La donna romana. La moda 

Le donne indossano come biancheria intima il subligar o subligaculum, una specie di perizoma di pelle o stoffa, e coprono il seno con una fascia, pure di stoffa o pelle (strophiummamillare). Come per i moderni reggiseni, altezza e lunghezza dipendono dalle proprie misure: occorre infatti che la fascia sia un paio di dita più alta del seno e lunga almeno due volte la circonferenza del torace. Il subligar, corrispondente alle attuali mutandine, è una striscia triangolare di lino larga almeno come la propria circonferenza dei fianchi oppure abbastanza da poterla annodare; viene passata fra le gambe, in pratica avvolta intorno alle cosce, e fissata in vita con un nodo. 

Subligar e strophium. Piazza Armerina, Villa del Casale 

Esempi di subligar e strophium si trovano nel famoso mosaico della Villa Romana del Casale, in Sicilia (presso Piazza Armerina) dove ragazze fanno esercizi o giocano a palla indossando tali indumenti, e portano una o più tuniche di lana o lino senza maniche: le subuculae

Sopra la subucula si indossa la tunica, un capo esterno di lunghezza varia, ma non fino ai piedi, simile in parte al chitone greco, con i fianchi sempre cuciti e i margini superiori, non cuciti assieme ma chiusi con spille (fibulae), in modo da formare due false maniche lunghe fin quasi al gomito. La stola è, invece, una tunica ampia e lunga fino ai piedi, stretta in vita con una cintura: il cingulum. La palla è il vero e proprio abito da passeggio, un mantello di forma rettangolare dai colori vivaci simile al mantello greco, indossato in vari modi, talvolta anche con un lembo riportato sul capo.  

La donna romana mette spesso tra i capelli un nastro di color rosso porpora o una larga benda collocata a forma di cono sulla fronte. La matrona di solito annoda al braccio un fazzoletto, la mappa, per pulire il viso dalla polvere e dal sudore. Solo verso la fine del III secolo d. C. compare il muccinium destinato a soffiarsi il naso. La domina non si fa mancare un ventaglio per rinfrescarsi e cacciare le mosche e un ombrello, non richiudibile, per ripararsi dal sole. Durante il cattivo tempo, per proteggersi dalla pioggia, si usa un mantello con cappuccio, il byrrus, un indumento che si è tramandato fino al giorno d’oggi in Nordafrica col nome, derivato dal latino, di burnus. Le donne amano adornarsi con pettini, spille (fibulae) e, se possono permetterseli, con gioielli d’ogni sorta: orecchini, collane, catenelle (catellae) intorno al collo, anelli alle dita, al braccio e alle caviglie. 

Nella Roma regia e repubblicana, le pettinature conservano a lungo un carattere sobrio e austero. Le giovani pettinano con molta semplicità i lunghi capelli neri: con una scriminatura nel bel mezzo della fronte li dividono in due bande uguali e, fermandoli con forcine di legno d’olivo o mirto, spilloni (acus) e nastri (vittae), li raccolgono in nodo dietro la nuca. Si usano pettini di bosso, mentre le più ricche li preferiscono d’oro o d’argento.   

Il giorno del matrimonio si cambia pettinatura: i capelli, secondo un antichissimo rito, sono divisi in sei ciocche (sex crines) con la punta dell’hasta caelibaris, già conficcata nel corpo di un gladiatore, per augurare alla sposa di partorire figli robusti e vigorosi, e di trascorrere la vita fedele e completamente sottomessa alla potestà maritale. Le sei trecce vengono girate sul sommo del capo e strette con giri di nastri nella tipica acconciatura, detta tutulus. Sulla chioma s’intrecciano corone di mirto, maggiorana, verbena, fiori d’arancio e rose. L’abbigliamento della sposa comprende la tunica recta, bianca e sprovvista di maniche, aderente alla vita e lievemente scampanata in basso, e il flammeum, ampio velo di color giallo zafferano o rosso fiamma (da cui il nome) da appoggiare sul capo e ricadente sul dietro.  

Nozze Aldobrandini, affresco del I secolo a.C. Roma, Musei Vaticani 

Le donne maritate non si fanno mai vedere in pubblico a capo scoperto, ma nascondono parte dei capelli con un lembo della stola, il drappeggiato abito da passeggio, o li raccolgono con fasce, le vittae. «Una benda trattiene le loro chiome annodate», scrive il poeta Tibullo. 
Quando sono a lutto o capita una calamità, le romane si sciolgono i capelli per manifestare pubblicamente il loro dolore. Portare i capelli sciolti in tutta libertà è infatti un segno di lutto e di disgrazia. Durante l’assedio dei Galli, nel 390 a.C., le donne arrivano a tagliarsi le lunghe chiome per farne funi, come prova il Tempio di Venere Calva, eretto in ricordo dello storico sacrificio di massa. Quando Annibale, nel corso della Seconda guerra punica, minaccia di avvicinarsi a Roma, le matrone spazzano il pavimento dei templi con i loro capelli sciolti. Alcune per penitenza li sporcano con la cenere o li coprono di polvere oppure se li strappano a ciocche intere con le mani. Durante il funerale, le parenti del defunto seguono il feretro con i capelli sciolti, sudici e disordinati, se li tirano con forza e li gettano sulla bara, mentre le prèfiche, appositamente chiamate per piangere, accompagnano il corteo funebre con altissimi lamenti e le fluenti capigliature in disordine. Le chiome restano scompigliate durante tutto il periodo del lutto familiare: finché si è a lutto è dunque vietato pettinarsi. 

Funerale romano. La morte di Meleagro. Rilievo romano al museo del Louvre 

Le donne incinte si sciolgono i capelli prima di pregare Giunone Lucina, patrona delle partorienti, per allontanare eventuali spiriti maligni che potrebbero annidarsi nei nodi e nelle trecce. Anche le sacerdotesse di Cerere, la dea dei buoni raccolti, sono obbligate a tenere la chioma scomposta e sciolta come auspicio per la fertilità dei campi e per le messi rigogliose. Alle Vestali, le sei vergini addette a mantenere sempre acceso il fuoco nel Tempio di Vesta, all’atto della consacrazione, vengono tagliate delle ciocche poi appese a un albero, chiamato appunto capillaris. Durante i trent’anni del sacro servizio, hanno il capo coperto da una benda. In occasione di grandi sventure, anch’esse, come le donne non consacrate, spazzano i marmi dei templi e spolverano le are con i loro pulitissimi capelli. 

Nel corso del I secolo a. C., signore e ragazze, matronae e puellae, suggestionate dalle raffinatezze che provengono dall’Oriente, s’accorgono che l’eccessiva semplicità non dona loro e, assecondando una tendenza già emersa da tempo, si danno alla pazza gioia: cibi rari e prelibati, viaggi all’estero, in primis in Grecia, stoffe esotiche, marmi pregiati, bagni, corse nel Circo, spettacoli di gladiatori con la vista del sangue che le eccita fino all’esaltazione e, naturalmente, capelli da portarsi come si deve, pettinati a regola d’arte. I gusti cambiano in tutto e per tutto, la proverbiale semplicità dei tempi antichi cede sempre più al lusso e alla ricercatezza.  

La moda, figlia dei tempi, scandisce il suo ritmo veloce dopo secoli di scarsi cambiamenti. Con il primo imperatore, Ottaviano, la sua consorte, l’Augusta per eccellenza, diventa senza volerlo l’arbitra della moda, un modello da seguire e da imitare. Livia, la first lady, cambia testa in continuazione. La linea più soft ed elegante è la pettinatura a onde, ispirata alla Grecia classica, con ricciolini sulle tempie. Altre volte si fa vedere con una grossa treccia che divide la testa in due e si unisce al basso chignon dietro la nuca; in altre occasioni si pettina a cornucopia con un grosso ciuffo che sporge alto nel mezzo della fronte. Sia fatta la volontà della prima imperatrice, alle signore sta bene così. Secondo la moda del momento, i capelli, divisi nel mezzo della testa in due morbide bande ondulate che terminano con riccioletti tutt’intorno alla fronte, scendono a coprire metà delle orecchie e si riuniscono in una piccola crocchia (nodus). 

Livia Drusilla 

Ma la pettinatura non è pettinatura se non è inzuppata di balsami, unguenti e profumi. Dalle matronali chiome stillano mirra e penetrantissimo amomo.  Di unguenta se ne trovano a bizzeffe e se ne mettono a iosa: capelli profumatissimi sì, lucidissimi, e pure tinti, finti e dipinti! Testimonia Ovidio nella sua Ars amandi

«Vanitosa la donna tinge il crine 
con germaniche erbe, e con simil arte 
un colore gli dà miglior del vero; 
folta ella vien di capelli comprati 
e col denaro fa propri quelli altrui 
né di averli acquistati ella ha vergogna 
noi vender li vediamo innanzi agli occhi 
d’Ercole e a quelli del virgineo coro». 

Al Circo Flaminio è attivo un mercato di parrucche confezionate con i capelli naturali o color dell’oro delle fanciulle germaniche. Dall’India si importano, invece, massicci quantitativi di capelli nerissimi che si trovano in vendita acconciati in artistici toupet. Si va dalla parrucca completa e lussuosa, cosparsa di polvere d’oro (galerus, capillamentum) a semplici ciocche, trecce e riccioli finti, chiamati genericamente crines. Sempre Ovidio, gran conoscitore della muliebre psiche, aggiunge un curioso particolare: 

«Non tema nulla la pettinatrice; 
odio la donna che le graffia il viso 
e nel braccio le infigge uno spillone. 
Ai numi di laggiù la poverina 
consacra quella testa di signora 
e insanguinata piange sulle chiome». 

Gli aghi crinali, indispensabili per sostenere le complesse pettinature dell’età augustea, sono lunghi solo pochi centimetri, ma fortemente aguzzi all’estremità. Peccato davvero che le incontentabili nobildonne si servano di questi pregiati spilloni per straziare le carni delle pazienti schiave, acconciatrici domestiche (ornatrices), se qualche volta un’onda o un nodo non riesce proprio a pennello. 

«Accònciati con le dita i luminosi capelli», sussurra Properzio alla sua Cinzia nel farle gli auguri per il compleanno, ma poi impreca: 

«Che ti giova, mio bene, venire con adorni capelli, 
che ti giova ungerti la testa con mirra di Siria, 
e farti, così, schiava di merci forestiere?… 
Ora tu, pazza, ti diverti a imitare i dipinti britanni 
e ti fai i capelli biondi alla moda straniera? 
Come l’ha fatto la madre, così ogni viso è bello: 
è brutto il color dei Belgi su una faccia romana. 
Se ne vada sottoterra quella ragazza 
che per prima, stupida, si guastò i lunghi capelli!». 

Per fortuna ci sono ancora donne che, a dispetto di mode troppo impegnative e passeggere, scelgono pettinature semplici e sobrie. Così è l’acconciatura della parte femminile di una coppia pompeiana di ceto medio: lei porta i capelli ricci sulla fronte, divisi nel mezzo e trattenuti da un nastro. 

Quando nel 214 d. C. Augusto scompare, Roma è la capitale di un grande impero. L’amore sfrenato per le ricchezze e le raffinatezze si riflette nelle acconciature, che tendono alla monumentalità più che all’armonia delle linee. Cresce nelle signore la passione per i riccioli che paiono lavorati al bulino, ciocca per ciocca, dalle tempie al collo. Le donne di malaffare fanno grande uso di parrucche per essere più seducenti.  

Ritratto di Sabina Poppea. Scuola di Fontainebleau, 1570 circa  

Poppea, la vogliosa partner di Nerone, inaugura la moda del biondo e la mania sfrenata di posticci e chiome finte.  Le romane, seguendo il suo esempio, ricorrono a tutti i ritrovati pur di farsi bionde o addirittura rosse: si lavano i capelli con le acque, ritenute dotate di chissà quali magiche virtù, del Crati (un fiume della Calabria) e del Clitunno, breve corso d’acqua in Umbria, se li schiariscono con il sapo, uno strano impiastro importato dalla Gallia (precisamente da Marsiglia), a base di grasso di capra e cenere di faggio, adoperano una soluzione di lisciva di calce, latte cagliato e acido butirico, la cosiddetta spuma Batava. La spesa non è eccessiva, basta qualche asse. 

Tra le più facoltose c’è chi sparge polvere d’oro fra i capelli, chi usa cenere calda, radici, bacche e roba varia che – si dice – si trova soltanto nei prati e nei boschi della lontana Germania, chi infine trova più semplice comprare parrucche confezionate con i biondissimi capelli naturali di teutoniche fanciulle che di capelli d’oro ne hanno da… vendere. 

L’età dei Flavi (69-96 d.C.) rappresenta la stagione più felice delle pettinature manierate e architettoniche: si parla di un “Barocco” romano. Sotto Domiziano, sono di moda i cincinni, riccioli artificiali avvolti su spirali in filo metallico disposti su più livelli in ordine decrescente dal più alto, sulla fronte, alla nuca. Visti nell’insieme, danno l’idea di un enorme ventaglio spiegato, mentre sul dietro la massa della chioma viene composta in una grossa treccia arrotolata a ciambella e puntata in alto. È l’acconciatura più alta e voluminosa che sia mai stata finora realizzata. Solo le “lucciole” che rischiarano a giorno le notti romane la portano color oro.  

«Se ormai tutta bianca vuoi tingerti i capelli carichi di anni, accetta questi saponi rotondi di Mazziàco», consiglia Marziale. È il famoso sapo, fabbricato in gran quantità nella città della Germania che è la capitale dei Catti. Nel secondo secolo, al tempo di Traiano (98-117), si vedono acconciature sempre più elaborate. Trecce vere e finte, sovrapposte a gradini, soppiantano i ricci in un grande assortimento di fogge: a turbante, a torre, a cono, a cilindro. 

Le spirae si elevano all’insù come torri, impomatate con balsami e profumi assai penetranti: malobatro, olio di mirra e di rose, maggiorana, nardo, muschio, ligustro. Il Palatino è una vera scuola professionale per pettinatrici, che seguono i corsi tenuti per lo più da maestri di origine greca. Le professioniste del pettine si dividono i ruoli, con una gerarchia all’interno del team ancillare, che vede sul gradino più alto l’ornatrix, paragonabile a una moderna parrucchiera diplomata, al secondo posto l’addetta all’ondulazione e all’arricciatura, alla quale la scaldaferri, terza in graduatoria, passa i calamistri arroventati sul fuoco; per ultime vengono l’esperta di tinture e l’addetta al capitilavium, lo shampoo, che però sono le prime a mettersi all’opera, perché le varie fasi dell’acconciatura si susseguono nell’ordine contrario a quello gerarchico, e la capostilista interviene per ultima, dando alla pettinatura il tocco finale e profumandola con essenze odorose. La parrucca intera (caliendrum) è fatta di più trecce sovrapposte, ma si vendono pure ciocche e singole trecce (granus).  

Acconciature femminili romane 

Contro le mastodontiche architetture di trecce, vere e posticce, imprecano inascoltati i predicatori. Tertulliano, irruento apologista cristiano che vive a cavallo fra II e III secolo, scrive un libretto, Sull’abbigliamento delle donne, in cui denuncia pubblicamente tutti i loro vizi e magagne. L’austero moralista passa in rassegna le fogge più strane per le quali pare proprio che le donne abbiano perso la testa. «C’è chi aggiunge posticci, chi toglie, chi mette, chi cambia, chi inanella, chi liscia e stende, chi avvolge e arriccia, chi raccoglie in rotoli e trecce, chi allunga, chi accorcia, chi districa e chi ammatassa: altro che pensare alle cose di lassù!». Così si va avanti fino alla fine dell’Impero romano. Invano le donne fanno a gara nel mettere al servizio delle loro chiome i più esperti parrucchieri, ammonisce Tertulliano, e conclude: «Uno solo è il comandamento di Dio: velarvi». 

San Girolamo biasima i mucchi di trecce finte che le donne accatastano sul capo come una frivola zavorra e «quel colore che fa sembrare i capelli simili alle fiamme del fuoco eterno». Solo nel chiuso delle catacombe, per amore di Cristo, le donne rinunciano a ogni futilità e legano spartanamente le fluenti chiome sulla nuca o le stringono in crocchia, avvolgendole quasi sempre nel casto velo. 

San Paolo, nella prima lettera ai Corinzi, avverte categoricamente: «Ogni donna che prega o profetizza senza il velo in testa manca di riguardo al proprio capo, perché è la stessa cosa che se fosse rasata. Perciò, se la donna non si vuole mettere il velo, si tagli pure tutti i capelli! Se poi è vergognoso per una donna tagliarsi i capelli o essere rasata, allora si metta il velo in testa. L’uomo non deve coprirsi la testa perché è l’immagine e la gloria di Dio; la donna invece è la gloria dell’uomo. Non c’insegna forse la natura stessa che è vergognoso per l’uomo portare i capelli lunghi, mentre è gloria e vanto per la donna lasciarseli crescere? Dio le ha dato la capigliatura per velo». Lo stesso San Paolo, nella prima lettera a Timoteo, richiama le donne a un comportamento decoroso e raccomanda loro di vestire decentemente senza mettersi trecce e gioielli d’oro né perle e abiti sontuosi. 

Ma qualche bella signora cede alla tentazione, come prova una parrucca castana venuta alla luce da una tomba cristiana. Finché, nel 692, tutti i vescovi solennemente riuniti a Costantinopoli proibiscono ufficialmente di portare parrucche, ritenute, come ogni cosa contro natura, una sfacciata offesa al Creatore.  

Ricostruzione del trucco in età imperiale. Disegno di Colette D’Addio 

Le romane dei primi secoli non si truccano. Al contrario, nella Roma imperiale si fa abuso di cosmetici e trattamenti estetici. Le patrizie usano come maschere di bellezza composti a base di corna di cervo polverizzate, escrementi di uccelli marini, come l’alcione, la placenta, lo sterco e l’urina dei vitelli, delle mucche, dei tori, degli asini e delle pecore, ingredienti sapientemente mescolati a olio, grasso d’oca, succo di basilico, semi di origano, biancospino, zolfo, miele e aceto. Si utilizzano anche farina di fave, molliche di pane inzuppate nel latte, burro, grasso di lana di pecora non lavata e persino sterco di coccodrillo, raccomandato quest’ultimo dal grande medico Galeno. Sbiancano il viso con gesso, biacca mista a miele e cerussa. Anneriscono il contorno degli occhi, ciglia e sopracciglia con la fuliggine, una polvere che si deposita nei camini, oppure con il nero di seppia simile all’inchiostro, con carbone e polvere di antimonio, colorano d’azzurro le palpebre e a volte anche le tempie con ombretti ricavati dalla malachite e dall’azzurrite, disegnano in blu le vene del viso, del collo e delle braccia, tingono di rosso le guance e le labbra con il purpurissum, che è il cinabro, solfuro di mercurio, oppure con feccia di vino, succo di alghe, polvere di minio, ocra e terra rossa. Si diffonde pure la moda di piccoli nei neri artificiali. 

Il trucco sovente è talmente esagerato da attirarsi le pungenti battute di un acuto osservatore come Marziale. «Fabella si spalma tutta la faccia di creta e ha paura di uscire quando piove; Sabella si intonaca tutto il viso di cerussa, e ha paura di uscire quando c’è il sole». Che dire poi di Taide? «Per celar coi profumi il suo fetore / quando nuda ella viene a farsi il bagno / usa creta disciolta nell’aceto / e fave grosse e dense a non finire». Il viso è così artificiosamente alterato che i mariti stentano a riconoscere le loro mogli: «In cento ampolle sta la tua bellezza / ma il viso che durante il giorno mostri / non è quello che dorme insieme a te». 

Le terme sono frequentatissime da uomini e donne. Ci si lava in vasche di acqua profumata con oli, essenze e vini speziati, il corpo è levigato con la pietra pomice.  

La donna romana non esce di casa se non si è prima abbondantemente cosparsa di profumi e unguenti. Si unge di aromi fino a tre volte al giorno anche durante i pasti, tiene palline profumate d’ambra in mano, sparge interi flaconi sull’abito drappeggiato, spalma oli odorosi sopra i piedi e i calzari. A ogni parte del viso e del corpo corrisponde un’essenza precisa. Questi gli abbinamenti più comuni: a guance e seno si addice l’olio di palma, l’edera va bene per il collo, sambuco e maggiorana per ciglia e sopracciglia, mentre le braccia sono cosparse di menta e le ginocchia di timo. 

Contenitori in vetro per profumi e unguenti 

Le unguentariae tabernae, simili alle moderne profumerie, sono affollatissime di esigenti clienti dalla mattina alla sera. E giustamente, accostandosi a queste signore che sembrano delle profumerie ambulanti, Marziale non può che osservare con l’ironia che gli è tipica: «Dovunque tu passi, cara Gellia, pare che passi l’intero negozio di Cosmo e che tutti i profumi che vende colino dalle fiale sparse. Non gioisco che tu goda tanto di queste frivole mode venute da fuori». È anche questo il fascino irripetibile di un’epoca con tutti i suoi pregi, i suoi umani vizi e le sue esuberanti smanie di eccentricità. 

***

Articolo di Florindo Di Monaco

Florindo foto 200x200

Docente di Lettere nei licei, poeta, storico, conferenziere, incentra tutta la sua opera sulla Donna, esplorando l’universo femminile nei suoi molteplici aspetti con saggi e raccolte di poesie. Tra i suoi ultimi lavori, il libro La storia è donna e le collane audiovisive di Storia universale dell’arte al femminile e di Storia universale della musica al femminile.

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