Milano. La memoria femminile si riappropria della città

Alle 18,30 del 15 settembre 2021, a due passi dalla Scala, nel cuore della Milano settecentesca davanti al palazzo Belgioioso, in mezzo all’omonima piccola elegante piazza inizialmente quasi vuota, un telo copre una statua dalla forma difficile da indovinare, sembra un oggetto misterioso, che crea aspettativa.  

Poco per volta la piazza si riempie di persone e autorità, tra cui sindaco, assessore e assessori, e infine, quando con pathos e suspense viene tolto il drappo, insieme al corpo di Cristina Trivulzio di Belgioioso, un corpo in procinto di alzarsi, in movimento, si materializza la storia, il significato, il valore di una patriota e filantropa, che ha segnato il suo tempo. E così, dopo cento cinquant’anni dalla sua morte – grazie all’idea dell’impresa culturale Creative Le Dimore del Quartetto e a promotori e promotrici del progetto (Fondazione Brivio Sforza, Banca di Credito Cooperativo e Comune di Milano con il patrocinio di Regione Lombardia) e all’ispirazione artistica dello scultore Giuseppe Bergomi, Milano ha la prima statua dedicata ad una donna e che donna… 

Di antica nobiltà e buona istruzione, Cristina (1808/1871), scrittrice cosmopolita e femminista, testimonia la capacità di fare del suo status una risorsa per esercitare libertà e cultura, filantropia e patriottismo, dal salotto parigino del suo primo esilio, alla partecipazione alle Cinque giornate di Milano, dalla costituzione del corpo di infermiere volontarie a Roma, all’organizzazione in Anatolia di un falansterio e a Locate, nella sua tenuta, di un asilo e un luogo di assistenza per contadine e contadini e tanto altro. 

Discorsi, foto, dialoghi e, infine, l’evento si chiude con la musica nel cortile del palazzo Belgioioso, in un flusso di emozioni autentiche, senza la retorica delle celebrazioni. 

A Milano si inaugura una prima statua dedicata a una donna

La cerimonia per la prima scultura dedicata a una donna, per ora unica, ma che speriamo non resti tale, si colloca a Milano all’interno di un periodo ricco di eventi di valorizzazione delle donne, che Toponomastica femminile sta registrando con molta soddisfazione. La percezione è che si stia finalmente perseguendo, anche attraverso il ricorso al valore del simbolico, l’obiettivo di costruire una città sempre più inclusiva, capace di recuperare la memoria delle grandi donne, dimenticate spesso volutamente dalla storiografia per tradizione attenta soprattutto al maschile. Quindi è possibile sperare che quando tra le attività nelle scuole incentivate da Toponomastica femminile ricomincerà l’esplorazione del territorio urbano, non sarà più forse più così ricorrente da parte di ragazze e ragazzi l’osservazione: “… ma perché prof così pochi nomi di donne?” 
Se infatti Milano ha una sola statua di donna, e almeno adesso ce l’ha, tante sono le targhe dedicate in questi ultimi mesi a donne per intitolazioni di strade, giardini, ecc.. Non possiamo raccontare in questo spazio, come in un puzzle impazzito, tutte le storie delle donne coinvolte nelle cerimonie di intitolazione negli ultimi mesi. Ma possiamo citarle tutte, il nostro striscione è sempre accanto alle targhe e i nomi, le foto e le immagini stimolano in una dimensione evocativa la ricostruzione delle storie di queste protagoniste omaggiate dalle targhe. Le emozioni messe in campo ogni volta segnano, speriamo, lo sviluppo di una nuova sensibilità diffusa.  

Tf milanesi. Foto di Claudio Binda 

Ed ecco, frutto del progetto di cittadinanza attiva delle scuole, un giardino per Rosa Parks, figura simbolo per i movimenti dei diritti civili; ecco all’Arena, nei giardini del Castello, la via dedicata alla prima squadra di giovani calciatrici del 33, una sfida al duce; ecco Nilde Iotti in piazza Emilia, la prima presidente della camera dei deputati; ecco Anna Magnani, dal talento mitico; ecco Sandra Mondaini e Raimondo Vianello, tra comicità e storia del costume; ecco nel giardino di via Forze Armate la targa per Luisa Fantasia, uccisa davanti alla figlia di 18 mesi, perché il marito brigadiere indagava su traffico di droga tra Milano e la Calabria, con la partecipazione dei bambini della scuola Iqbal Masih; ecco per Tina Modotti, nel cuore del nuovo quartiere Santa Giulia, una spaziosa piazza lastricata di forma rettangolare. 

Intitolazione a Tina Modotti. Foto di Daniela Lippera

E arriviamo alle ultime due recentissime cerimonie di questi giorni.  
Dopo quattro mesi dalla sua scomparsa – e su richiesta del comitato di quartiere e delle associazioni di zona – viene posta il 27 settembre, accanto al portone di una casa popolare in via Tommei, una targa per Carla Fracci. In quel casermone giallo, allora casa di ringhiera destinata ai ferrovieri, Carla visse in due locali dal ’45 al ’59, con il padre, la madre e la sorella, fino all’età di 23 anni, preparandosi con tenacia a quella carriera, che l’avrebbe resa famosa in tutto il mondo. 
Ancora una volta le emozioni parlano: la via, tra palazzi con un infondibile stile popolare, in un quartiere oggi popolato soprattutto da immigrate/i, si affolla pian piano, ma le finestre e il portone restano chiusi, la targa è coperta, un piccolo gruppo di ragazze e ragazzi con l’aria di ballerine/i accenna passi di danza. 

Targa per Carla Fracci nella casa dove visse fino ai 23 anni

Il clima si anima e giornaliste/i e fotografe/i accorrono quando appare Beppe Menegatti, il vedovo di Carla che ha diviso con lei la vita intera, in teatro, in famiglia, in tante occasioni mondane. Il regista novantaduenne parla subito di ricordi, indica le panchine dove innamorati si fermavano, si dichiara felice che si possa vedere da dove è partita una milanese che si è fatta strada nel mondo attraverso tanto lavoro, si commuove per la tenerezza affettuosa dimostrata dalla città e spera che tutto ciò sia di aiuto al mondo dello spettacolo. Altri interventi si susseguono testimoniando come il mito di Carla Fracci cresca sempre di più fino all’annuncio della prossima tumulazione al Famedio del Cimitero monumentale, dove il 2 Novembre sarà inciso il nome dell’étoile. 

Intitolazione a Fernanda Pivano della piazza del Business District “The Dign”. Foto di Nadia Boaretto

E subito dopo, il 28 settembre, ultima di questo intenso periodo, l’intitolazione a Fernanda Pivano della piazza del Business District “The Dign” di Covivio in via Ernesto Calindri, una piazza particolare per una donna particolare. 
Particolare la piazza, compresa fra gli edifici del complesso che ospitano le sedi di AON e NTT Data, destinata a uso pubblico e creata nella logica delle iniziative sostenibili, green, che mettono la cittadinanza al centro. Gli alti palazzi dai vetri colorati, che riflettono il sole tra il verde delle aiuole e gli zampilli delle fontanelle, la rendono suggestiva. 

Una donna particolare Fernanda: traduttrice, scrittrice, giornalista e critica musicale di grande talento, saggista capace di confermare in Italia un metodo critico basato sulla testimonianza diretta, sulla storia del costume e sull’indagine storico- sociale dei fenomeni letterari. 

La cerimonia sembra creare quindi un legame particolarmente significativo tra The Sign – con la sua piazza che contribuisce a ridisegnare il volto di questa porzione di città, rendendo più godibile l’intero quartiere – e la scrittrice, che ha avuto tra i suoi tanti meriti quello di aver portato in Italia la grande letteratura statunitense nata in seguito alla seconda guerra mondiale, il movimento letterario noto come Beat Generation
Le parole dell’Assessore alla Cultura, Filippo Del Corno, dell’Assessore all’Urbanistica, Verde e Agricoltura, Pierfrancesco Maran, dell’Amministratore Delegato Italia di Covivio, Alexei Dal Pastro, dell’erede di Fernanda Pivano, Michele Concina, del Vice Presidente e Assessore alla Cultura del Municipio 6, Sergio Meazzi, e della docente di inglese e letteratura americana presso l’Università IULM, Anna Re, testimoniano questa vivida interazione tra la piazza e la personalità poliedrica dell’artista. 

E ancora una volta non è mancato il saluto e il ringraziamento dell’assessore Del Corno per la costante azione di accompagnamento di Toponomastica femminile. 

***

Articolo di Maria Rosa Del Buono

rbt

Di formazione classica, filosofica, psicologica, iscritta all’albo degli psicologi della Lombardia, sono stata docente dalla scuola secondaria di I grado all’Università e mi sono dedicata alla formazione docenti in ambito istituzionale e associativo, con particolare attenzione ai temi delle Pari Opportunità e della Differenza di Genere. Sono membro del direttivo della Casa delle Artiste di Milano.

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