Vandana Shiva e la partecipazione delle donne alla cura della terra

Apre la serata teatrale la danza meditativa: Aruna, la prima alba.

Prima scena. Entra Vandana, col sari viola, di ritorno dall’America e rievoca scene della sua infanzia.

Vandana Shiva ricorda i riti che compiva da bambina. Teatro filosofico, Inzago 15 settembre 2021. In foto: Maria Grazia Borla

«La mia amica Susan voleva che restassi in Canada, ma sono tornata; sono molti anni che manco dall’India, mi sono mancati i suoi riti, i suoi profumi, i suoi colori. Ricordo… mia nonna che gridava: Non tagliate gli alberi; se non ci saranno più alberi i passeri si poseranno sui nostri raccolti. Cosa mangeremo allora? In India le foreste appartengono alle donne, loro badano a curare le piante, badano anche che vi siano sempre rami per gli uccelli. Nonna custodiva tulsi, la piantina di basilico sacro che rappresenta il cosmo. A ogni cambio di luna, col sari viola, la nonna mi chiamava: Vandana, alzati, è quasi giorno, è il momento propizio per venerare e dissetare con l’innaffiatoio il tulsi, per rinnovare il legame tra cielo e terra. Allora mi arrampicavo sugli alberi per abbracciare il banyan, l’albero dalle radici aeree mentre la nonna mi stava a guardare da sotto. La dea Durga, dalle dieci braccia, ti aiuta a salire, mi rassicurava la nonna, è la Dea nata da Brahma, Vishnu e Shiva, fa toccare il cielo con un dito. Il Banyan è l’albero della conoscenza, l’albero della dea madre. L’India chiama l’aspetto creatore Brahma e Shiva quello distruttore. Shiva, il cui significato è il Benevolo, perché la distruzione non è fine a sé stessa, non è la fine della storia, l’ultima parola, bensì la premessa per un nuovo inizio. Dio assume il volto di Shiva per distruggere il mondo divenuto malvagio, dopodiché assume il volto di Brahma e crea un mondo nuovo, dando così inizio a una nuova possibilità. Offrivamo a banyan pokora e samosa, spargevamo briciole attorno all’albero. Ma ora che sono appena tornata vedo che non vi è più quel legame intenso tra la donna e la terra, come un tempo.

Danza Durga

Susan non voleva credere che i bambini in India sono felici di camminare scalzi. Io e mia sorella lo eravamo state e così facendo ho affinato i miei sensi, sapevo riconoscere le erbe e mi sentivo appartenere alla terra. Poveri i bambini del terzo mondo mi diceva l’amica, poveri i bambini del primo, rispondevo io. Il contatto diretto nella natura affina l’udito, l’olfatto, il tatto…il bello per me è stato attraversare la foresta dell’Himalaya e imparare i tanti nomi che l’India ha dato agli alberi: l’albero che è tagliato, l’albero che spunta dalla terra, l’albero che ha i rami, l’albero che prende l’acqua dalle radici, l’albero che dona ombra, l’albero che non si può muovere, l’albero che ha le foglie. Bisogna camminare a piedi nudi, almeno una volta, per sentite la forza della terra.
Andavo spesso, da ragazza, in Rajiasthan per passeggiare nelle sue foreste. Mi unii al movimento delle donne, il Chipko, creatosi in ricordo del sacrificio delle donne di quelle zone, ammazzate nel 1730 dal maharajà che voleva abbattere gli alberi per costruire il suo palazzo. Le donne del Rajiasthan, stando abbracciate agli alberi, tentarono, con la loro vita, di impedirne l’abbattimento, ma ne furono uccise 400 prima che il maharajà si fermasse.
Nel 1974, trascorrendo le mie vacanze estive in Rahajiastan, diventai volontaria del Chipko, imparando molto dalle donne che mi hanno insegnato come la distruzione dell’ambiente porti inevitabilmente con sé la povertà. Avvenne che degli uomini mandati dalla cosiddetta “rivoluzione verde” volevano tagliare 300 frassini, ma le donne entrarono nella foresta, suonarono i loro tamburi. Pregarono pronunciando orazioni tratte da testi antichi in lingua sanscrita, gli antichi Veda, si legarono agli alberi, digiunarono finché il Governo Indiano proibì il taglio degli alberi.
Conservo una poesia di Ghanshyam Raturi:
Abbraccia i nostri alberi
Salvali dall’abbattimento.
La proprietà delle nostre colline,
salvala dal saccheggio
.

Donne attorno all’albero, di etnia Bishnoi, nel Rajiasthan, 1974

Abbracciare l’albero è un gesto sacro; l’albero rappresenta il tutto, l’albero è la vita, Chipko significa proprio appendersi, aggrapparsi, prendere energia. Tagore, grande poeta indiano, ci insegna che le foreste sono sorgenti d’acqua e serbatoio di una biodiversità che diviene modello di democrazia, insegnandoci come lasciare spazio agli altri, mentre traiamo sostentamento dalla trama della vita. La pace della foresta è venuta in soccorso all’evoluzione intellettuale umana. La foresta è fonte di bellezza e gioia, di arte e di estetica, di armonia e perfezione. Simboleggia l’universo».

Seconda scena. Vandana è tornata in India e comprende la sua missione: salvare i semi!
«Quando nel 1982 tornai definitivamente in India, dopo aver ottenuto il dottorato in fisica quantistica, trovai le mie verdi foreste dell’infanzia desertificate. Per questo abbandonai l’idea di insegnare all’università e divenni ricercatrice indipendente del movimento ecologista, anzi ecofemminista, e iniziai a portare il bindu sulla fronte, il terzo occhio, segno di energia. La Rivoluzione verde, che nel 1970 aveva anche preso il premio Nobel per la pace, mostrava i suoi effetti negativi. Le sue tecnologie non portarono la pace, perché i contadini dovevano indebitarsi per pagare i fertilizzanti che continuavano ad aumentare di prezzo; l’agricoltura industriale stava schiacciando la popolazione e si assisteva a molti suicidi di contadini impoveriti. Le parole crescita, progresso, sviluppo smisurato portavano più violenza che pace e si stava realizzando una separazione tra esseri umani e natura; il riduzionismo prese il posto dell’olismo, le monoculture soppiantarono le diversità. È la scienza moderna a prevalere, intesa come impresa maschile basata sulla sottomissione femminile, il patriarcato è l’espressione del nuovo potere scientifico perché alle donne è negato lo status di portatrici di conoscenza. Per tingersi veramente di verde l’economia deve tornare a casa, all’oikos. Abbiamo bisogno di una vera rivoluzione ecologica, dove i piccoli contadini siano in grado di mantenere la loro piccola fattoria. È dallo sterco di mucca che nasce la fertilità della terra e noi indiani, prima di concimare, abbassiamo gli occhi e recitiamo una preghiera, perché la terra è vita e va onorata.
Vi è un inno alla terra, negli antichi Veda, che amo ricordare:
terra bagnata dal mare, dai fiumi e dai laghi,
terra che genera il cibo e le popolazioni,
terra in cui questa vita che respira, che si muove, esiste.
Amo i riti femminili legati alla madre terra: la nonna mi insegnava a baciare la terra chiedendole il permesso di usare il rastrello e la vanga; recitavamo preghiere per i lombrichi e gli insetti impollinatori. Ricordo che la mamma a maggio chiedeva a Baba, sarto di famiglia, di cucire i sacchetti di stoffa per i semi di lenticchie, fagioli, senape, coriandolo, miglio, anguria, finocchio, cumino, cardamomo, sesamo… Mata, mia madre,andava al tempio a scambiare i semi con altre donne; ciò durava tutto un giorno tra preghiere, inchini e riti di fertilità, cantando namastè, baba nam kevalam, om shanti- yato vaco nivartante aprapya manasa saha anandam brahmano vidyan na bibheti kutascanet.
Poiché il seme è sacro, le donne indiane dicono che i semi scambiati sono un ponte tra il passato e il futuro, fino alla settima generazione… Così cominciai a raccogliere sementi per creare un futuro diverso da quello che volevano le multinazionali. Visitando l’India del sud imparai che i contadini piantavano in piccoli vasi nove tipi differenti di un dato legume nel primo giorno dell’anno e, dopo nove giorni, vedevano quali semi si erano comportati meglio per scegliere i migliori da piantare nei campi. Il nove è un numero sacro nella cosmologia indiana, segno di unità e di armonia perché nove sono i pianeti.
Fondai nel 1997 la banca dei Semi, Navdanya, che significa nove semi per la conservazione dei semi, per garantire la biodiversità, contro le modificazioni genetiche. Grazie a questa banca stiamo garantendo ai contadini la restituzione degli antichi semi per salvare, conservare, riprodurre, moltiplicare varietà che si sono evolute naturalmente, perché i semi sono un bene comune. Con queste sementi di grano abbiamo potuto competere con il grano della Monsanto. I nostri semi sono più buoni degli altri e i contadini li possono vendere a un prezzo più alto per la qualità superiore.
Le donne seminano dopo essersi inchinate alla madre terra. Chiediamo la libertà dagli OGM che noi riteniamo una violenza sui vegetali. Navdanya lotta contro l’infamia morale dei brevetti con cui si istituiscono diritti di proprietà sulle forme viventi, sulle biodiversità, vera ricchezza degli ultimi, poiché è allarmante la velocità dell’estinzione delle specie viventi. Intervenire con l’ibridazione e con l’ingegneria genetica sulle sementi blocca l’evoluzione, ma moltiplica i profitti delle multinazionali, come la Monsanto. I diserbanti e gli insetticidi diffusi dalle multinazionali hanno provocato in India molti disastri, questo è quello che chiamo il lato scuro della scienza. Ricordo che il più grave è stato quello di Bhopal, la bella città del Madhya Pradesh nel 1984. Nella notte tra il 2 e il 3 dicembre ci fu una fuoriuscita di pesticidi che uccise settemila persone, ma molte altre ne morirono o ebbero gravi conseguenze nei tempi successivi. Per qualche anno la Union Carbide, americana, non ha rivelato neppure la composizione chimica del gas tossico, impedendo così ai medici di poter curare i sopravvissuti. Mi son chiesta, dopo quella notte, il perché di tutta questa violenza nell’industrializzazione agricola.
Ma voglio ricordare le donne che in quella drammatica circostanza hanno dato prova di solidarietà: Rashida Bee e Champa Devi Shukla».

Rashida Bee: «Non sono mai andata a scuola, ma ho saputo contare i morti e i danni; ho fondato un sindacato di donne, io musulmana con Champa Devi Shukla, indù, e lottiamo unite, tenendoci per mano, perché la gente di Bhopal abbia giustizia, abbia i giusti risarcimenti e non quella miseria che ci è stata offerta».

Champa: «Pensare che non ero mai uscita di casa prima di quella tragica notte. La tradizione della mia famiglia e della mia religione me lo impediva. Non pensavo che gli agenti chimici potessero nuocere così tanto, persino sui bambini non ancora nati». Le donne possono fare tanto per la società perché hanno il dono di far avverare ciò in cui credono. Do la mano a Rashida e a Champa che lottano anche contro la segregazione delle donne e le accompagno verso il gruppo di donne che stanno dando inizio a una danza».

Danza del Rajiastan: gioia e libertà.

Terza scena. Vandana nella casa dei suoi genitori a Dehra Dun.

Vandana Shiva parla con sua madre. Inzago, 15 settembre 2021. In foto, da sinistra: Vilma Maifreda e Maria Grazia Borla

Vandana: «Quando torno nella casa dove sono nata, mia madre Mata mi dice sempre: sistemati pure nella stalla, quella che ospitava le mucche sacre durante la tua infanzia e quando effettuavi i tuoi studi, qui sarai tranquilla e potrai realizzare i tuoi progetti; i figli non sono dei genitori, sono della vita e noi desideriamo che voi tre, tu, tua sorella e tuo fratello, facciate il vostro cammino. Ognuno differente, come differente è ogni seme. Ritrovo la stima che i miei genitori hanno riservato a noi. Infatti ognuno ha un progetto da sviluppare, non possiamo adeguarci alla stessa monocultura della mente. Qui ritrovo forte il legame con i miei maestri: Gandhi e Einstein. Qui ritrovo l’arcolaio, simbolo della tessitura del cotone, dove Gandhi ha chiesto a tutti gli indiani di filare la tela di cotone per confezionarsi il proprio dhoti bianco. Io ho visto giungere nei negozi, in tempi moderni, stoffe di nylon alla moda che anche a me piacevano, ma Baba mi faceva notare che comprando quella stoffa permettevo a un ricco di comprarsi un’altra automobile, mentre col cotone filato in casa aiutavo una famiglia povera. Non ho mai comprato dei sari in nylon».
Mata: «Guarda, Vandana, gli occhiali di Gandhi, sono quelli che ha lasciato qui quando veniva, con i suoi più stretti amici, a discutere le linee di intervento della sua guerra non violenta contro l’Inghilterra. È come se fosse ancora qui».

Gandhi. Inzago, 15 settembre 2021. In foto, da sinistra: Luca Laudato e Vilma Maifreda

Gandhi entra nella stanza e muove l’arcolaio: «Da qui è partita la decisione della marcia del sale nel 1930. Il sale è un nostro diritto e lo andremo a prendere al mare, non vogliamo pagare la tassa che ci chiede il governo inglese… Camminammo dai 79 iniziali alle migliaia che si unirono cammin facendo, io col mio bastone per 200 miglia fino al mare e là prendemmo il sale. Questa è stata una lotta non violenta!» (foto cell Danila) Esce camminando col bastone.
Vandana: «Mi sono ispirata a lui nella nostra lotta per i semi; noi abbiamo salvato l’autentico basmati e molti altri cereali, ma l’America rivendica i brevetti transgenici. Questa è biopirateria! Vogliono trasformare l’India in una società di cittadini che consumano i prodotti americani. Prendo gli occhialini di Gandhi che sembrano fissarmi in modo amichevole e ritrovo il coraggio di lottare. Come dice Gandhi, nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’essere umano, ma non per la sua avidità…
L’altro mio amato maestro è Einstein. Questo poster sulla mia scrivania è vicino a Ganesha, il dio dalla testa di elefante, l’ispiratore del Mahabharata. È ad Einstein che mi rivolgo quando scrivo i miei libri. Amo la scienza fin da bambina, sapevo leggere le idee scientifiche prima di saper leggere le equazioni, ed è stata la scienza di Einstein a farmi diventare una scienziata. Lui ha riconosciuto che c’è un’armonia che regola la realtà e le leggi dell’universo, dal microcosmo al macrocosmo. Lui diceva che uno scienziato non può fare quello che gli pare, non deve distruggere né la natura, né le diversità. Einstein e il suo amico David Bhom concordano nel considerare il mondo come un tutto indiviso, l’uno e il molteplice non si contraddicono. Mi affascina il suo concetto di tempo, cioè della relatività, che supera il concetto, tutto occidentale, di tempo lineare, per favorire quello circolare e relativo. Per gli occidentali ciò che è passato è perduto, per gli indiani il passato è seme del futuro. Sapete che in indi le parole ieri e domani si dicono nello stesso modo, kal?».

Quarta scena. Nuova Delhi, gennaio 2021.
Vandana: «Ricordi, Mira, quando eravamo piccole il gran divertimento allo spettacolo di marionette?

Momento della danza. Inzago, 15 settembre 2021. In foto, da sinistra: Tania Cristiani Carli, Regina Riva, Silvana Fumagalli

Ricordo che narravano storie d’amore tra il principe e la principessa, fatte precedere da cantilene. Erano mantra in sanscrito! Da piccole non lo capivamo, ma parlavano dell’armonia tra il maschile e il femminile. Più tardi abbiamo compreso che da noi in India si venera il lingam e la yoni; il primo è il simbolo dell’organo sessuale maschile, rappresenta Shiva ed è onorato come immagine dell’energia creativa. La yoni è invece il simbolo dell’organo sessuale femminile e rappresenta la divinità suprema femminile, Shakti. Ogni divinità rappresenta un volto dell’Uno. A entrambi offriamo fiori, frutta, foglie, riso, dolci perché siano inseparabili e possano dare i loro doni di prosperità. La diversità dei due generi, il maschile e il femminile, è da rispettare. Va liberata la natura autentica di ciascuna polarità, perché il lato maschile e quello femminile, presente in ciascuna persona, si esprima nella sua miglior forma. La donna sa prendersi cura di chiunque abbia bisogno e anche della terra stessa, la donna rappresenta la natura, una natura forte, capace di donare e di tramandare la vita. Le donne sono custodi di un sapere antichissimo, proveniente dal legame con gli elementi archetipici, che in India vede l’Universo e ogni essere costituito da Terra, Aria, Acqua, Fuoco e Etere.
Purtroppo il patriarcato in India ha svalutato la donna e ora vuole anche distruggere la diversità biologica e culturale promuovendo la monocultura, appoggiandosi al monopolio delle multinazionali che promettono cibo a basso costo, ma questa è una falsa economia. Il movimento delle donne si batte per la sicurezza alimentare, contro l’inquinamento dell’acqua, causa delle morte di due milioni di bambini ogni anno, e affinché questa resti un bene comune».

Il giornalista legge il suo dispaccio. Inzago, 26 gennaio 2021. In foto, da sinistra: Maria Grazia Borla e Luca Laudato

All’improvviso entra un giornalista, testimone della rivolta del Trattori e legge trafelato il dispaccio: «Oggi, 26 gennaio 2021, c’è stata la rivolta dei trattori con l’assalto al Forte Rosso, qui nel cuore di Delhi. Gli agricoltori da tempo avevano promesso una grossa protesta e ce l’hanno fatta; sono entrati nel cuore della capitale proprio nel giorno in cui si celebra in pompa magna il 72esimo anniversario della Repubblica. È stato uno sciopero lungo due mesi durante i quali decine di manifestanti sono rimasti accampati ai margini di Delhi, tra rischio Covid e temperature notturne sottozero. Vengo dai luoghi degli scontri, ho visto le cariche degli agenti con i manganelli, gli idranti sparati sulla folla e i gas lacrimogeni che non sono riusciti a fermare la rivolta delle decine di trattori che fin dalla prime ore del giorno premevano alle porte della metropoli. Almeno un manifestante è rimasto ucciso e si contano decine di feriti sia tra gli scioperanti che tra gli agenti. I contadini con indosso i variopinti turbanti del Punjab e degli altri Stati del Nord, tutti fedeli Sikh, si sono affollati lungo le transenne della polizia, alcuni hanno iniziato a salirci sopra in piedi. Allora sono arrivate le ruspe dei contadini che con le corde hanno scardinato i posti di blocco. La polizia della capitale ha dovuto battere in ritirata, sparando gas per rallentare la carica degli scioperanti. A piedi, a cavallo o con i trattori, la folla di agricoltori in sciopero è partita di corsa o sui trattori verso il centro. Ora sventola la bandiera campagnola piantata nel cuore della capitale!».

Esce il cronista. Vandana: «Questa rivolta è proprio il simbolo di due mondi a confronto, da una parte chi vuole conservare i valori statalisti e socialisti che proteggono con sussidi e prezzi minimi garantiti i produttori di frutta, verdura e cereali. Dall’altra c’è l’India, che il premier Modi cerca di modernizzare, avviandola alla liberalizzazione del mercato, con minori mediazioni dello Stato, ma, per come sono state scritte queste leggi, ciò avvantaggia soprattutto i grandi gruppi industriali, con poche tutele per la maggioranza degli agricoltori che vivono in piccoli appezzamenti o sono mezzadri senza terre. Penso, di fronte a questi conflitti, che ci siano non due, ma tre possibili strade da percorrere. La prima è di continuare sulla strada dell’industrialismo, del nuovo colonialismo, dell’estrazione delle risorse e dell’inquinamento. La seconda è scegliere di concentrarsi primariamente sulla produzione di energia per il consumo e conservare la mentalità meccanicistica, basata sul concetto che gli esseri umani sono separati dalla natura. La terza è di decolonizzare profondamente i sistemi produttivi: smettere di considerare la natura, il Terzo Mondo, le donne, i lavoratori e tutti gli esseri umani come colonie, come materie prime di cui appropriarsi, sfruttare e gettare via. Dobbiamo renderci conto che la terra è viva e che siamo un’unica famiglia. Siamo un’unica umanità su un unico pianeta. Solo la terza strada è quella della transizione e può dare una possibilità al futuro della specie umana. Voglio lanciare cinque indicazioni utili per tutti, ma soprattutto per i/le giovani che vivono in città. 1) Devono riconoscere che lavorare con le mani, con il cuore e con la mente, che sono sempre interconnessi, è l’evoluzione più alta della specie. Lavorare con le mani non è degradante. Dedicatevi a un giardino, create un’aera giochi. 2) Proteggete il cibo, proteggete i semi. 3) Cucinate. Cucinare era considerato cosa arretrata, degradante; le mamme lo facevano e non era considerato lavoro, ma è grazie a loro che siamo stati nutriti e nutrite. Andate a corsi di cucina. 4) Create una comunità, noi siamo parte di una comunità alimentare. Il cibo ci unisce, il cibo è il tutto perché è una catena. 5) Non abbiate paura del potere ingannevole, disonesto e brutale. Questa è la vera libertà.

Teatro filosofico: Vandana Shiva, ecofemminista, nata a Dehra Dun il 5 novembre 1952, vincitrice del premio Right Livelihood Award e vicepresidente di Slow Food.

***

Articolo di Maria Grazia Borla

Laureata in Filosofia, è stata insegnante di scuola dell’infanzia e primaria, e dal 2002 di Scienze Umane e Filosofia. Ha avviato una rassegna di teatro filosofico Con voce di donna, rappresentando diverse figure di donne che hanno operato nei vari campi della cultura, dalla filosofia alla mistica, dalle scienze all’impegno sociale. Realizza attività volte a coniugare natura e cultura, presso l’associazione Il labirinto del dragoncello di Merlino, di cui è vicepresidente.

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