Nives Tommasi detta Neva, prima maestra italiana in un paesino dell’Istria, dopo la riforma Gentile 

Spesso la grande storia si ripercuote sulle piccole storie. 

Nel 1923, quando il filosofo neoidealista Giovanni Gentile, ministro della Pubblica Istruzione del governo Mussolini, elaborò la sua riforma, Nives Tommasi, detta Neva, frequentava a Trieste il terzo anno della scuola magistrale intitolata a Giosuè Carducci e ne indossava la divisa: gonna blu a pieghe e camicetta a righe bianche e blu. 
Chissà se fu informata della riforma scolastica, forse no perché per lei non cambiò nulla e i suoi studi continuarono col vecchio ordinamento scolastico dell’Impero asburgico che prevedeva per una futura maestra cinque anni di elementari, tre di medie e cinque di superiori. Due anni in più del vecchio ordinamento del Regno di Italia, uno in più della riforma Gentile. 
Certo non sapeva che quella legge conteneva una clausola che avrebbe influito sulla sua vita, quella clausola annunciava che ogni suddita/o del Regno d’Italia doveva parlare italiano e che di conseguenza, oltre che nei tribunali, negli uffici, nelle chiese e perfino nelle osterie, si dovesse usare solo l’italiano anche nelle scuole e che quindi da allora in avanti ci sarebbero state solo scuole di lingua italiana. 
La clausola passò inosservata nelle vecchie terre del Regno, ma non in quelle aggiunte di recente e che avevano fatto parte dell’Impero asburgico dove fu abolito l’insegnamento del tedesco, dello sloveno e del croato. La riforma quindi non la toccò, ma toccò quella che più tardi, sposando suo fratello, divenne sua cognata: Ida Tomash. 
Ida, nata a Trieste da famiglia originaria della Carinzia, frequentava infatti un liceo tedesco. «I me ga dito che la mia scola no iera più e che dovevo andar a la scola italiana. Mi no son andada, gavevo paura che i me fazi sprezi». 
«Mi hanno detto che la mia scuola era stata chiusa, che dovevo proseguire gli studi al liceo italiano. Non ci sono andata per paura che mi trattassero male», spiegò anni dopo parlando triestino, dialetto che, insieme al tedesco, usò tutta la vita rifiutandosi di parlare italiano. Rimase nostalgica di Francesco Giuseppe, il povero nostro Franz. 

Fu solo nel 1924, l’anno dopo aver preso il diploma, che la riforma Gentile diede una nuova direzione alla vita di Nives Tommasi detta Neva. Le fu assegnato l’incarico annuale alla scuola di Vodizze (oggi Vodice) dove, come maestra italiana, prese il posto che fino all’anno prima era stato di un maestro sloveno, andato in pensione. Vodizze era un piccolo paese circondato da fitti boschi situato sull’altipiano dei Cici. Altopiano che si estende dal Liburno al Carso triestino.  

Altopiani dei Cici 

I Cici sono una popolazione di antica provenienza romena o valacca che, a partire dal XV secolo, sotto la spinta delle invasioni turche e su invito della Serenissima e degli Asburgo, si stabilì in alcune zone dell’Istria allora disabitate a causa di guerre, pestilenze e carestie. Ai tempi di Neva conservavano i loro costumi che indossavano nelle feste comandate, le donne si facevano da sole le gonne plissettate utilizzando la lana grezza. 
I Cici conducevano una vita dura, molti di loro erano o pastori o carbonari e trascorrevano gran parte dell’anno nel bosco, uomini e donne, dormendo in ripari di fortuna, ma amavano divertirsi e nelle feste ballavano tutti insieme, compreso il parroco che, con la perpetua e i suoi figli, volteggiava con la tonaca al vento. 
Per raggiungere Vodizze al tempo di Neva bisognava percorrere un tratto di strada col treno e proseguire poi o a piedi o a dorso d’asino, col mus
La scuola era una piccola costruzione a due piani: a pianterreno c’erano due aule, al primo piano l’appartamento per le maestre nel quale viveva, assieme alla madre, Vesna, una giovane slovena che aveva fatto scuole slovene, ma doveva insegnare in italiano. Neva che, come la maggior parte della popolazione triestina, non conosceva dello sloveno che quelle poche parole entrate nel dialetto, affrontò l’avventura con incoscienza giovanile (era davvero una ragazzina, una bimba si direbbe in Toscana) e con molto coraggio. 
Il primo giorno di scuola si trovò di fronte una classe di ragazzi più grandi di lei che la guardavano diffidenti, poi uno di loro si alzò dal banco, si avvicinò alla lavagna e col gesso scrisse una frase in sloveno, gli altri la lessero e iniziarono a sghignazzare. Neva si sforzò di mantenersi calma e, non si sa come, fece la sua lezione. Appena gli allievi se ne furono andati chiamò Vesna e le chiese di tradurre. C’era scritto: «Carina la nostra nuova maestra, te la faresti?» , ma con un’espressione ancor più volgare. 
Neva cancellò lo scritto e si rese conto che l’impresa era più difficile di quello che pensava, ma non si scoraggiò. Presto venne a trovarla suo padre che, essendo un commerciante, parlava diverse lingue di quello che era stato l’Impero e fra queste lo sloveno. La sua venuta cambiò le cose perché in paese si convinsero che Neva era una di loro e che parlava solo italiano perché, se non l’avesse fatto, avrebbe perso il lavoro, Je nache dicevano di lei, letteralmente è nostra e le si strinsero attorno. 
L’anno scolastico andò molto bene, Neva imparò lo sloveno e i suoi allievi impararono l’italiano. 
Con Vesna, la collega, non legò tanto, ma divenne amica di Slavizza, la figlia diciassettenne del padrone dell’unica osteria del paese. Con Slavizza, nella sua calda cucina, passava parecchi pomeriggi invernali, insieme ricamavano il corredo e chiacchieravano. 

Un giorno la porta di comunicazione con l’osteria si spalancò e sulla soglia, alto e robusto, si presentò un giovane uomo. Neva notò subito che la sua amica era impaurita e che le era cascato l’ago di mano. L’uomo avanzò verso di loro. «Slavizza ― disse ― perché non mi presenti la signorina maestra?». 
Slavizza si irrigidì e rispose: «Io non ti conosco». 
Con tono gentile l’uomo ribatté: «Come non mi conosci? Sono tuo cugino!». 
E lei: «Io non ho un brigante per cugino!». 
A quelle parole l’uomo estrasse la pistola. Le due ragazze lasciarono cadere il ricamo e scapparono via. Si rifugiarono nell’appartamentino sopra la scuola, chiusero a chiave e spinsero l’armadio fino a dietro la porta. Trascorsero la notte impaurite. Nessuno si fece vedere. 
L’uomo era il brigante Kolarich. 

Giovanni o Ivan Kolarich o Colarich, nato nel 1900 a Pola da famiglia povera e da padre manesco, cominciò giovanissimo ad avere problemi con la giustizia. Alla dichiarazione di guerra dell’Italia all’Austria divenne un vagabondo ed iniziò a vivere di espedienti. Si muoveva tra Pola e Trieste quando avvenne il fatto che cambiò la sua vita: fu arrestato dai carabinieri, picchiato e costretto a mangiare le sue feci. Questa disavventura trasformò un ladro di polli in un bandito sanguinario. Kolarich, infatti, non solo continuò coi furti, ma non esitò ad usare la pistola contro rapinati e carabinieri e diventò un pluriomicida. 

Vecchia Pola 

Contrariamente a quello che si può pensare, questo personaggio negativo divenne un eroe nell’immaginazione popolare. Ciò si può spiegare col fatto che i suoi avversari erano i carabinieri, malvisti perché sentiti estranei, gente che non capiva né croato, né sloveno, né tedesco e poco anche l’istro-veneto e, come dice Francesco Fait in Giovanni Kolarich l’inafferrabile fuorilegge istriano, erano «Alfieri di quell’italianità che ha portato tutto tranne prosperità». 
Kolarich si faceva gioco dei carabinieri che lo cercavano, non si nascondeva, frequentava osterie, ristoranti, bar, mettendo in luce e amplificando col suo comportamento alla Robin Hood l’incapacità delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni lo etichettarono come slavo e comunista, in realtà era solo un bandito senza etichetta politica, parlava tedesco e croato, ma si esprimeva per lo più, anche negli scritti, in istro-veneto. 
Kolarich aveva fama di aver venduto l’anima al diavolo; una volta fu colpito durante un agguato e cadde a terra gravemente ferito, i carabinieri lo raccolsero, lo misero su una barella per portarlo in prigione, ma giunto vicino a un bosco l’uomo si alzò e corse via. È probabile che indossasse un giubbotto antiproiettile, ma la sua fama di immortalità si diffuse. 

Un’altra volta, assieme alla banda, bussò alla porta di una vecchietta che abitava una casa isolata in fondo al paese, entrò, si sistemò coi suoi in cucina e chiese alla donna se poteva fare il caffè. Dopo che lo ebbe bevuto, le disse che poteva andare a dormire. Lei obbedì e al mattino, quando si alzò (dormire credo non abbia dormito), trovò che Kolarich e i suoi se n’erano andati. Poco dopo un ragazzo bussò alla porta, era il garzone del droghiere che portava un pacco di caffè. Il bandito aveva voluto sdebitarsi. 
Kolarch fu arrestato nel 1925 in un cinematografo a Trieste, accusato di vari omicidi, fu processato e rimase a lungo in carcere. Fu liberato e incarcerato secondo le alterne vicende della guerra. Gli ultimi anni di vita li trascorse a Pola dove aveva preso moglie esercitando la professione di guaritore. Morì nel 1986. 

Trieste, anni ‘50 

Questo è il brigante che Neva incontrò nella cucina della sua amica Slavizza e che ebbe occasione di incontrare di nuovo l’anno dopo, ma ora debbo andare avanti con la sua storia. 
Nel 1925 a Neva fu assegnato il posto di maestra a Cave Auremiane (frazione di Divaccia, quella che ora si chiama Vremski-Britof ) dove conobbe la sua nuova collega, Giulia Clapis, Giulietta, una triestina con cui si legò di un’amicizia che durò tutta la vita. 
Neva e Giulietta vivevano a pensione presso la casa dei conti de Cleva. I de Cleva allora erano proprietari terrieri, ma anticamente erano stati i feudatari del paese e si diceva che il vecchio nonno a suo tempo avesse goduto dello Jus primae noctis. Erano nobili, ma sporchi, la padrona di casa non si era mai lavata i capelli che aveva lunghi, neri, legati in una grossa treccia, accontentandosi di tanto in tanto di cospargerli di petrolio. Era una donna ancora giovane e robusta e trascorreva la maggior parte del suo tempo in cucina dove preparava minestroni diversi secondo i gusti della famiglia con una costante: in tutti c’era della carne di maiale affumicata che lei chiamava alla tedesca Kaiserfleisch
La casa dei conti de Cleva sorgeva nella piazza ed era imponente, sul portone d’ingresso spiccava scolpita in pietra l’immagine di un guercio, il fondatore della casata. La figlia aveva da poco perso il fidanzato ucciso perché aveva collaborato con gli italiani. Era impiegato comunale. 
Fu mentre insegnava a Cave Auremiane che Neva incontrò nuovamente il bandito Kolarich. 
A Neva e a Giulietta piaceva molto camminare, il posto era bello, circondato da boschi, spesso si spingevano fino a Divaccia dove c’era un’altra scuola e una maestra loro amica. Il percorso era lungo e di solito al ritorno le riportava a casa l’omo del carbon, l’uomo che conduceva il carro del carbone. 

Una sera però l’omo del carbon non passò a prenderle nell’ora stabilita. Si era fatto buio; preoccupate si recarono all’osteria dove erano certe di trovarlo, lo trovarono infatti, ubriaco, con un bicchiere di vino in mano. Non ebbero bisogno di consultarsi, si voltarono per andarsene quando sentirono una voce maschile: «Signorine maestre, volete che vi accompagni?». 
Neva si voltò e vide il brigante Kolarich che le sorrideva gentilmente. 
Mormorò un «No grazie» e via di corsa. 
Le due maestrine si allontanarono piene di spavento ed imboccarono la strada del ritorno passando per le scorciatoie, ad un tratto si fermarono prese da un dubbio. «E se il brigante ci seguisse con la bicicletta passando per la via principale e noi, sbucando dalla scorciatoia, ce lo trovassimo di fronte?». 
Detto fatto decisero di armarsi: distesero i loro fazzoletti, ci misero dentro un sasso e proseguirono il cammino sicure che, in caso di necessità, con la loro “arma” avrebbero neutralizzato il brigante. 
Anche quella volta Kolarich non si fece vedere. 

Giovanni Kolarich l’inafferrabile fuorilegge istriano

 Non sempre il rapporto con gli abitanti dei paesi del Carso furono buoni come quelli delle due maestre triestine di cui ho riferito la storia. 
Ci furono insegnanti che lasciarono un bel ricordo di sé, ma anche altre ed altri che non lo fecero, come quel maestro italiano tubercolotico (la cui storia è stata amplificata dalla stampa croata) che sputava in bocca ai suoi allievi. 
Certo è che la politica del governo fascista fu davvero miope (se vogliamo usare una parola gentile) nei confronti delle popolazioni che avevano fatto parte dell’Impero asburgico ed erano state inglobate nello Stato italiano, quelle stesse popolazioni che nei dispacci dei funzionari governativi venivano definite alloglotte, mentre gli alloglotti eravamo noi. 
Fu uno stupido errore privare un popolo della sua lingua perché la lingua rappresenta storia e cultura. 
Quella clausola della riforma Gentile fu una delle cause dell’odio verso tutto ciò che era italiano già prima della dichiarazione di guerra al regno di Jugoslavia e della successiva invasione. Ne è un esempio l’omertà con cui era protetto il bandito Kolarich. 

Per finire vorrei citare la frase di Nives Tommasi, detta Neva, che concludeva così il suo racconto: «Ghe gavemo voludo insegnar l’italian, saria sta meio insegnarghe a dir ben de noi in s’ciavo che farse dir mal de noi in italian». 
«Gli abbiamo voluto insegnar l’italiano, sarebbe stato meglio insegnargli a dir bene di noi in slavo piuttosto che farci dir male in italiano». 

***

Articolo di Anna Luisa Balducci

Sono nata a Ravenna nel lontano 1933 da padre romagnolo e da madre triestina. Ho frequentato a Trieste il liceo scientifico e mi sono laureata all’Università di Pisa. Ho insegnato, prima alle superiori, poi alle medie e ho terminato la mia carriera alla scuola media di San Casciano in Val di Pesa. Dopo essere andata in pensione ho collaborato con L’arena di Pola, Capodistria addio e altri giornali affini. Ho pubblicato romanzi e racconti su giornali femminili.

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