Un lavoro inadatto a una donna. Parte prima 

Il titolo di questo articolo richiama un romanzo di Phyllis Dorothy James pubblicato nel 1975 e nel quale la protagonista Cordelia Gray si trovava a ereditare dal padre una agenzia investigativa con tutti i suoi strampalati aiutanti. La ragazza decideva di continuare la tradizione di famiglia e, invece di vendere, si cimentava nel lavoro che le veniva sconsigliato proprio perché femmina. 
Da questa vicenda è nato l’interesse che mi ha fatto seguire durante gli ultimi anni le vicissitudini del genere giallo, declinato, però, quasi esclusivamente al femminile per quanto riguarda autrici e investigatrici. Sostanzialmente la domanda che mi pongo è cosa del femminismo anni Settanta è stato recepito dalla cultura pop, analizzando il poliziesco nelle due fasi: anni Ottanta e post Duemila, che strizzano l’occhio all’emancipazione femminile da un lato, mentre dall’altro rassicurano “la casalinga di Voghera” che nulla (o solo superficialmente) cambierà nel piccolo mondo antico degli affetti. 

Locandina del film La scala a chiocciola

La quantità di persone che si fanno conquistare dalle creazioni culturali più elaborate è infinitamente minore di quella che cede alla seduzione del sistema narrativo mainstream ,per cui si è ritenuto importante scegliere come campo di analisi un genere letterario di largo consumo con mille sfaccettature e molto amato dalle lettrici. In questo articolo non si vuole ripercorrere la storia del giallo attraverso ad esempio la polemica, sempre viva, se sia stato Edgar Allan Poe con I delitti della Rue Morgue oppure Arthur Conan Doyle a inventare il genere moderno, ma vuole occuparsi solo delle scrittrici che hanno comunque lasciato un segno e non piccolo. Già dagli esordi tardo Ottocenteschi e nel primo Novecento non mancano prolifiche autrici che mettono in scena investigatrici dilettanti come Ethel Lina White dai cui romanzi sono stati tratti film celeberrimi come La scala a chiocciola del 1946 o Rinehart Mary Robert di grandissima popolarità tra i contemporanei. Ma anche Dorothy Leight Sayers o Mignon Good Eberhart, che nel La stanza n. 18, descrive così la sua investigatrice: «Un naso aquilino, la pelle lentigginosa, i capelli rossi e una certa tendenza alla pinguedine. L’infermiera Sarah Keate è una donna di mezza età che non si perde mai d’animo e ama il proprio mestiere. Ama anche curiosare qua e là, raccoglie pettegolezzi e mette il naso dove non dovrebbe». 
Queste signorine, di solito, o appartengono a ceti elevati e si trovano casualmente implicate in avventurosi delitti (sul modello che incontrerà poi tanta fortuna con la serie televisiva La Signora in giallo) oppure si occupano di professioni ammesse, dopo la Prima guerra mondiale, come infermiera, dattilografa ecc. Sono tutte donne assai originali, che non dipendono economicamente da nessuno e non rendono conto a nessuno: vere paladine della libertà individuale. La loro capacità oltre che deduttiva è quella di essere delle ficcanaso; malviste in genere dagli investigatori ufficiali della polizia (uomini) che devono, malgrado loro, addivenire alle conclusioni che le varie signorine hanno saputo trarre con fiuto e infinita pazienza. Ovviamente si cita solo di passaggio Miss Marple nata dalla sublime penna di Agatha Christie e che riassume in sé tutte le caratteristiche sopra elencate. Le signore del tempo spesso indagano in coppia con un uomo come nel sofisticatissimo Uomo Ombra di Dashiell Hammett da cui sono stati tratti, a partire dal 1934, ben cinque film in bianco e nero con William Powell e Mirna Loy a partire dal 1934. 

Copertina del libro Nina la poliziotta dilettante
di Matilde Serao

Le prime gialliste italiane sono scrittrici del calibro di Matilde Serao, Carolina Invernizio, che scrive nel 1909 Nina la poliziotta dilettante, o Erminia Bazzocchi, che pubblicano a cavallo tra la fine dell’Ottocento e il Novecento. 
Più tardi nella società americana degli anni Trenta e Quaranta si sviluppa il genere “hard boiled”, passaggio obbligato per inserire il poliziesco nella dura realtà statunitense e nei suoi risvolti spesso spiacevoli. L’omicidio non nasce solo in biblioteca, ma esiste anche in una società corrotta, violenta e sovente brutale, che è il terreno fertile per il delitto e gli investigatori sono uomini soli, amareggiati paladini al servizio della giustizia come gli immortali Philip Marlowe di Raymond Chandler o Sam Spade di Dashiell Hammet. Il modello di detective maschile delineato dall’hard boiled viene recepito al femminile nelle pubblicazioni anglosassoni solo negli anni Ottanta, dove si iniziano a vedere le nuove investigatrici, armate, indipendenti, poco sofisticate e che vivono del loro lavoro affrontando la violenza urbana in tutte le sue sfaccettature. La coincidenza tra la loro data di nascita e quella degli sviluppi dei movimenti di emancipazione degli anni Sessanta e Settanta incuriosisce, anche perché ci si aspetterebbe un radicale cambio di paradigma rispetto alle tenere ficcanaso precedenti. Invece in questa produzione, che si estende per un abbondante ventennio, sino alla fine degli anni Novanta, permangono tutti gli stereotipi dell’hard boiled maschile rafforzati da quelli della donna emancipata. La vera rivoluzione non è avvenuta e le autrici si limitano spesso a riflettere i nuovi ruoli che nel frattempo sono cambiati nelle società. 
Queste detective provengono da famiglie con tradizioni nelle forze dell’ordine e non tengono il minimo rapporto con la famiglia d’origine. Per quanto riguarda la loro vita privata sono in genere divorziate e solo saltuariamente si lasciano coinvolgere in rapporti sentimentali che, come i loro predecessori maschili, non sfociano mai in relazioni durature. Il sesso è praticato con poca convinzione e descritto con sconcertante banalità; siamo distanti dalle focose investigatrici degli anni Duemila. 
Anche la cura di sé stesse è vista solo in funzione sportiva e di efficienza lavorativa mentre manca tutta l’arte seduttiva delle investigatrici che seguiranno. Quello che le differenzia veramente non è tanto il coinvolgimento emotivo totale che fa loro rischiare la pelle a ogni piè sospinto, quanto la scelta delle tematiche a difesa dell’infanzia, prima di tutto, e al servizio di tutti i soggetti deboli e indifesi, come le donne, che incontrano nella vita quotidiana. E così se da una parte ci troviamo di fronte a un modello di donna poco innovativo, le autrici appaiono ben più audaci nella ricostruzione dell’ambiente di contorno popolato da figure femminili che sottolineano la fatica del convivere con l’implacabilità degli stereotipi (vedi Nozze fatali del 1989 di Dorothy Sucher). Il tema della violenza così esibita nei corrispettivi maschili è invece usata in modo riluttante da queste ragazze ben armate ma restie a utilizzare la pistola come in In fondo alla palude 1988 di Sara Paresky o in H come Homicide di Sue Grafton. 

Copertina del libro C come cadavere di Sue Grafton

Tutto questo, però, avviene quasi esclusivamente nel mondo dell’editoria anglosassone che in Italia è pubblicato principalmente nei Gialli Mondadori. Le signore in questione, pur proclamando a gran voce la loro indipendenza dai modelli maschili, ricadono frequentemente negli stereotipi femminili di cui non riescono a liberarsi, per cui incarnano un modello di donna emancipata ma incazzata, che per manifestare la propria emancipazione deve per forza rinunciare a sesso e sentimenti per non parlare poi di cibo e cura di sé. Valga per tutte Kinsey Millhone di Sue Grafton o Carlotta Carlyle di Linda Barnes che incarnano al femminile il tipico detective del noir anni Quaranta sul modello di Philip Marlowe di Raymond Chandler o di Sam Spade di Dashiell Hammett. Le investigatrici vorrebbero essere come i loro colleghi maschi perché scambiano certi atteggiamenti “da dure” per emancipazione, ma poi la pagano a caro prezzo nella vita personale. Sono libere professioniste e testimoniano una società che, a differenza di quella italiana coeva, può accettare una donna che lavora anche in un campo non tradizionalmente femminile. I loro aiutanti sono anziani e disoccupati oppure reietti dalla società, che aiutano e vengono contemporaneamente aiutati in una sorta di mutuo soccorso.  
Intanto in Europa a cavallo del secolo escono nuove autrici che incontrano il favore del pubblico vendendo milioni di copie. Le loro investigatrici sono già all’interno delle forze di polizia come nella produzione oramai consolidata di Alicia Jimenez Bartlett, spagnola, con Petra Delicado come protagonista. Anche Anne Holt, norvegese, lesbica, ex ministra della giustizia, che inizia a pubblicare 1993. Sensibile alla problematica di genere inventa numerosi personaggi, tra cui spicca Johanne Vik di professione psicologa e criminologa. Negli anni Novanta spesso si vedono figure di investigatrici a metà tra dilettanti e professioniste che riescono, tramite le loro competenze, a coadiuvare in forma più o meno ufficiale le forze di polizia. 
La svedese Camilla Lackberg mette in scena Erika Falck scrittrice, ma che collabora alle indagini con un poliziotto. Mentre Liza Marklund svedese (prima pubblicazione 1998) è una donna molto impegnata: ambasciatrice Unicef e per la lotta all’Aids, ha come protagonista/investigatrice Annika Bengtzon (reporter con due figli) che in ben 11 volumi (solo di questa serie perché la produzione è sterminata) affronta anche i problemi nella gestione della famiglia per una donna che lavora. La tedesca Nele Neuhaus ha, come protagonista, una poliziotta di nome Pia Kichoff che indaga in collaborazione con un collega maschio. 
Nella produzione di tutte queste autrici si riscontrano elementi comuni che vanno spesso dai problemi di coppia, a quelli famigliari per conciliare lavoro e vita affettiva con una rivendicazione, da parte delle eroine, di una maggior partecipazione dei loro compagni ai compiti di cura che la quotidianità richiede. Riflettendo sulla coeva produzione italiana, si nota che negli anni Novanta si era ben lontani da avere simili atteggiamenti nelle protagoniste della nostra letteratura. 
Le tematiche sono genericamente legate all’impegno nell’ambito sociale e le investigatrici si occupano di casi di bambine e bambini scomparsi, violenza sulle donne, furti, ricatti, emigrazione e altre storie genericamente ritenuti di interesse femminile. 
Tutta la produzione è sempre sostenuta da trame poliziesche molto avvincenti e ben congegnate, che ne hanno determinato in parecchi casi il successo internazionale  
(continua) 

***

Articolo di Mariantonietta Antelli

Ho insegnato per 40 anni negli istituti superiori di Milano. Adesso mi dedico agli amati libri gialli e alla difesa dei diritti delle donne.

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