La Lombardia di Francesca Bonfadini

La Lombardia vanta una tradizione vitivinicola riconducibile alla preistoria, come attestano i ritrovamenti archeologici appartenenti alla Vitis vinifera silvestris Gmer, che risalgono all’età del bronzo, reperiti sulle rive del Garda e del lago d’Iseo. La coltivazione vera e propria della vite, nella sottospecie Vitis vinifera sativa, è collocabile tra il secolo VII e il V a.C., quando alcune popolazioni retiche provenienti dal nord e altoatesine dall’est, comunità di etruschi e liguri – le quali con molta probabilità crearono le prime terrazze in Valtellina – dal sud, iniziano questo tipo di coltura, insegnando alle genti locali tecniche di vinificazione più funzionali per l’epoca, seppure con sistemi rudimentali a un occhio moderno. 

Durante l’epoca romana questa pratica si consolida, grazie allo sviluppo delle tecniche di vinificazione che danno vita ai cosiddetti vini retici, celebrati da poeti come Virgilio e Catullo, il quale tesse le lodi anche dei vini di Sirmione. Con le invasioni barbariche, tra cui quella dei Longobardi da cui poi la regione ha preso il nome, la viticoltura subisce un lento declino dal quale si è ripresa solo con lo sviluppo della viticoltura monastica nell’Alto Medioevo, nonostante che dai sistemi di vinificazione, ancora arcaici, si ottenessero vini aspri e poco longevi. Bisognerà attendere il Cinquecento per assistere a un miglioramento in termini di qualità, grazie all’incontro con la tecnica enologica francese, che consentiva la produzione di chiaretti e la conservazione dei vini. 
A partire dal secolo XVIII si conducono ulteriori sperimentazioni: la vite non più “maritata” all’albero ma al palo secco e la potatura corta consentono la produzione di vini migliori in termini di qualità e di conservazione, determinando un ulteriore progresso nel settore. Questa florida stagione è ben presto minacciata dalla fillossera e dalla peronospera, giunte dall’America alla fine dell’Ottocento, calamità che hanno causato la scomparsa di numerosi vitigni autoctoni già diffusi in aree ristrette. Il successivo periodo detto post-fillosserico vede nuovamente il rifiorire della vite e ne muta radicalmente la diffusione nella regione. 

Lombardia. La carta dei vini 

Territorio vasto, dalla conformazione composita, alterna zone montuose, collinari e pianeggianti, solcate da numerosi fiumi e laghi di diversa ampiezza. L’area vitivinicola più importante è la Valtellina, valle orizzontale attraversata dal fiume Adda, ove i vigneti crescono su terrazze lungo le pendici montuose. Qui il nebbiolo prende il nome di “chiavennasca”, con cui si realizzano gli ottimi vini del Valtellina Superiore Docg e dello Sforzato Docg. Nella sottozona più piccola del Valtellina Superiore Docg, che si chiama “Inferno”, il nebbiolo gode di un microclima particolare, grazie alla perpendicolarità dei raggi del sole, che provoca un innalzamento delle temperature in estate, conferendo al vino delle proprie caratteristiche. E ancora l’Oltrepò Pavese, la zona più estesa, ove si coltivano barbera, croatina, uva rara, pinot nero, oltre a riesling, moscati e malvasie destinati alla spumantizzazione. Fra le altre zone vitivinicole si annoverano: Valcalepio, a nord di Bergamo, ove si produce il celebre Moscato di Scanzo, uno squisito vino rosso da dessert; poi ancora l’area di San Colombano al Lambro, sulla sponda lombarda del Garda, e la provincia di Mantova. Non ultima, la Franciacorta – il cui nome non è attinente alla Francia, dove pure si produce champagne, sempre secondo il metodo classico, detto “champenoise”, ma sembra derivare da Frances Cortes, ossia “corti franche”, possedimenti religiosi esenti dalle tasse – in provincia di Brescia; è il regno degli spumanti italiani ottenuti con il Metodo Classico, metodo di spumantizzazione per eccellenza, con il quale si ottengono gli spumanti di migliore qualità, struttura e complessità, a partire da uve chardonnay, pinot nero e pinot bianco, vendemmiate precocemente per garantire ai vini una buona acidità e che subiscono una seconda fermentazione, ossia la rifermentazione in bottiglia (a questo proposito, per chi volesse approfondire l’argomento rimando all’articolo per la serie Enoteca dedicato interamente alle bollicine).  

L’azienda agricola Bonfadini

Proprio in questa zona sorge l’Azienda Agricola Bonfadini, una piccola realtà a conduzione familiare, fondata nel 1956 da nonno Giovanni e rilevata nel 1993 da uno dei sette figli, Graziano, il quale, ereditando dal padre l’amore per la terra, ha continuato a coltivare i terreni limitandosi a vendere le uve alle grandi aziende della Franciacorta, poiché occupato nel settore dell’edilizia. Bisognerà attendere il 2007 perché la cantina inizi a vinificare la propria uva, grazie a un’idea della figlia Francesca, protagonista di questa storia, la quale, inserita a diciannove anni nell’azienda edile di famiglia, capisce da subito che quello non è il suo mondo. Il suo amore per le colline e la voglia di creare qualcosa di unico l’hanno spinta a credere nel suo progetto e a lottare per realizzarlo.  

All’inizio non c’era praticamente nulla, possedeva solo cinque cisterne collocate presso un’altra cantina, dalla cui collaborazione nasce nel 2010 il primo brut. Francesca Bonfadini, tuttavia, era decisa a creare un Franciacorta con marchio proprio. Così nel corso degli anni ha dato forma al suo sogno, trasformando dapprima il ricovero dei cavalli nella zona stoccaggio delle bottiglie, poi il portico in una zona degustazione, mentre iniziava a vendere le prime bottiglie, ricavando la forza per andare avanti. Nel 2013, grazie al supporto di un enologo interno e di un cantiniere, ha intessuto una rete commerciale che le ha permesso di affacciarsi sul mercato italiano ed estero, passando dalle 5.000 bottiglie prodotte nel 2009 all’attuale produzione di 120.000, senza mai alterare lo standard qualitativo: pochi trattamenti in vigna, quantità minima di anidride solforosa aggiunta, circa il 20% di vini base maturati in barrique, e pochissimo dosaggio per esaltare l’identità del prodotto, o meglio dei prodotti, che dal primo brut oggi sono passati a sei tipologie di Franciacorta e una nuova riserva. 

Francesca Bonfadini nella sua cantina 

Il suo obiettivo di produzione si attesta sulle 200.000 bottiglie, e per raggiungerlo nel 2021 ha impiantato altri dieci ettari di vigneti. Una grande scommessa in cui credere poiché, quando nessuno avrebbe dato fiducia all’idea di una ragazza di diciannove anni, Francesca Bonfadini ha combattuto per sé stessa, trovando il coraggio di sovvertire la propria vita, non entrando nel mondo lavorativo della sua famiglia ma coinvolgendone tutti i membri nella nuova realtà: oggi il padre e il fratello lavorano in vigna, mentre la madre si occupa dell’amministrazione.  
C’è ancora da fare molta strada, ma siamo certe che, con la stessa determinazione che l’ha contraddistinta finora, riuscirà a realizzare questo progetto. Nel frattempo la sua storia è fonte di ispirazione per tutte le giovani  diciannovenni che nutrono un sogno e, perché no, anche per quelle che diciannovenni lo sono state e non hanno avuto gli strumenti per portarlo avanti, ma che potrebbero provarci oggi. Del resto questo, di là dalla metafora letteraria, è il centro dell’insegnamento della Stanza tutta per sé della grande Virginia Woolf, che con il volo della sua mente ha parlato alle generazioni a venire, illuminandone la strada: 

«Poiché io credo che se riusciremo ad avere cinquecento sterline l’anno e una stanza tutta per sé; se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se guarderemo oltre lo spauracchio di Milton, perché nessun essere umano deve precluderci la visuale; se guarderemo in faccia il fatto che non c’è un braccio al quale appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole, [..] allora si presenterà l’opportunità, e quella poeta morta, che era sorella di Shakespeare, riprenderà quel corpo che tante volte ha dovuto abbandonare. Prendendo vita dalla vita di tutte le sconosciute che l’avevano preceduta, lei nascerà. Ma che lei possa nascere senza quella preparazione, senza quello sforzo da parte nostra, senza la precisa convinzione che una volta rinata le sarà possibile vivere e scrivere la sua poesia, è una cosa che davvero non possiamo aspettarci perché sarebbe impossibile. […] Ma io sono convinta che lei verrà, se lavoreremo per lei, e che lavorare così, anche se in povertà e nell’oscurità, vale certamente la pena». 

***

Articolo di Eleonora Camilli

Eleonora Camilli è nata a Terni e vive ad Amelia. Nel 2015 consegue la Laurea Magistrale in Italianistica presso l’Università Roma Tre, con una tesi in Letteratura Italiana dedicata a Grazia Deledda. Dedita allo studio della letteratura e della critica a firma di donne, sommelière e degustatrice AIS — Associazione Italiana Sommelier — conduce anche ricerche e progetti volti a coniugare i due settori.

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