

Buona lettura a tutte e a tutti 

***

Articolo di Giusi Sammartino

Laureata in Lingua e letteratura russa, ha insegnato nei licei romani. Collabora con Synergasia onlus, per interpretariato e mediazione linguistica. Come giornalista ha scritto su La Repubblica e su Il Messaggero. Ha scritto L’interpretazione del dolore. Storie di rifugiati e di interpretiSiamo qui. Storie e successi di donne migranti e curato il numero monografico di “Affari Sociali Internazionali” su I nuovi scenari socio-linguistici in Italia.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...